Ebbene sì, anch’io sono Antigone!

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Ebbene sì, anch’io sono Antigone!

”…distolta a forza, io so
Come temevi la morte, ma
Ancor più ti faceva orrore
La vita indegna.»

Bertolt Brecht, Antigone

Con l’Antigone di Sofocle la Filodrammatica poschiavina – compagnia teatrale che vanta una tradizione centenaria – si è esibita di fronte ad un pubblico piuttosto partecipe, sabato 29 gennaio, presso il Teatro Rio di Poschiavo. Un lavoro assai impegnativo, direttamente ispirato alla versione di Brecht del capolavoro di Sofocle, che l’intelligente regia di Luca Radaelli ha saputo rendere attuale e moderno. Ma non ci riferiamo solamente al tema universale sviluppato dalla tragedia (la ragion di stato contro la ragion morale e la ragion di fede), ma anche ai mezzi ed all’approccio interpretativo, che i ragazzi della Filodrammatica hanno recepito appieno e sviluppato con disinvoltura.

Ad un certo punto, per esempio, sono state proiettate immagini di guerra, violenze contemporanee e soprusi appena visti, volti sofferenti, il faccione gaudente e crapulone di Bush. Il riferimento non potrebbe essere più chiaro: l’Antigone parla a noi. Per questo la scelta di costumi militari moderni (Creonte sembra un ufficiale della Gestapo, nostrani indumenti militari anche per Emone e gli altri attori) che contribuiscono a riconfiguare storicamente la tragedia, che infatti potrebbe essere stata scritta appena l’altro ieri. I soli sei attori presenti – Nadia Zanolari (Antigone), Luisa Triacca (Ismene), Luigi Menghini (Creonte), Cassiano Luminati (il corifero), Sabina Paganini (Tiresia) e Marco Menghini (Emone) – hanno saputo farsi carico di più personaggi senza per questo farci rimpiangere un cast più ricco.

Particolarmente riuscite ci sono sembrate le scene corali, in cui i movimenti degli attori apparivano particolarmente fluidi e veicolati dalla stessa componente emozionale, altresì arricchita da un commento musicale sobrio ed efficace e da un gioco di luci ed atmosfere che, sebbene essenziale, contribuiva a dare al racconto una veste quasi espressionista. Nonostante i ricchi momenti concitati, la recitazione è sembrata particolarmente misurata, senza per questo apparire distaccata o formale. I tempi di recitazione seguivano in modo esemplare l’articolazione della vicenda, in un gioco continuo di tensione e distensione che obbligava il pubblico a farsi partecipe delle emozioni e delle ragioni dei vari personaggi. Ma gli attori della Filodrammatica sanno recitare anche col corpo. Movimenti lenti, misurati, quasi danzanti, sguardi languidi stampati su volti che cercavano spasmodicamente la luce (Ismene), o se ne scostavano, oppure rimanevano a mezza strada, quasi a creare mostruose spigolature sulle loro fronti (Creonte).

Ma non possiamo certo osservare l’Antigone con l’astrale distacco con cui si contempla una statua di Prassitele o di Lisippo. Non lo vuole Brecht, non lo vogliono i ragazzi della “filo”, e non lo vuole nemmeno il regista, che carica il finale della tragedia – suaviter in modo, fortiter in re – con un inno alla disubbidienza civile, o meglio, al dovere della disubbidienza. Ed è certamente un inno contemporaneo, un inno che parla al mondo e riguarda tutti noi, la Svizzera e l’Italia, Poschiavo, il mio vicino di casa, e chi ora mi sta leggendo annoiato. Perché questo è un mondo in cui le guerre vengono chiamate missioni di pace, all’interesse collettivo si preferisce l’interesse privato, alla salute pubblica si preferisce il profitto, alla salute pubblica, l’elettrodotto. L’obbedienza, qui, non è più una virtù. Ed è con orgoglio, quindi, che dovremmo alzarci in pedi e unirci al grido dei ragazzi della “filo”. Ebbene sì, anch’io sono Antigone!

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Redatto da Matteo Luigi Piricò – matteo.pirico@tiscali.it