La Marianì d’Abriga nascosta nel Vecchio Monastero di Poschiavo

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“Al Giuanantoni e la Marianì”
Tranquilli! Nessun rapimento, è solo una storia che mi è riaffiorata alla mente visitando, in occasione dell’Expo, il Vecchio Monastero delle Agostiniane.

Una esposizione molto bella e ricca di sorprese. Una esposizione con una guida speciale nella persona della Madre Superiore, suor Maurizia che in quel vecchio convento è vissuta, da giovane suora prima che la comunità fosse trasferita nel nuovo Convento di Santa Maria. Ma la cronaca dell’Expo la lascio ai giornalisti locali che sicuramente, oltre che a farla di dovere, la fanno meglio di me.

Veniamo invece al “Giuanantoni e la Marianì” che è il titolo di una mia commedia scritta tanti anni fa. Che c’entra con Poschiavo e con il Vecchio Monastero nel quale in questi giorni sono state concesse porte aperte?

 

Con Poschiavo la commedia c’entra in quanto in quegli anni l’abbiamo portata al Rio. Veramente una commedia rappresentata con successo all’Aprica, ma ripetuta, con – grande fiasco – a Poschiavo (credo che ci sia ancora qualcuno che si ricorda). Un insuccesso a mio parere dovuto a tre motivi: uno perché la commedia dialettale deve essere solo per il paese del dialetto stesso. Per esperienza si sa che, nella commedia dialettale, il pubblico ride a ogni battuta, ma se è in un dialetto forestiero, questa manca, a meno che siano i Legnanesi a recitare, ed è un fallimento garantito. Secondo perché, nella recita di Poschiavo era assente un elemento portante; terzo perché all’Aprica c’era stato tempo e collaborazione per la parte coreografica, mentre a Poschiavo, la compagnia è venuta direttamente dall’Aprica nello stesso pomeriggio della recita e non c’è stato il tempo per creare una atmosfera adatta. Da lì il fiasco che non dimentico.

Vecchi attrezzi della quotidianità nel Vecchio Monastero.

 

Ma veniamo alla nostra Marianì che con il Giuanantoni era la protagonista. Come finì nascosta nel Monastero di Poschiavo, all’ora di clausura?

La storia io l’ho scritta dopo che mi è stata raccontata, per vera, da un personaggio del mio paese, conoscitore di usi, costumi e storie di tempi antichi. La protagonista, una bella e vispa ragazzina di una delle famiglie più in vista del paese. In una contrada vicino, un giovanottone un po’ così così, come si usa dire, ma con tanti marenghi per cui si era permesso di fare la corte alla giovinetta che incontrava ogni giorno sui pascoli comuni del paese e non le dava pace. A questo punto non voglio raccontarvi la trama. Accenno solo che la Marianì finisce nel convento di clausura del Vecchio Monastero di Poschiavo, condotta di nascosto, dall’autoritario padre per allontanarla dal focoso Giuanantoni.

Veramente io, autrice del testo, allora non avevo alcuna conoscenza di Poschiavo. Avevo sentito dire che qui c’era un convento di clausura e quindi dove trovare un posto più sicuro per tener nascosta una ragazza, se non al di là della grata, in un convento lontano dal paese?

Ma si usa dire che il diavolo fa le pentole ma non il coperchio. Vogliamo farla riemergere questa commedia, che non sarà un capolavoro, ma fa parte di storie della nostra terra. Ma solo ad un patto: se sarà il caso, che venga tradotta dal dialetto d’Aprica a quello Poschiavo.

Luisa Moraschinelli

 


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