I perché dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa

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Un parere da oltre confine sul voto del 9 febbraio
L’opinione di Robi Ronza sull’iniziativa svizzera contro l’immigrazione di massa. Riceviamo dal nostro abbonato Plinio Pianta e pubblichiamo. La Redazione.

Al Dott. Robi Ronza, giornalista milanese (già delegato della Regione Lombardia agli Affari internazionali), accreditato presso diversi quotidiani, è stato chiesto il suo parere sull’argomento sopracitato. Riportiamo, con il suo consenso, quanto egli ha scritto sul Giornale del Popolo dell’11.02.2014.


Che in un mondo ormai globalizzato un Paese con poco meno di 8 milioni di abitanti voglia rinegoziare degli accordi che consentono la libera circolazione delle persone tra il suo territorio e quello della circostante Unione Europea, che di abitanti ne ha quasi 503 milioni, non dovrebbe essere uno scandalo. Tanto più se si considera che in questo Paese gli stranieri regolarmente residenti sono già il 23 per cento della popolazione. Eppure, complice anche una grande quantità di informazioni carenti e confuse, le reazioni in Italia all’esito del referendum svizzero di domenica scorsa (9 febbraio, ndr) sono per lo più di sorpresa e di disagio, di preoccupazione quando non di condanna. Fanno in varia misura eccezione i giornali delle province di frontiera con la Svizzera, dove della vicina Confederazione e dei Cantoni limitrofi e dei loro problemi si ha una conoscenza diretta; e dove chi già lavora in Svizzera è ben consapevole dei diritti che gli vengono riconosciuti. Non appena però ci si allontana dalla zona di frontiera (ma per questo basta già arrivare a Milano e ai suoi organi di stampa di diffusione nazionale) ecco che, con l’aiuto della consueta vagonata di luoghi comuni, ci si comincia a stracciare le vesti dimenticandosi per l’occasione quanti e quali problemi, a causa di un’inadeguata politica dell’immigrazione, provochi in Italia una presenza di immigrati stranieri (5,7 per cento della popolazione complessiva nel 2011) ben inferiore a quella che si registra in Svizzera. Non parliamo poi dei telegiornali a diffusione nazionale prodotti a Roma dove non mancano mai errori e imprecisioni da cui si capisce che chi parla non sa di che cosa stia parlando (ad esempio sul TG2 RAI delle 20,30 dell’altro ieri lunedì un misterioso “Cantone tedesco” dove i “sì” erano stati meno che nel “Cantone italiano”).

Questo episodio sta dimostrando ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la Svizzera deve investire molto di più in una politica di comunicazione “strategica”, ossia orientata a far conoscere al resto dell’Europa, e quindi all’Unione Europea i suoi valori e rispettivamente i suoi problemi. Spiegarsi invece ogni volta su problemi specifici conta poco. Quando si interviene replicando si è già a un passo dalla sconfitta. C’è poi anche da rivedere, a mio avviso, la ricorrente preoccupazione del fatto che la Svizzera è piccola. Israele è più piccolo ancora, ma non sembra che ciò lo induca a particolari cautele.

C’è infine tutto un aspetto dell’eco in Italia e nel resto dell’Unione sulla iniziativa della scorsa domenica (9 febbraio, ndr) che attiene non tanto alla Svizzera, ma all’uso che del suo esito si può fare nell’orizzonte delle ormai imminenti votazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. L’ordine costituito dell’Unione teme che da tali votazioni esca un Parlamento dove i partiti “populisti” e “anti-europeisti” avranno grande spazio. In questa prospettiva si teme che l’esito dell’iniziativa svizzera di domenica scorsa (9 febbraio, ndr) giochi a favore di tali partiti. Uno potrebbe domandarsi come mai, visto il contesto del tutto diverso e i problemi del tutto diversi che sono in gioco in tale sede. Purtroppo però la comunicazione di massa a grande scala è ormai in larga misura un cavallo impazzito che mischia insieme fatti e fenomeni diversi facendo leva su loro punti di contatto anche esigui o puramente formali. Opportunamente… riconfezionato, l’esito della iniziativa svizzera di domenica scorsa (9 febbraio, ndr) viene così fatto entrare nel forno della campagna di discredito preventivo dei possibili vincitori delle prossime votazioni europee. Invece infatti di domandarsi come mai la UE e le sue istituzioni si siano così screditate, invece di fare proposte efficaci per riformarle, il mondo “europeo” ufficiale punta a delegittimare chi potrebbe vincere o comunque giungere ad avere nell’aula di Strasburgo una presenza ineludibile. Ben venga per questo anche il “sì” alla iniziativa svizzera “stop all’immigrazione di massa”. Da questo punto di vista poco male. Finita la campagna elettorale non ci penserà più nessuno.

 

Robi Ronza