In realtà, da parte di Maria Ada

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La fine della Stria Cozza: sesta puntata
Finalmente viene a galla anche la versione dell’accusata, Maria Ada. Ma conterà a qualcosa?

I dialoghi e l’ambientazione degli stessi, come pure i narratori, sono inventati. I fatti raccontati inerenti al processo come pure i nomi delle persone coinvolte nello stesso, al contrario, sono quelli citati e ripresi dagli atti processuali.
Quanto scritto in corsivo rappresenta il testo originale o il suo contenuto. Vedi processo Criminale contro Maria Ada, la Cozza per stregoneria a Poschiavo nel 1753 31.1/29.3 riportato dal Giudice Federale Gaudenzio Olgiati.


 

 

2.2.1753

Maria Ada. Ieri sera, stanca come un asino, mi sono sdraiata sul pagliericcio in camera con le mie sorelle. Faceva un freddo tremendo e non aspettavo che di poter dormire. Durante la notte ho sentito dei rumori e pensavo fossero dei soldati delle Tre Leghe che si spostavano verso Tirano. Invece: hanno bussato alla nostra porta ripetutamente e mi hanno chiamato ad alta voce. Subito si sono svegliate anche le mie sorelle: saltate in piedi sbigottite! Nel cuore di una notte buia e fredda ti arrivano in sette, ti chiedi il perché e non lo sai! Tremavamo non solo dal freddo. Era presente il Podestà Reggente con due assistenti, tre consiglieri e due servitori. Mi hanno detto di essere stata convocata perché accusata dall’Albert Triacha di Campascio, per stregoneria.
Mi si è gelato il sangue e ho pregato tra me e me.
Mi hanno detto che non avevo nulla da temere ma nel frattempo mi hanno fatto andare fino a Poschiavo. Sono finita in uno “stuetto” con della paglia e delle coperte. Mi ci hanno rinchiuso.  La temperatura dentro, era accettabile, ma non ho chiuso occhio per tutta la notte. Ho ricevuto ogni giorno della minestra calda, del pane e un boccale di vino. Mi hanno tenuto lì come una scema, senza sapere nulla di quanto stesse succedendo. Per alcuni giorni. Ho visto solo la guardia che mi portava da mangiare e toglieva il secchio delle mie bisogna: faceva poche parole e mi stava alla larga come se mi temesse o avessi la rogna.
Io, da sola con mille pensieri e fuori dai miei luoghi consciuti!
Ho temuto che andassero a rivangare le storie del “barba” e di altri miei parenti, tutti  giustiziati per stregoneria. Sapevo come andavano a finire queste storie. Tremavo sotto le coperte e aspettavo con grandissima ansia. Mi è venuto un mal di testa terribile, malgrado avessi la coscienza tranquilla.

5.2.1753 Mi hanno detto il perché fossi lì e che non avevo nulla da temere se avessi dichiarato la verità. Nel frattempo però mi hanno chiesto se avevo conosciuto i miei parenti. Dissi di aver conosciuto mio padre, un tantin la madre. Non conobbi l’ava paterna, quella della madre un tantin e appena mi ricordo. Lo zio paterno Giovanni Antonio lo conobbi pure un tantin ma non ho potuto dire di che statura fosse.

7.2.1753 ho dichiarato di avere circa sessanta anni. Ho menzionato che lo zio Giovanni Ada è morto da dieci o dodici anni: credo nel paese di Gonzino in Italia, dove aveva una bottega. Era partito dal paese da oltre venti anni, se non di più, dissi. Non conosco la causa delle sue lunghe assenze da Campascio. Ho riportato di aver sentito da altri che era scappato, perché sarebbe stato in mano della nostra Giustizia la quale lo riteneva uno stregone. Ho pure detto che mia sorella Agnes è andata in Italia, perché qui da noi andava fuori di cervello ma che la stessa è sempre ritornata in sé, sana e vegeta. Ho pure ricordato che mi sembra sia ripartita per l’Italia, dopo il barba.
Mi hanno contestato che l’Agnes partì nello stesso anno del barba. Al che risposi: ”Se mi dessero la morte io non posso dirlo… a mio giudizio è partita 3 o 4 anni dopo.”
Infatti, stavo molto a Cavaione e scendevo a valle solo in autunno per il raccolto, per ritornare quindi in alto fino alle feste di Natale. A Campascio  io ci rimanevo solo fino a marzo e lo zio, in quei periodi, era in Italia.
Ho detto che con le sorelle, di settanta e cinquanta anni, lavoriamo circa dodici stai di fondi. Negli ultimi anni con l’aiuto di una lavorenta. Abbiamo avuto per serva quella figlia delle bugie, cioè la figlia dell’Albert Triacha, Madalena, dell’età, ora, di 15 o 16 anni. La continuo a chiamare “figlia delle bugieper causa che mi ha infamato et levato il honore. Ho menzionato che Madalena, in compagnia di suo padre, raccontò al Signor Curato di Brusio la favola dell’insegnamento. Ho dunque ricordato ai Giudici, di cattive cose, che io non so conto alcuno di cattive cose, tanto come un figlio di cuna.
Mi hanno chiesto cosa mi avesse detto il Curato di Brusio. Ho indicato che lo stesso mi disse che avevo insegnato cattive cose, esortandomi a confidarghe la verità che aveva l’autorità da Monsignor Vescovo e che aveva liberato detta figlia Madalena e che averebbe liberato anche a me. Cosa che non ho accettato perché nulla feci di quanto detto da loro.
Dissi inoltre ai Giudici: “Per altro detta figlia è una bugiarda, che mi aveva messo in disunione con la mia sorella Anna, dicendo ch io gli avo preso la chiave e portato via della robba ma detta mia sorella non ghe lo credeva, perche sapeva che non era vero.“
Ho affermato che dopo un anno al nostro servizio, ne abbiamo avuto abbastanza di questa lavorenta. L’abbiamo dovuta mandar via nonostante l’insistenza di suo padre affinché la tenessimo ancora. Anzi, lui desiderava che la prendessimo come figlia. Noi sorelle Ada però ne avevamo a sufficienza di questa giovane, come pure penso, chi l’ha avuta come serva al Meschino.
Tra l’altro Albert Triacha, un giorno che ci trovavamo sui prati nelle vicinanze di Campascio, mi ha affrontato urlando, infamandomi e dandomi della stria, minacciandomi di volermi rompere la testa. Essendo sola davanti a lui, non ho potuto far altro che lasciarmi insultare. Mi ha inoltre accusato di avergli fatto morire una figlia.
I Giudici mi hanno chiesto del temporale e del fieno marcito a Brusio nel 1750. Dissi che non me ne ricordo.
Ho detto pure che nel 1751 non sono mai stata sui luoghi indicati da Madalena. Seppi solo dal Curato che mi sarei trovata ai Mott del Meschino dove lì, avrei insegnato diavolerie.
Ho voluto tenere presente, che il padre di Madalena ha levato detta figlia su le bugie, le ritroverà poi nell’altro mondo, mentre che gli abbia sempre assistita in dire tali bugie accompagnandola che invece doveva correggerla et ammonirla a dire lo la verità!
Ho dichiarato che la storia della mia presenza a Cavaione in occasione della perdita di una manza, non è vera.
Ho infine supplicato la molto Signoria illustrissima Signor Podestà Regente a lasciarmi uscire dalle carcere et andare a casa mia, assicurando di venire immediatamente alla sua obbiedenza ogniqualvolta sarò addimandata e ricercata e ciò stante il grande dolore di testa che patisco.

16.2.1753 sono stata rimproverata per essermi contraddetta nell’asserire che lo zio fosse partito da più di venti anni, mentre l’Agnes sarebbe partita, a mio dire, tre o quattro anni dopo. Io non so poi niente, malicia non ce n’è!

Quando ho sentito la deposizione di Madalena l’ho contestata. Infatti è circa da S. Michele dell’anno scorso che la figlia del Triacha cominciò, a mia insaputa, ad infamarmi. Le mie sorelle e il Curato, a suo tempo, mi hanno consigliato di tacere perché la notizia non si era sparsa.
Mi hanno contestato il fatto di aver tralasciato di rivelarmi in giudizio. Come dovevo fare se mi sono sempre ritenuta innocente?
Si sono quindi lamentati parecchio a causa delle inesattezze della mia deposizione: dove non v’è malizia non v’è peccato. Dio lo sa Lui, ne io con malizia non dico alcuna bugia.
Sono stata interrogata per i fieni marciti nel 1750 e sulla famiglia Comino e Tuena al Meschino. Mi sono dichiarata innocente.
Ho passato delle giornate terribili. Non mi tengono informata. Giorno e notte sono sotto una coperta nello stuetto con pochi vestiti addosso. Al buio continuo a svegliarmi. Non faccio che pregare. Ho paura. Sento la testa come in una smorza.

27.2.1753 Ho riconfermato la mia deposizione. Sono stata ripetutamente ripresa, per delle contraddizioni in riguardo allo zio Giovanni . Mi sono sentita male!
Ho detto che, dopo la partenza della sorella Agnes, la gente discorreva avesse voluto insegnare qualche cosa di cattivo a un valet, il figlio del fatutto della Rasiga, dandomi d’intendere che fosse cosa di stregoneria. Aggiunsi che Agnes avrebbe imparato detta arte, dal barba.
Sono stata ripresa per le affermazioni riguardanti il padre Triacha, il quale, a mio dire, avrebbe voluto che sua figlia Madalena fosse adottata da noi Ade. Io ho insistito, ho detto la verità!
Ho pure detto ai Giurati che ho appreso che la figlia Triacha avrebbe insegnato la mala arte della stregoneria alla figlia dei Rampa. Mi hanno ammonito: che mi decida a dar Gloria a Dio col palesare la verità e soddisfazione della Giustizia col non tenerla occultata, dovendo coi costituita ben sapere se detta Madalena fosse in stato d’insegnare tal pessima arte di stregheria alla detta figlia Rampa. Si legge infatti, nel processo, che io sarei stata la maestra. Onde una volta di finirla intendendo i l’officio di procedere contro di me non solo coma diffamata ma anche specie perche avrei ammaestrata detta figlia. E così via.  Ho fermamente dichiarato che tutti questi capi d’imputazione addossatomi sono falsi.
Non avendo cognizione di causa, ho espresso il desiderio di avere un procuratore. Mi è stato dato di scegliere tra un Valtellinese, uno di Brusio o di Poschiavo. Ho scelto Carlo Antonio Menghino di Poschiavo perché volevo poter disporre del difensore migliore e capace. Forse lui riuscirà a dimostrare la mia innocenza.
Ho passato ancora dei giorni terribili, rinchiusa nello stuetto.

5.3.1973 Carlo Antonio Menghino mi ha chiesto come mai sia stata così ritrosa a deporre la cognizione d’aver conosciuto mio zio Giovanni. Al che ho risposto: “Perché haveva insegnato l’arte di stregaria a mia sorella Agnes. L’ho inteso a dire.”
Chissà se interverrà a mio favore con le parole giuste.
Mi hanno lasciato sola per altri lunghissimi giorni. Penso alle mie sorelle, non ho più sentito nulla di loro. Come faranno quando la campagna si risveglierà? Come potranno pagare i debiti del processo se per un motivo o l’altro dovessi figurare colpevole?
No Maria, mi dico, non sei colpevole, non hai fatto nulla di male. Sono tutte fantasie di Madalena. I Giurati capiranno.
Se avessi però seguito il consiglio del Parroco Comino e avessi ritrattato con il permesso del Vescovo? Che cosa avrei dovuto ritrattare? Quello che non ho fatto? Mi sembra di diventare matta. Continuo a stringere i pochi denti che ancora ho, per non sentirli tremare.

13.3.1753
Oggi c’è stato il confronto diretto con Madalena. Ho detto che la conosco per gran bugiarda! E ho pregato di poter dire due parole: “Sono stata imprigionata a torto, chi ha cagionato la spesa, dovrà pagarla.”
Da questo momento, io ho una grandissima confusione in testa. Mi sono stati chiesti tantissimi dettagli, molti dei quali, dopo questi anni, non me li ricordo. Tutto per farmi contraddire e più si va avanti con le domande più non ricordo quanto ho detto.
Per finire: Madalena, senza batter ciglio, giura di aver sostenuto la verità. Solo la verità. Mi è stato chiesto se ho sentito la deposizione di Madalena e ho risposto; ”Si che ho inteso: ma di quanto deposto, nulla è vero.”
Sono stata invitata a riflettere da parte dei giudici sul fatto che sarebbe inverosimile che Madalena abbia detto il falso, dopo averle inculcato il preciso suo dovere di non alterare la verità. Fatto che ha pure confermato con il giuramento. Mi dicono inoltre di dar Gloria e dar saggio alla Giustizia … di dire la verità… per non obbligarli a procedere più oltre in conformità di quanto detta la buona ragione.
Vogliono forse torturarmi?
Ho replicato: “Io in questi fatti sono del tutto innocente sia avanti a Dio che avanti alla Giustizia del mondo.”
Mi è stato contestato un dettaglio, una contraddizione inerente il trasporto di fieno tra Zalende e Campascio, rispettivamente sull’orario dello stesso. Ho detto: ”Sul trasporto del fieno dico niente, il rimanente è tutto contesto di bugie.”

A un certo momento hanno chiamato il Signor Podestà Tomaso Bassi come chirurgo. Ha ricevuto l’incarico di valutare la mia salute e se mi riconosce d’età talmente vecchia e decrepita da non poter sopravvivere, nel caso fosse necessario, durante la tortura.  Mi hanno visitato in un luogo appartato, tremavo come una foglia, non osavo guardarlo, io nuda, davanti ad uno sconosciuto. Mi mordevo la lingua per non parlare. Avrei voluto urlare il mio disaccordo, io, abituata a ogni angustia ma non a essere spoglia davanti ad uno sconosciuto. Ho avuto però paura di peggiorare la mia situazione. Mi sono dovuta adattare.
Poco dopo il Podestà Bassi ha dichiarato di non ritrovare in essa donna alcun difetto che le possa cagionare la morte su la tortura nonostante la sua età che crede ben avanzata essendo ben franca e di mente e di corpo. Trova qualche grossezza nella gola che però non stima pericolosa per aver libero il respiro senza impedimento. Ciò attesta e depone secondo la sua cognizione per il giuramento.
Che effetto: ha parlato di me come se fossi una cosa, un oggetto. Non una persona. Mi sono altamente offesa.
Sono stata rimessa nello stuetto per vari giorni. Non riuscivo più a ponderare le cose, persi il senso del tempo. Soffrivo di un grande mal di testa, e le ossa mi dolevano solo al pensare alle cose che magari mi avrebbero fatto. Da sveglia pensavo alle mie sorelle, alla mia vita, a tutte le cose che ho fatto e non, alle calunnie, a quanto ho detto ai giudici. Mi crederanno? Perché mi hanno fatto tutte queste domande?
Non allungavo nemmeno più il collo per vedere le montagne al di fuori del finestrino. Tanto non sono le mie, al Rasigun mi manca, e mi rattristo solamente. Ho cercato di togliermi di dosso la malinconia guardando le ombre e le forme dei nodi nelle assi dello stuetto e immaginarmi forme di facce, persone o animali. Ascolto i topi girare tra le assi del soffitto. Tanto per far passare il tempo. Nella veglia, ho pregato tanto, come mi hanno insegnato da bambina.
È l’unico modo per non pensare avanti. Prego come in una cantilena che mi calma un tantin.

(Da questo momento in avanti, non mi permetterei mai di immaginare cosa potesse passare per la testa di Maria Ada. Le sue dichiarazioni, al contrario, sono quelle riportate negli atti processuali. L’autore – Roberto Nussio) 

(continua)


Nella prossima puntata

I giudici, nel frattempo, ordinano al boia – il maestro di giustizia – di visitare il corpo dell’indagata e di raderlo, come con corpo da torturare va fatto…