Un romanzo multiforme

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Acque albule di Massimo Lardi
Nella molteplicità di temi lungo i quali si dipana la narrazione di Acque albule, il lettore si trova via via avvolto in una serie di richiami o di rimandi che afferiscono o alludono a una dimensione altra, materiale e/o morale.

Si impongono, coinvolgenti, soprattutto quattro grandi contrapposizioni, talora internamente articolate in più puntuali alternative. Non per ciò tesi e antitesi sono sempre fra loro incompatibili, tutt’altro: in vari casi, come si vedrà, si realizza o si intravede un equilibrio almeno temporaneo, un legame indubitabile, spesso una superiore sintesi.


1. ROMANZO DI PAESE E ROMANZO DI CITTÀ.

A lungo l’azione si svolge nell’area circoscritta del Paesello. Toponimo, questo, dal suffisso insieme affettivo e diminutivo, che ben s’adatta ad indicare un abitato non più grande d’un villaggio: si tratta, in effetti, di una frazione del Comune di Sopra (Poschiavo) della Valle (Valposchiavo) circondata quasi ovunque da «una chiostra di fieri monti con nevi eterne» (p. 5), terra protetta e seminascosta tra le Alpi. Al microcosmo di paese, che non arriva alle trecento anime, si contrappongono le due città: innanzi tutto Roma, l’Urbe per eccellenza, da circa quarant’anni tornata ai fasti di capitale d’un vasto stato, e poi Catania, gloriosa per antica fondazione e al centro dell’osservazione politica nazionale per le scelte del suo Comune.

Diversa scorre l’esistenza in luoghi così diversamente antropizzati: qui il ritmo e gli interessi sono scanditi dal lavoro dei campi, dalla cura del bestiame, dalla pesca sul lago, sia pure con attività commerciali non secondarie quali le osterie, il forno e specialmente gli alberghi; là si intersecano le vie affollate, le testimonianze storiche, l’inesauribile patrimonio artistico, la teoria dei negozi e la molteplice offerta di servizi, secondo il modello ormai diffuso della località centrale sede del terziario più avanzato e variegato. E tuttavia appaiono più significative le analogie, consistenti nell’impegno lavorativo, nell’unità di intenti di familiari ed amici, nelle speranze in un futuro migliore, nel confronto di idee e proposte, nello sguardo e nel cuore rivolti ai progetti (il sentirsi «gettati in avanti» di Heidegger). Né va taciuta la frequentazione internazionale, ovvia per la Roma centro mondiale della cattolicità, legata all’offerta ambientale e curativa per la frazione in riva al lago.

Del resto vari dei protagonisti sono i romani, migranti valposchiavini che hanno trovato nella Città Eterna opportunità e, non di rado, fortuna. Nel legame che costoro mantengono col suolo natio – le lettere, le rimesse, l’attività edilizia, le strutture commerciali, gli investimenti – si riducono le distanze geografiche e culturali, si saldano il piccolo e il grande, si dà forma a un mondo in cui brilla la stessa differente bellezza.


2. ROMANZO CORALE E ROMANZO DI PROTAGONISTI.

Il racconto privilegia due grandi spazi, grandi – s’intende – per le vicende del romanzo: il Paesello e Roma. Ma ad essi s’accompagna una differenza notevole: in Valle protagonista è il paese stesso, i cui attori sono, certo, i suoi abitanti, ma prima ancora il paesaggio, il lago, gli edifici, l’acqua solforosa. Presa confidenza coi numerosi personaggi e, non senza qualche difficoltà, con le intrecciate relazioni di parentela, il lettore ha la sensazione di vivere nel villaggio, se non come residente almeno come ospite. E così i discorsi all’osteria, la bizzarria di qualche abitante, le speranze, le preoccupazioni, le battute, gli scherzi, i rintocchi della campana divengono parte della sua quotidianità. Peraltro, nella coralità delle voci, numerose come la famiglie dell’epoca e che a volte paiono sovrapporsi e confondersi, un po’ alla volta si stagliano coloro che sono chiamati a ruoli più o meno definiti: Cristiano, garzone prestinaio, il consigliere Antonio, la giovane Margherita figlia di sor Carlo, Bortolo, Cesare, Beniamino, Menico, Carmela, i due maestri Alfonso e Rocco, don Filippo… Ma si tratta appunto degli assolo, sfumati o altisonanti, dei componenti d’un coro ben intonato; e se di tanto in tanto cambia il fondale, mai viene meno l’armonia.

Nella vasta città, al contrario, l’attenzione si focalizza su pochi attori: l’affidabile Cristiano, i suoi fratelli Enrico ed Erminio, il suo datore di lavoro Augusto, un amico toscano. Il fermento urbano è più che altro lo sfondo della vicenda, per quanto a tratti piuttosto ben delineato e sempre presente alla coscienza dei protagonisti. La città è troppo grande, abnorme è il numero dei suoi abitanti perché l’ampio scenario si possa costringere e tratteggiare compiutamente nel raggio d’azione di quel pugno di personaggi, tutti dediti, anche se con diversa convinzione, alla loro occupazione. Il punto di vista, dunque, è sempre quello del valligiano, che peraltro non si spaventa di fronte alla vitalità e alle sollecitazioni del macrocosmo in quanto sa tenere fisso davanti a sé il suo obiettivo. Anche la tentazione socialista viene rapidamente allontanata, come demagogica, all’interno d’una descrizione della festa del 1° maggio, occasione che meriterebbe miglior sorte rispetto a quella che il romanzo le riserva.

Dal nutrito coro di comprimari si staccano Cristiano e Margherita, e la loro “romantica” storia d’amore. E poi Augusto, che svolge impeccabilmente l’importante incarico conferitogli dalla Associazione dei fornai. Vicende, queste due, fortemente antitetiche: tutta privata la prima, difesa dall’esclusività della forma epistolare; pubblica la seconda, che giunge agli onori del Campidoglio. A tessere il filo, forse esile, che le lega è la presenza in entrambe di Cristiano, vero trait-d’union tra la Valle e la Città, tra le ragioni del cuore e la razionalità della produzione.


3. ROMANZO MATERIALE E ROMANZO DI IDEE.

Quasi tutti i maschi sono alle prese con la concretezza improcrastinabile dei bisogni quotidiani, fiduciosi comunque che le scelte individuali e comunitarie potranno alleviare i sacrifici. Nessuno, in verità, si sottrae alle fatiche e agli obblighi; anche le donne imparano presto che la vita è rinuncia e dovere, almeno le molte che non godono dell’invidiabile condizione di moglie o figlie dei romani arricchiti; ma anche queste hanno condiviso gli sforzi diuturni verso il successo, e le ragazze, concentrate sullo studio, imparano che ogni conquista è frutto dell’impegno costante.

L’etica del lavoro – al Paesello come in città – è la cifra generale del romanzo. D’altronde è l’epoca delle grande trasformazioni frutto dell’ingegno e del lavoro: il fiorire delle industrie, l’irradiarsi delle reti ferroviarie, le conoscenze mediche, l’immensa riserva energetica connessa al salto dell’acqua, i trasporti urbani e interurbani. E la coscienza sempre più diffusa che a tutti i lavori, a tutto il lavoro va riconosciuta la più alta dignità. Le realizzazioni della modernità – dalla strade dell’alpe nel Paesello alle ferrovie svizzere e italiane – sono celebrate come tappe miliari e tuttavia provvisorie d’un futuro migliore.

È alla storia materiale che i citoyens, di montagna e di città, continuamente si rapportano, e sulle scelte economiche (il primato della «struttura» marxiana) si concentrano il dibattito e la visione d’insieme, dalle discussioni e dai pronunciamenti dei maschi della Valle al confronto nazionale sulle municipalizzazioni. (Anche in Italia, come in tutta Europa, a decidere col voto erano i maschi: è stata la Finlandia, nel 1906, a riconoscere per prima nel continente il suffragio femminile.)

Le idee suscitano il dibattito e danno spessore alle proposte. Per l’Italia sono gli anni che seguono il terribile ultimo decennio dell’Ottocento, segnato da brutali repressioni, da restrizioni delle libertà, dai colpi d’artiglieria di Bava Beccaris sulla folla milanese (con il corollario dell’uccisione di Umberto I a Monza). I socialisti possono finalmente chiedere e tentare il cambiamento, i sindacati riottengono diritto di cittadinanza, almeno al Centro e al Nord. Le forze popolari, ispirate dal marxismo, credono nella superiorità della proprietà collettiva, e la discussione e la polemica si accendono con i sostenitori della primazia dell’imprenditoria privata. Piccolo (per il momento) proprietario è Augusto, convinto della bontà della dottrina economica classica e dell’esistenza della «mano invisibile» (Adam Smith) che coniuga l’interesse individuale ai vantaggi pubblici.

Il Sindaco di Catania, che si trova nel romanzo dalla parte del torto, è in effetti colpevole almeno di approssimazione; e però trovo difficile che si possa guardare senza simpatia al tentativo di garantire a tutti la razione quotidiana di pane, specialmente dopo le tragedie del ’98 causate dall’improvviso rincaro dei generi di prima necessità, farina in testa. Mi pare impossibile, al contrario, che si possa dar conto senza scandalizzarsi dell’orario di lavoro incivile e disumanizzante cui era sottoposto il personale dei forni (titolari compresi, ma il problema rimane); probabilmente neppure gli schiavi erano costretti a sopportare tanta fatica.

Per i migranti la forte connotazione dell’attività professionale – sicuramente non lon-tana da una vera e propria “religione del lavoro” – induce un conflitto interiore: dove sta la patria? È dove c’è il lavoro o dove risuona l’appello della chiesetta? Il volume non tratta direttamente la questione, ma la sorte di alcuni personaggi la porta in primo piano, lasciando peraltro al lettore il compito di decidersi.

Un altro grande tema si coglie tra le righe: la democrazia è al riparo dagli errori? Certamente no, risponde il romanzo. E lo si vede nella politica del pane municipalizzato, esito d’un progetto sottoposto agli elettori e da costoro approvato, ma non per ciò efficiente e risolutivo. E qualche dubbio resta in seguito al voto popolare dell’Arengo: in tutti i casi la maggioranza può decidere le sorti dei beni comuni?

Nella Prefazione, Giorgio Luzzi muove sapientemente dal doppio, certamente più complementare che antitetico, che percorre tutto il libro: il pane e l’acqua. Sul significato «primariamente concreto, materiale» dei due elementi e su quello simbolico dell’acqua rinvio alle sue lucide parole. Qui desidero segnalare il significato di «acque albule», che si trovano a Tivoli (provincia di Roma): «L’acqua, che ha una colorazione bianca-azzurrina (onde il nome Albulae), contiene gran quantità di carbonato di calcio, anidride carbonica e acido solfidrico; la temperatura, assai costante, è di 23,5°-24°.» (Enciclopedia italiana, 1929)

Mi pare tuttavia non di poco conto ampliare la riflessione culturale anche al pane. Ecco come lo scrittore croato Predrag Matvejević lo collega alla nostra storia e al nostro immaginario: «Pâ-yu indica in sanscrito il custode o il protettore. Alla sua base si trova il verbo pâti, che significa appunto proteggere o conservare. Da questa radice derivano il latino pater, il padre che difende e protegge, e panis, il pane che nutre e preserva. Anche pastor ha la stessa origine, come pascere (: pascolare), pastva (: gregge, in croato) e anche pasta, nonché pisca (: cibo, in russo), e ancora pila (: dolce o salsa) e chissà quanti altri termini. Nella lingua greca classica il verbo paléomai (: nutro) discende dallo stesso ramo indoeuropeo. Jupiter – derivato da Jovis-pater – era per i Romani il padre degli dèi, il nutritore. Parens e parentes sono il genitore e i parenti. Pater ha cambiato la lettera iniziale ed è diventato vater in tedesco, father in inglese, entrando così nelle lingue germaniche e nordiche. I derivati latini e romanzi di pane(m) hanno prodotto le parole composte che stanno a indicare la relazione fra coloro che dividono il pane comune: compagnia, compagno, copain e così via… (in Pane nostro, Garzanti)

Sembra davvero figlio d’una tale interiorizzata concezione il motto «Nell’ordine c’è pa-ne, nel disordine fame» (p. 63), in cui convergono il rispetto dei tempi della natura, l’organizzazione produttiva, l’armonia sociale, le istanze solidaristiche.


4. ROMANZO DI SENTIMENTI E ROMANZO SOCIALE.

Gli affetti accompagnano e incrociano le scelte e l’azione. È la dimensione dell’anima che si rapporta all’esteriorità, alle altre persone e ai fatti della vita. L’ambito privilegiato, il crogiuolo del travaglio sentimentale è indubbiamente il cuore degli innamorati. Dei tre che si sentono palpitare il petto per la bellissima Margherita – Cristiano, Rocco, Alfonso – due sono destinati alla delusione e a un periodo di tormento interiore. Intanto, però, Cristiano e Margherita vivono una stagione del cuore di grandi entusiasmi, per quanto, dopo la reciproca dichiarazione e il bacio che la suggella («Un point rose qu’on met sur l’i du verbe aimer» direbbe Cyrano), la relazione si sostanzia delle lettere scritte e attese con trepidazione.

Per altri, l’opposizione cuore/ragione è lacerante. Il consigliere Antonio, che si batte strenuamente per la difesa del Paesello e del “suo” lago, è abbattuto dalla sconfitta. Lui, che inizialmente ha sostenuto l’ipotesi d’un modesto prelievo idroelettrico, si sente tradito dal Comune e dai cittadini ed imputa a se stesso d’aver tradito i suoi elettori, così che nello sconforto e nel senso di colpa si insinua una profonda e dolorosa depressione.

Dopo che l’Arengo ha approvato l’abbassamento del livello fino a cinque metri e mezzo, coloro che tante speranze hanno cullato per la futura «migliore stazione climatica intermedia» (p. 28) si ricredono. Il direttore dei Bagni e il dottor Zanoni, delusi, vendono le proprietà, e il ricavato soddisfacente porta consolazione. Si dibatte nell’incertezza sor Carlo, che vede i suoi immobili crollare di prezzo e l’attrattività dell’albergo subire un drastico ridimensionamento. La famiglia si pronuncia per l’attaccamento ai beni che già furono dei genitori e dei nonni, ma l’uomo d’affari vede troppo chiaramente il peggio, finché la ragione economica prevale sui ricordi e sugli affetti, ed anch’egli vende alle Forze motrici.

Ma la narrazione, specie nell’ampia parte che si svolge a Roma, entra per la porta principale nei temi sociali. L’Autore propone (e assume?) il punto di vista di Augusto e Crstiano, proprietario il primo, dipendente che “studia da proprietario” il secondo. È la posizione della piccola e media borghesia, identificata come la classe più democratica e progressista, cui s’oppone la demagogia socialista, fomentatrice di disordini e tutt’altro che priva di elementi antisociali (lazzaroni, disonesti, teste calde…). Augusto offre una testimonianza alta del ceto d’appartenenza, in quanto è un cittadino cólto e desideroso di conoscere, appassionato di musica lirica e interessato al patrimonio artistico; nella sua piccola biblioteca è Benjamin Franklin a tenere il posto d’onore. Non meno curioso e desideroso di informazione e cultura è Cristiano, accanito lettore dei quotidiani, aperto alla conoscenza e alla comprensione delle realtà che lo circondano. In lui lo sforzo è addolcito ed enfatizzato dal sentimento, dato che il giovane vuol essere in tutto degno di Margherita, che viene da una famiglia della “buona società”.

Con sapiente soluzione narrativa, Lardi consegna ai due valligiani un ruolo che li colloca nel bel mezzo del confronto su uno temi caldi dell’epoca, la gestione dei forni. All’illusione demagogica e al pressapochismo del capopopolo di Catania, Augusto oppone il lucido pragmatismo e il buon senso del professionista che ha ottenuto successo personale in virtù dell’onestà, della competenza e dell’oculatezza, valori che sono senz’altro il messaggio morale del romanzo.

Il lettore, peraltro, può restar perplesso per alcune affermazioni, come quella dei for-nai che si scandalizzano perché i dipendenti della struttura comunale etnea lavorano “soltanto” duecentocinquanta ore al mese! In quegli anni – è l’età giolittiana – il movimento sindacale ottiene il tetto delle dieci ore giornaliere, mentre per le otto ore, che pure erano già state indicate come obiettivo dalla Seconda Internazionale socialista nel 1889, bisognerà aspettare il biennio rosso, all’indomani della Grande Guerra. Manca ai personaggi la visione sociale e macroeconomica per la quale il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro realizza due benefici fondamentali: da un lato favorisce lo sviluppo, in quanto la domanda interna cresce e dunque stimola il ventaglio di offerta di beni e servizi, e, dall’altro, incoraggia un’esistenza più dignitosa e più rispettosa dell’umano che è in tutti e che non dipende dall’estrazione sociale.

In ogni caso, nel dibattito socio-politico manca qualsiasi posizione chiaramente conservatrice: i panificatori si oppongono alla municipalizzazione del servizio in nome di una maggiore efficienza e di una migliore qualità, gli abitanti del Paesello non accettano l’abnorme prelievo di acqua lacustre a difesa (lungimirante) del paesaggio, della sopravvivenza delle risorgive, del progetto della stazione climatica. Progresso versus progresso, dunque, mai un passato difeso in nome dei “nostri vecchi”, della tradizione, della pericolosità dei cambiamenti («l’ideale dell’ostrica» di Giovanni Verga). Ragioni per le quali colgo nel libro un progressismo prudente ma convinto come nota di fondo dell’animo dell’Autore.


LE ASCENDENZE LETTERARIE.

Acque albule è fondamentalmente un romanzo storico, che si snoda fra il 1898 e il 1903 in due tempi principali: al Paesello tra il maggio e l’ottobre 1898 (capp. 1-5) e poi tra il Paesello, Roma e Catania, con una puntata a Coira, tra la primavera 1902 e la primavera 1903 (capp. 6-28).

La costruzione rivela immediatamente un richiamo al primo dei padri letterari, Alessandro Manzoni. Anche la grande sequenza iniziale de I promessi sposi si svolge tutta al paese di Renzo e Lucia (del quale non è detto il nome ma che gli studiosi hanno identificato in parte come Olate e in parte come Acquate, frazioni di Lecco). Successivamente l’azione si sposta nella capitale (là del Ducato, qui dello Stato), dove il/i pro-tagonista/i si reca/no per (diversa) necessità. Ulteriore coincidenza è proprio il pane, poiché Renzo giunge a Milano il giorno della rivolta di San Martino (1628) e, dopo aver visto per le strade farina e pagnotte, assiste all’assalto al Forno delle Grucce da parte d’una folla che protesta per il rincaro dell’alimento. Oltre tutto, quelle e le successive pagine del romanzo milanese sembrano una sorta di prova storica dell’assunto secondo cui «il disordine è fame». L’Epilogo, sinteticamente proiettato negli anni a venire (prolessi), assomiglia molto alle brevi indicazioni conclusive del testo manzoniano circa la felicità familiare dei due finalmente convolati alle sperate nozze. A Manzoni, poi, si allude direttamente mediante una citazione, sia pure non virgolettata, da Il cinque maggio.

Riveste una specifica funzione un segnale linguistico, una cosiddetta “spia lessicale”: l’ossimoro eufemistico “santo diavolone” (p. 196) è ripreso dai Malavoglia, il prototipo dei romanzi corali della nostra letteratura ottocentesca. Si aggiunga che l’esclamazione vale pure come nota di colore locale, poiché si trova in uno dei capitoli “catanesi” (e Aci Trezza, ambientazione de I Malavoglia, è in provincia di Catania).

Da ultimo, non si può non notare l’abbondante ricorso alle lettere (d’amore), che richiama i primi romanzi settecenteschi (compresi, naturalmente, I dolori del giovane Werther oggetto di studio particolareggiato da parte di Massimo Lardi) e, per l’Italia, il primo grande romanzo, le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo (che proprio nel Werther trovano il loro modello).

 

Tirano, agosto 2013

Ennio Emanuele Galanga