Edilizia: il triumvirato continua a colpire

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L’opinione di Poschiavo Viva
318 firme in 2 giorni contro un progetto nei pressi della via Olimpia. 318 cittadini che come i 300 spartani combattono la loro battaglia delle Termopili contro “l’impero politico” e vengono sconfitti.

Sul palo non viene conficcata la testa di Leonida, re di Sparta, ma il principio costituzionale che tutti sono uguali di fronte alla legge (perché qualcuno è più uguale degli altri…). La costruttiva politica poschiavina, che s’impegna per il benessere della popolazione, non si lascia dissuadere. Non supera i condizionamenti ormai genetici, che determinano l’affinità tra i propositi comunali e gli obiettivi (RE)ali. In questo modo, a pochi metri da un edificio residenziale verrà eretto un nuovo immobile, privandolo della luce e della vista, abbassando considerevolmente il suo valore commerciale e degradando la fondamentale configurazione urbana del quartiere.


Procedure strumentalizzate

Le procedure di licenza edilizia sono un contesto sensibile. La complessità legale, la rilevanza storica, urbanistica e architettonica del Borgo, gli obiettivi dei richiedenti e gli interessi del vicinato possono dare origine a situazioni di particolare conflittualità. Il caso in questione illustra pienamente questi aspetti, cui si aggiunge l’ingegno della commissione edilizia nel trascinare di anno in anno le problematiche, passando la palla all’inefficiente servizio monumenti e al discutibile consulente comunale, e l’indifferenza dei politici – il Podestà, responsabile delle relazioni con la commissione, e i membri del Consiglio comunale – che tollerano simili atteggiamenti. Questi processi sono a volte strumentalizzati per ostacolare il richiedente, altre volte per complicare le vicende ed evitare di decidere. Così, il tempo passa, la pressione dei cittadini coinvolti sale e, alla fine, la decisione risulta tutt’altro che congruente. Ma non finisce sempre in questo modo, perché a dipendenza dalle circostanze o dai rapporti particolari, la procedura può rivelarsi abbastanza semplice, sorvolando persino sulla necessità d’interpellare i consulenti.


Lo stravolgimento del quartiere

Anche questa procedura è stata tortuosa, indegna di un’istituzione democratica, e i diretti responsabili dovrebbero essere licenziati seduta stante. Ciononostante, l’approvazione del notevole ampliamento verso il cortile, oltre creare dei problemi rilevanti per l’edificio a nord, risulta considerevolmente conflittuale nei confronti della configurazione urbana, caratterizzata dalla definizione perimetrale dei quartieri e degli spazi urbani interni, ovviamente liberi da costruzioni. Fra l’altro, questi requisiti sono focalizzati anche dal piano generale delle strutture, che rileva correttamente l’importanza di definire i comparti nei confronti delle strade. Infatti, fissa una linea di struttura lungo la via Olimpia e la conservazione dei muri di cinta lungo il vicolo meridionale.

L’intervento approvato, stravolge invece la tipologia urbana originaria, creando due delimitazioni del quartiere: la prima, tramite la nuova costruzione che riformula la demarcazione dell’isolato, occupando il cortile e compromettendo drasticamente la situazione degli edifici posteriori; la seconda, emarginando la fila di case dalla configurazione preesistente. L’architettura e l’inserimento degli edifici nel contesto urbano, che a parole sembrano rivestire una posizione rilevante nella legge edilizia, diventano banali e rinunciabili. In questo modo, le norme legali si svuotano dei contenuti fondamentali e possono essere facilmente accantonate quando serve. Gli inderogabili obiettivi di preservare e riqualificare i nuclei storici si sgretolano tra le macine amministrative e politiche, evidenziando la differenza tra il dire e il fare.

Pertanto, non è necessario applicare il principio legale, che “gli edifici e impianti devono essere architettonicamente ben strutturati e inseriti nel loro ambiente urbanistico e paesaggistico” e quindi i “progetti che non corrispondono alle esigenze di una buona strutturazione, specialmente in merito all’integrazione nel contesto urbano (…) devono essere rielaborati”. Oppure che nella zona nucleo la struttura urbanistica dell’insediamento e la tipologia delle costruzioni esistenti devono essere conservate e completate”. Precisando poi che gli “edifici (…) d’importanza urbanistica e/o storico – architettonica, situati nell’area di protezione, devono essere mantenuti e non possono essere demoliti”. Specialmente quando si danneggiano altri! E tantomeno è necessario attenersi alla prescrizione che i “cambiamenti sostanziali di (…) cortili possono essere autorizzati solo in base a un piano delle strutture di quartiere. Anche questa disposizione, che premette il coinvolgimento iniziale di tutto il vicinato, tutelando gli interessi pubblici e privati, è stata semplicemente ignorata.


Il consulente non può essere contestato, a meno che…

Per il triumvirato Della Vedova, Heiz e Menghini, che ormai da anni stabilisce la rotta politica comunale, il professore-consulente di Zurigo ha sempre ragione. La sua opinione non può essere assolutamente contestata, a meno che degli interessi “prevalenti” o il coinvolgimento personale del “massimo e carismatico” triumviro non impongano altre considerazioni come nel caso dell’Hotel Le Prese. Tutti uguali, appunto… 318 firme contro un progetto privato, distante pochi metri dalle case esistenti, e la degradazione urbanistica di un quartiere non provocano il minimo ripensamento. Mentre le firme e la reazione contro il campo sportivo ai Pradei, un’opera pubblica statuita dalla pianificazione in vigore e ubicata un centinaio di metri dall’ex direttore, risultano un ostacolo insormontabile…

Una straordinaria competenza architettonica, urbanistica e storica, una ferrea conoscenza del territorio, tutto questo consente al professore-consulente d’impegnarsi nella “riqualificazione” dei nostri insediamenti. Perciò, benevolmente raccomandato e assecondato dalla commissione edilizia e dagli autorevoli politici, non si limita a consigliare i responsabili comunali e i richiedenti, ma oltrepassa nettamente il campo ordinario dell’incarico, presentando addirittura dei progetti. E se gli capita di combinare dei fiaschi, mettendo a soqquadro un quartiere o violando le basi legali in vigore, come nel caso dell’ormai memorabile opera muraria in via da l’Uspedal, non c’è motivo di sdegnarsi. Anzi, dobbiamo sentirci onorati che trova il tempo di recarsi ai margini della Svizzera per pochi spiccioli.

Il consulente non assume mai delle responsabilità, nemmeno quando progetta, perché ha solo il compito di esprimere un parere. Se sbaglia non è un problema suo ma nostro: tanto è qui solo poche ore. Proprio per questo motivo, la legge edilizia stabilisce che le sue raccomandazioni (non i progetti) possono (e quindi non devono) essere integrate nelle prescrizioni della licenza edilizia. Chi decide, chi deve giudicare la validità della perizia e posizionarla nel contesto territoriale, legale, sociale e politico pertinente è il Consiglio comunale. Pertanto, non è insignificante che anche l’ultimo intervento progettuale del professore-consulente debba essere contestato apertamente, perché manifesta la sua incapacità culturale di confrontarsi con le caratteristiche urbanistiche e architettoniche del Borgo e la sua inconcepibile indifferenza nei confronti del vicinato. Tantomeno si riduce la responsabilità di chi – per un equivoco opportunismo politico (l’unione pare essenziale per il risultato elettorale…), per insensibilità nei confronti del vicinato e delle preesistenze urbane o per un indebito coinvolgimento personale – lo ha approvato!


I vantaggi dell’unilaterale “convergenza d’interessi”

A cosa serve una legge o degli atti pianificatori, se subiscono gli sfizi o gli interessi particolari, perseguiti dai responsabili amministrativi o politici. All’inizio del quadriennio, Poschiavo Viva aveva contestato apertamente in una mozione la struttura e le attività procedurali della commissione edilizia, sottolineando l’urgenza d’elaborare un regolamento operativo e definire finalmente il ruolo e i criteri di nomina del consulente. Durante tutti questi anni nulla è stato intrapreso, nessun intervento, nessuna conseguenza. Restano soltanto i propositi di un comune alla deriva: le consuete e inconcludenti frasi fatte!

Lo stesso discorso vale per il conflitto d’interessi, che altera in modo sostanziale la percezione e l’adempimento dell’incarico istituzionale. Simili situazioni generano inevitabilmente dipendenze e complicità, apparentemente innocue, che però condizionano e restringono il campo di valutazione, frenano un confronto obiettivo e costruttivo, originando anche i problemi presentati prima, e ostacolano ogni idea, ogni ragionamento alternativo. Le priorità, gli obiettivi concordati dal triumvirato sono fissati, scolpiti nel granito, non esistono ripensamenti e cambiamenti di rotta.

Per questo motivo, lo scopo e il modo di tutelare gli interessi – (RE)ali e affini – mettendo in pratica l’unilaterale “convergenza d’interessi”, difesa quattro anni fa dall’ex direttore, ha ormai un effetto rovinoso. Una gran parte dell’attenzione politica e operativa è rivolta esclusivamente a questa finalità (politica locale e cantonale, pianificazione e rivitalizzazione del Poschiavino, centro tecnologico del legno, energia, opposizione all’interramento della linea d’alta tensione…). Ma i problemi e le circostanze ambigue che ne risultano, sono tutt’altro che irrilevanti. Pertanto, questa “convergenza d’interessi”, equivoca e a senso unico, non può continuare a incarnare il principale obiettivo politico del Comune e tantomeno ci possiamo rassegnare a “una voce poschiavina forte e unita”, irresponsabile e di parte.