Campagna mondiale: stop alla tortura

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Amnesty International
L’attività del gruppo Amnesty International Valposchiavo continua.

Domenica prossima, 14 dicembre, il gruppo A.I. Valposchiavo sarà presente al Mercatino di Natale, che si terrà in piazza di Poschiavo. Amnesty ti chiede un’azione concreta per proteggere cinque persone che hanno subito la tortura. Lo puoi fare sostenendoci e firmando le petizioni. Troverai le lettere già redatte sulla nostra bancarella. Amnesty ha deciso di concentrare la sua azione su quattrro paesi in cui pensiamo di poter cambiare significativamente la situazione: Uzbekistan, Marocco/Sahara Occidentale, Filippine e Nigeria.

Che cos’è la tortura?

“Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani e degradanti.”
(Dichiarazione universale dei diritti umani, articolo 5)

Chi ritiene che la tortura sia una pratica ormai in disuso, è purtroppo molto lontano dalla realtà. Negli ultimi cinque anni Amnesty International ha registrato torture e altri maltrattamenti in 141 paesi. Soltanto nel 2014, 79 paesi hanno praticato la tortura. Cifre scioccanti che non possono lasciare indifferenti.

La tortura è oggi una pratica non solo molto diffusa, ma in parte anche socialmente accettata. Prima del lancio della campagna, Amnesty International ha commissionato un sondaggio all’istituto di ricerche GlobeScan per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tortura in 21 paesi del mondo. Il risultato allarmante è che il 44 per cento delle persone intervistate pensano che, se fossero arrestate nel loro paese, rischierebbero di essere torturate. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura. Ma più di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura potrebbe essere giustificata in determinate circostanze, ad esempio per salvare altre vite.

Ogniqualvolta i governi usano o autorizzano la tortura, nessuno di noi è più al sicuro. Quasi tutti possono esserne vittima, indipendentemente da età, sesso, etnia o opinioni politiche. Generalmente le autorità prima torturano e poi fanno domande. Ma le confessioni estorte sotto tortura sono attendibili? Mike Baker, un’ex agente della CIA, è convinto del contrario: “È possibile far dire qualsiasi cosa a qualsiasi persona, basta che il dolore cessi, ma non si può credere a ciò che dice.”

Con la sua campagna globale “Stop alla tortura”, Amnesty International chiede che ogni persona sia protetta dalla tortura. Nel trentesimo anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, l’organizzazione fa appello ai suoi oltre 50 anni di esperienza per chiedere che i governi rispettino le loro promesse e gli obblighi di diritto internazionale e che il mondo pretenda la fine della tortura.

Il diritto a essere liberi dalla tortura e da altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani e degradanti è di fatto tra i diritti umani più saldamente protetti a livello internazionale. Affermato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, ribadito in strumenti internazionali – come il Patto internazionale per i diritti civili e politici – e regionali, il divieto di tortura viene sancito in una Convenzione ad hoc nel 1984: la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Il divieto di tortura è assoluto, ovvero mai un pubblico ufficiale o una persona che agisca a titolo ufficiale, può infliggere intenzionalmente dolore o sofferenze gravi a un’altra persona anche in situazioni di emergenza, quali una guerra, una catastrofe naturale o creata dall’uomo.

Amnesty International con la sua campagna mondiale chiede che i governi rispettino gli impegni presi e mettano in atto garanzie efficaci per proteggere le persone. Dove le garanzie sono efficacemente attuate, le segnalazioni di tortura diminuiscono notevolmente. Conservare la documentazione ufficiale degli arresti, assicurare alle persone arrestate il diritto di comunicare con le famiglie, rispettare il diritto di accedere a un avvocato sin dall’inizio della detenzione, registrare in video o almeno in audio tutte le sessioni di interrogatorio, queste sono alcune delle garanzie che, se applicate, permetterebbero di ridurre drasticamente i casi di tortura. Ma occorre anche perseguire i torturatori, coloro che si macchiano di reati orribili contro l’integrità delle persone. Troppo spesso queste persone rimangono impunite, continuando a esercitare il loro ruolo ufficiale e perpetrando questa pratica aberrante.

A trent’anni dalla prima campagna di Amnesty sulla tortura, è stato necessario lanciarne un’altra. L’auspicio è che possa essere l’ultima.


Gruppo Amnesty International Valposchiavo