Parole belle, parole brutte e neologismi

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Di Nicoletta Noi-Togni
Questo “tempo” ci ha abituato a tutto in fatto di parole, di espressioni. Da un lato c’è la volontà di fuggire da una certa qual ridondanza, forse anche da una certa qual convenzionalità della forma, dall’altro c’è la spinta fortissima di tecnicità e di efficienza nella comunicazione di una società perennemente in corsa e confrontata con un esigente mondo del lavoro.

Che si esprime a sua volta attingendo a piene mani dall’inglese, oppure non si esprime affatto affidando missive o dialoghi all’elettronica in tutte le sue forme. Giungendo al punto di licenziare impiegati via Internet mentre nella società avviene che, tramite lo stesso medium, le coppie si separino o si insulti il miglior amico. Avviene anche che parole belle, alle quali avevamo assegnato un compito importante e ben preciso, vengano improvvisamente usate in un altro contesto e ci appaiano come coperchi che non corrispondono ai contenitori sui quali vengono posti. Un esempio ne è il termine “allocuzione” che già usato per indicare un discorso solenne o di festa (l’allocuzione dell’imperatore ai pretoriani a Roma, l’allocuzione del Papa ai cardinali, l’allocuzione di Capodanno o per il Natale della Patria del Presidente di uno Stato) oggi viene indifferentemente usato dalla nostra Radio e Televisione per annunciare l’emissione del messaggio di propaganda dei Consiglieri Federali o di Stato cantonali (perché di propaganda generalmente si tratta e non di informazione oggettiva) nel contesto di una votazione che può riguardare il prezzo della vignetta autostradale come l’obbligo della museruola per i cani. Anche se etimologicamente allocutio-onis significa parlare a qualcuno, l’uso non differenziato del termine allocuzione non sembra tener conto dell’enfasi della parola, del significante che dovrebbe essere correlato al significato.

Accanto all’uso improprio delle parole c’è la modifica di parole e concetti ad opera, in certi casi, di enti insospettabili. Come il nome dato al convegno degli insegnanti svizzeri – tenutosi a Lugano con obiettivo la difesa della lingua italiana – “Italiamo”. Ad effetto di curiosità forse con la mutazione di un verbo ma che sarebbe risultato più coretto nella sua forma “Italia amo” come appare sul sito di una Scuola per l’apprendimento dell’italiano della vicina penisola mentre Italiamo corrisponde ad una propaganda Lidl e affini, di prodotti di mercato italiani che, con la difesa della lingua italiana, mi sembra non abbiano nulla a che vedere.

In quanto alle parole decisamente brutte ed anche eticamente deprecabili a dipendenza del contesto nel quale vengono usate, troviamo al primo posto “rottamare”, verbo transitivo che coniato originariamente per la rottamazione meccanica di oggetti vecchi, viene quale neologismo usato per indicare lo svecchiamento di una classe politica. E dato che il rottamare è un’operazione che presuppone l’eliminazione di qualcosa, il rottamare una classe politica presuppone l’eliminazione di persone. Vanto, questa operazione – come sappiamo – di un giovane politico italiano dall’Ego particolarmente penetrante e aggressivo. Altra parola decisamente brutta è “badante”, sostantivo che poggia sul verbo badare, il quale verbo si usava per significare il badare alla casa e ai bambini. Oggi il neologismo “badante” si usa per indicare la persona che cura l’anziano; con ciò equiparando la persona anziana al bambino, alla casa, agli oggetti. Indipendentemente dal suo percorso di vita, da quel patrimonio di atti e esperienze passate che richiede il rispetto della sua dignità. Anche nelle parole.

 

Nicoletta Noi-Togni