La messa in lingua locale: solo un piccolo passo

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Le conferenze di don Battista Rinaldi a Poschiavo
La sostituzione del latino con la lingua italiana non è stato che un passo. Il celebrante è sempre lassù sull’altare e noi siamo nei banchi…

Da parecchi venerdì, in una cornice di Vecchio Monastero a Poschiavo, don Battista Rinaldi tiene delle interessantissime conferenze e lo fa con tanto entusiasmo e di dottrina sicura che è azzardato aprir bocca in merito, ma tentiamo di dire la nostra.

Notiamo che per le sue profonde osservazioni si basa di un apparente minuscolo e insignificante libretto, ma di regole speciali rivolte non solo al popolo di Dio, ma e in particolare, al clero. Ma noi limitiamoci al nostro spazio per quanto capito. L’argomento va lontano, nientemeno che al Concilio Vaticano II che a dire il vero è molto, molto lontano da noi comuni mortali. Soggetto delle conferenze in atto è la liturgia. Regole allora, nel Concilio, studiate, discusse e proposte in merito, la liturgia che, come dice don Rinaldi, non è un elenco di regole per intrattenere i fedeli e riempire l’anno liturgico, ma è, o dovrebbe essere, l’espressione insieme dei fedeli nei loro rapporti diretti con Dio, loro supremo creatore e padre comune.

Ripeto, argomento molto lontano in quanto da come abbiamo capito, la spinta c’è stata, a suo tempo sull’innovazione liturgica, ma ci siamo fermati a metà. La domenica la santifichiamo con l’andare alla Messa. Non importa se stiamo fuori almeno fin che è finita la predica (anche se era in italiano pure quella) e poi il dire la messa è ufficio del prete. Forse non ci siamo nemmeno arrivati in quello che erano le intenzioni dei Padri della Chiesa del Concilio II in merito.

Infatti per la gente comune l’ostacolo diretto era il latino, che lo capiva solo il celebrante. Il latino è stato eliminato dalla liturgia comune, sostituito con la lingua locale (nel nostro caso l’italiano). Capiamo, se vogliamo capirlo quello che ci dice la chiesa durante le funzioni e quindi siamo a posto. Li ci siamo fermati. Ma secondo don Rinaldi e diciamo l’intenzione del Concilio, non è sufficiente la partecipazione alla liturgia solo perché si capisce la lingua, ma lo scopo è di rendere viva e attiva la partecipazione del popolo di Dio alla liturgia che è un insieme di riti che dovrebbe portare in un contatto diretto – uomo – Dio – che non è qualche cosa di lontano ma è l’insieme delle creature con contatto diretto con il proprio creatore. Quindi, anche nelle direttive pratiche della liturgia, non c’è più il celebrante da una parte e il fedele dall’altra che fa da spettatore, ma è un unico insieme di creature che si rivolgono al loro creatore.


Certo che, anche se espresso in parole povere quanto siamo lontani dalle intenzioni e direttive del Concilio II, dobbiamo riconoscere che la sostituzione del latino con la lingua italiana, nel nostro caso, non è stato che un passo, necessario quanto si vuole, ma non ha portato tanto lontano; il celebrante è sempre lassù sull’altare e noi siamo nei banchi, magari immersi in altri pensieri, ma in pace perché il dire la messa è del celebrante, noi con la partecipazione fisica riteniamo di aver assolto il nostro precetto, il nostro dovere.

Il punto martellante dell’oratore poi è quello del posto di privilegio che ha l’assemblea durante la funzione. Uno spazio quello dell’assemblea che ha la prerogativa assoluta, in unione con il celebrante. Spazio che non deve essere tolto nemmeno dalla pur meritevole cantoria che è bene ci sia, ma non tale da rilegare l’assemblea a semplici ascoltatori. Su questo siamo d’accordo. Che pena anche nelle nostre chiese di montagna quando si assiste alle funzioni e si vede la gente con la bocca chiusa, se pur al suono di canti, musiche eccetera. È nei nostri ricordi quando la gente, in chiesa, cantava a piena voce. Non importa se con un po’ di stonature, ma solo in quel caso (personalmente) recepisco il contatto diretto fra la chiesa terrena (noi comuni mortali) e la chiesa trionfante.

Quindi sì per la cantoria, le musiche, l’organo e così via, ma in comune con l’assemblea. Che questa abbia il suo spazio e non rilegata solo all’ascolto.

Anche se espresso in parole povere, le nostre osservazioni, è quanto cerca di inculcare l’apprezzato oratore. Ci scusiamo se abbiamo osato tanto su un argomento così importante, ma ancora a noi lontano. A noi, che nonostante tutto, crediamo che “credere, amare, servire Dio nel nostro intimo, sia più che sufficiente, mentre la liturgia è proposta di unire i credenti a – credere, amare, servire Dio – nella grande famiglia umana, l’umanità che, Dio, il nostro creatore, tiene nella sua mano.”


Luisa Moraschinelli