«È un lavoro di nicchia, ma resta un lavoro affascinante»

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La parola ai giovani • Che cosa farò da grande? La ballerina, la restauratrice, l’informatico, il macchinista, l’infermiera, il falegname o il prete missionario. Mille possibilità e altrettanti dubbi su un futuro tutto da disegnare. I giovani collaboratori de IL BERNINA vi fanno entrare, attraverso una serie di interviste pubblicate a scadenze regolari, nel mondo della scelta professionale, invitandovi a partecipare a un dialogo tra coetanei.

Adriana Zanoli

Adriana Zanoli, 27 anni, di Poschiavo, dopo la terza secondaria si sposta a sud, in Ticino, dove per quattro anni frequenta il liceo artistico CSIA a Lugano. Dopo questa prima tappa, Adriana prosegue gli studi ottenendo un bachelor presso la SUPSI, sempre a Lugano. Diploma in tasca e voglia di mettersi al lavoro, la ragazza di Spineo lavora per circa due anni in vari cantieri come conservatrice-restauratrice. Viste le difficoltà nel trovare un lavoro fisso, cerca un’altra soluzione. Oggi, Adriana frequenta il penultimo anno d’apprendistato come decoratrice di interni, direzione tappezzeria, a San Gallo.

Partiamo dall’inizio. Come mai hai scelto di fare la restauratrice?
Volevo fare qualcosa che fosse pratico, manuale, artigianale e che avesse un legame con l’arte. Ma con l’arte costruita, concreta, quella che puoi toccare, come le statue, le costruzioni, gli affreschi. E poi mi interessava la storia, la storia dell’arte. Durante il liceo ho scoperto che c’era la possibilità di fare questa formazione in conservazione e restauro in dipinti murali solo presso la SUPSI a Lugano.

Hai mai avuto dei dubbi sulla tua strada? Non ti sei mai chiesta se fosse davvero la professione giusta per te?
Dopo il primo anno di SUPSI volevo smettere. L’ambiente, molto particolare e concorrenziale, mi stava davvero stretto. Cominciavo a capire che i grandi restauratori con esperienza erano molto gelosi delle proprie conoscenze e del proprio lavoro. Vedevo come il mondo del restauro fosse un mondo fatto troppo spesso di individualisti e la cosa non mi piaceva. La mia più grande paura? La crescente consapevolezza di un futuro poco sicuro e concreto.

Però hai continuato. Che cosa ha prevalso su questa tua paura?
Ha prevalso l’interesse per la materia. Mi piaceva tantissimo e ancora oggi credo che il lavoro di restauratrice sia affascinante e appassionante, ma purtroppo molto, molto di nicchia.

Con il diploma di restauratrice in tasca, ti sei comunque buttata in una nuova formazione; quella di decoratrice di interni. Perché?
Perché dopo tante candidature, altrettante risposte negative, innumerevoli stage non retribuiti, non potevo certo vantare un’ampia esperienza professionale con cui aprire le porte di questo mondo. A malincuore ho dovuto cercarmi qualcosa d’altro per sbarcare il lunario. Se hai fortuna, come restauratrice puoi lavorare sei mesi, magari un anno in un cantiere. Se ti va male, invece, sei impiegata solo per due settimane. Il contratto è molto spesso a cantiere.

Le difficoltà più grandi nel decidere di fare una seconda formazione?
La difficoltà più grande è stata dover accettare di non poter vivere di restauro. Inizialmente l’ho vissuta come una sconfitta personale: non potevo fare il lavoro che volevo, che mi piaceva e in cui credevo. Dovevo ricominciare, e questo a due anni dal conseguimento del diploma.

Ora però ti manca solo un anno all’ottenimento del tuo secondo diploma. Che cosa apprezzi di più della formazione di decoratrice di interni?
Sicuramente il fatto che è una formazione molto pratica e variata: devo saper lavorare con stoffe, cuoio e legno, cucire a mano e a macchina, montare i mobili, usare il trapano, posare pavimenti, lavorare con le colle e allo stesso tempo avere le mani pulite per montare le tende. Ma l’aspetto più importante è forse la combinazione tra questo lavoro e le conoscenze che ho acquisito durante lo studio in restauro. Nonostante siano di nicchia, credo molto in questi mestieri artigianali legati al passato.

E il lato più duro?
Ci sono sempre meno apprendisti e posti di apprendistato. Gli ultimi diplomi per questa formazione saranno rilasciati alla fine del 2016, poi tutto verrà messo in discussione. La mia paura è che questa interessante professione muoia con il passare degli anni.

Che caratteristiche deve avere chi decide di seguire la tua strada?
Piacere per il lavoro manuale e artigianale, per il costruire e il creare. Questa persona deve avere creatività e tanta fantasia e, assolutamente, piacere per la storia. Quando arriva un divano di fine 1800 in atelier, si deve avere il piacere e l’interesse di lavorarlo. Si deve essere consapevoli e rispettosi della sua storia, quella dei suoi materiali e del suo design. Se manca questa componente, è meglio concentrarsi su altri mobili, magri quelli industriali di IKEA o Interio.

Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?
No, non cambierei nulla di quanto ho fatto. Ogni studio, informazione o esperienza, positiva o negativa che sia, è un arricchimento.

E da ultimo, che consiglio dai a chi si trova nella situazione di dover scegliere il proprio futuro?
Di non seguire il gruppo e le tendenze. E soprattutto, di non essere vittima delle pressioni sociali e delle attese di chi ci sta attorno. In fondo, il futuro lo scegliamo per noi stessi.


Foto: Selena Raselli


Elisa Bontognali