I grandi predatori mettono in crisi l’attività degli allevatori montani

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Conferenza informativa di venerdì 23 novembre 2012
Questo si evince dall’incontro organizzato dal “Gruppo divulgazione oggettiva grandi predatori” che ha dato spazio alle testimonianze degli allevatori provenienti dal Trentino e dal Piemonte. GUARDA I VIDEO

Il tema affrontato, quello dei grandi predatori che si stanno espandendo sulle Alpi, ha attirato un copioso numero di persone che ha occupato tutti i posti a sedere dell’ex Cinema Rio di Poschiavo. Visto la permanenza in Valle dell’orso M13, i valligiani hanno voluto capire cosa sta succedendo in zone montane frequentate, già da una decina di anni, da predatori come orsi e lupi.

L’incontro è stato condotto dalla moderatrice Lara Boninchi Lopes – ci tiene a precisare – in maniera imparziale. La prima parola è spettata all’avvocato Plinio Pianta (del neogruppo divulgazione oggettiva grandi predatori) che ha esposto la situazione legale elvetica inerente i grandi predatori. Di seguito l’allevatore e alpigiano Otmaro Beti ha espresso tutte le preoccupazioni per le attività di montagna di fronte alla presenza dei grandi predatori: egli ha detto che ci sarà un cambiamento delle abitudini della gente che vive in montagna causato dalla “privazione della libertà” e inoltre ha evidenziato la discrepanza tra i recenti studi di agronomia e zootecnia e il concreto lavoro di chi sta in montagna.

L’ultimo del Gruppo suddetto a prendere la parola è stato l’ex veterinario Hans Russi che ha contestato alcune affermazioni delle precedenti conferenze sulla gestione del bestiame ovino e bovino: per esempio, criticando l’imposizione di greggi più grandi, ha chiarito che esse sono più a rischio di infezioni rispetto a quelle più piccole, le quali verrebbero a sparire sul territorio danneggiando quindi il mantenimento della biodiversità della flora alpina.

L’aspetto dell’inserimento dei grandi predatori, con l’effetto sulle comunità prevalentemente contadine d’alta montagna, è stato spiegato dal prof. Michele Corti (Progetto ProPast Piemonte). La convivenza con questi animali porta a un cambiamento d’abitudine degli abitanti che stanno in montagna, e un mutamento del sistema d’allevamento. Questo significa rovinare i valori tradizionali della pastorizia e “stravolgere il paesaggio che è fatto di manufatti che nel tempo i contadini e i pastori hanno approntato per organizzare le loro attività. Tutto questo valore viene a perdersi”. Le previsioni insomma non sono rosee. La permanenza e l’aumento dei predatori provocherebbe – secondo Corti – la perdita della biodiversità e della cultura dell’alpeggio e un progressivo abbandono della montagna da parte dei pastori e degli agricoltori. In sintesi, l’avvento dei grandi predatori mette in crisi l’attività degli allevatori montani perché subiscono una “perdita di controllo del loro modo di vita” (cit. Urs Breitenmoser).

Le testimonianze degli allevatori chiamati per l’occasione parlano di una convivenza molto problematica con i grandi predatori. Il pubblico ha potuto sentire la storia dell’asinella sbranata di Wanda Moser e la gestione malriuscita dei risarcimenti da parte della Provincia di Trento raccontata da Dario Sandri. Il piemontese Tiziano Aiassa ha spiegato invece come i lupi attacchino il suo bestiame, i traumi fisici e psicologici che subiscono le mucche e la relazione assurdamente problematica con le autorità e con le assicurazioni che non sempre garantiscono i risarcimenti.

Infine, la parola è passata alle persone presenti, le quali hanno espresso tutta la preoccupazione verso il plantigrade che da alcuni mesi gira in Valle. Per la maggior parte il pubblico ha condiviso le opinioni dei relatori, anche se c’è stato un intervento di dissenso riguardo alcune informazioni che sono state comunicate.

Nel complesso la serata è stata di buon gradimento. Gli ospiti italiani hanno apprezzato questa conferenza rivolta alle problematiche sociali degli allevatori di montagna, cosa che – per quanto è stato riferito – non accade in Italia. Nel Belpaese si cerca di sensibilizzare alla convivenza con i predatori, però non si parla del degrado della pastorizia che sta aumentando a causa dell’introduzione di questi animali.

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Serena Visentin Giovanni Ruatti