Giussani: “Valposchiavo come valle del Trenino Rosso”
IL BERNINA pubblica i discorsi pronunciati a Poschiavo in occasione della festa nazionale del 1° agosto.
Discorso Franco Vassella
Stimati presenti, geschätzte Gäste
Caro signor Giussani
è con grande piacere che vi porgo a nome delle Autorità comunali di Poschiavo, in particolare del podestà Alessandro della Vedova assente perché ospite d’onore a Disentis, il più cordiale benvenuto in questa bella e storica sala in occasione della Festa Nazionale Svizzera. Oltre a farci riflettere sui concetti di Patria e di riflesso di coesione nazionale, il 1° di agosto rappresenta pure l’occasione per tirare un bilancio e guardare avanti, evitando tuttavia di scadere in sentimentalismi, o peggio ancora in esasperati nazionalismi.
Mi rallegro perciò che dopo di me ci sia una persona di cultura proveniente dalla vicina Italia a presentarci le sue impressioni, e siccome la curiosità di sentire cos’ha da raccontarci a proposito del nostro paese Stefano Paolo Giussani è grande, cercherò di essere breve.
Di questi tempi il nostro Comune attraversa momenti di ristrettezza economica; sono tuttavia fiducioso che, con la determinazione tipica della nostra gente, riusciremo a trovare il modo per uscirne a testa alta. Ad esempio vedo di buon occhio gli sforzi in atto per raggiungere l’obiettivo di diventare una vallata al 100% bio – il marchio100% Valposchiavo è già una realtà.
Questi sforzi oltre alla possibilità di veicolare in maniera positiva l’immagine della valle, non da ultimo a livello turistico, credo sia la strada giusta da percorrere; come per ogni vallata alpina prima di copiare modelli esterni – con il rischio di appiattimento che ne consegue – è d’obbligo puntare sulle proprie peculiarità nel tentativo di promuovere uno sviluppo sostenibile, in cui gli aspetti ambientali, economici e sociali siano in equilibrio.
La complessità delle sfide che siamo chiamati ad affrontare a livello locale, ma pure a livello nazionale e continentale, per non parlare di quelle planetarie, è comunque tale per cui non esistono sempre soluzioni semplici o ricette facili come qualcuno vorrebbe suggerire.
Sono però convinto che esiste una soluzione a quasi tutti i problemi ma occorre agire con responsabilità, impegno e serietà.
E’ proprio in questi momenti che dobbiamo rifarci ai valori di cui andiamo giustamente fieri. Penso tra questi ai tre valori già citati: ai principi democratici, alla solidarietà e all’apertura.
Benché la Svizzera non sia l’unico paese a conoscere la democrazia diretta è assodato che il nostro sistema è uno fra i più ampi al mondo. Da cittadini elvetici possiamo fare proposte, come pure respingere le scelte in campo legislativo approvate dal Parlamento.
Mi dà comunque da pensare quando i diritti popolari sono usurpati da chi è alla ricerca del consenso populista.
La via da percorrere è a mio modo di vedere un’altra. Sono infatti convinto che il dialogo e la capacità di trovare dei compromessi, oggigiorno troppo spesso interpretata come una mancanza di coraggio, non vada considerata come un modello superato, ma bensì un modello consolidato per risolvere i problemi.
Venendo alla solidarietà mi preme sottolineare la necessità di curarla costantemente, specie nei momenti in cui sembrerebbe se ne possa fare a meno. Solidarietà tra giovani e anziani, tra regioni diversamente sviluppate dal profilo economico, tra la città e la campagna, tra cantoni poveri e ricchi, tra le aree linguistiche.
A questo proposito guardo con molta preoccupazione ai ripetuti attacchi di cui è vittima a intervalli regolari la lingua italiana in Svizzera, e non fa eccezione nemmeno il nostro Cantone.
Il terzo valore di cui il nostro paese dovrebbe andar fiero è lo spirito di apertura, visto come elemento fondamentale della nostra realtà multiculturale. In particolare la popolazione della nostra valle, da secoli confrontata come poche altre dal fenomeno dell’emigrazione, dovrebbe essere di esempio in questo campo.
La nostra ricchezza culturale è in buona parte frutto dello spirito di persone che dopo aver soggiornato e lavorato in terre lontane sono rientrate in valle arricchite da queste esperienze. In questo senso mi augurerei fosse molto critica nei confronti dei segnali di intolleranza che ad intervalli sempre più regolari inquinano il dibattito politico.
Da cittadino del mondo, mi sento tale in quanto partecipe di ciò che succede intorno a noi, orgoglioso delle proprie radici poschiavine, grigionesi e svizzere auguro a noi tutti responsabilità e lungimiranza nell’affrontare le sfide che ci attendono.
Grazie per l’attenzione e buona festa nazionale!
Discorso Stefano Paolo Giussani
Gentili Cittadine, gentili Cittadini
Amiche e amici della Val Poschiavo
Ringrazio i rappresentanti della Comunità per avermi fatto parte di questa festa, che sento mia non solo perché amante della Svizzera e delle montagne, ma anche perché professionalmente sono cresciuto in Ticino e nella RSI, grazie alla quale ho potuto approfondire la passione giornalistica dei documentari. Però, è vero, vengo dall’esterno della valle e sono nato fuori la Confederazione, anche se in una terra affine come la Lombardia, nell’area culturale e dialettale della bella Val Poschiavo.
Proprio per questo, vorrei usare questa caratteristica per parlarvi da una angolazione un po’ diversa, come in un film quando piazzi la camera in un punto un po’ discosto. La trama rimane la stessa, ma il punto di vista cambia e quindi cambia il modo di vedere.
Ho girato molto le Alpi, dalla Liguria dove la nostra catena montuosa vede il mare, alla Slovenia dove le lingue perdono il ceppo dell’Europa centrale per diventare slave. E ho conosciuto molta gente, dai contadini del comasco, le mie prime montagne, a Reinhold Messner, con cui ho trascorso l’ultima settimana per inaugurare il suo sesto museo.
Posso dire che mai, mai, ho conosciuto una zona delle Alpi come durante i tre mesi in cui mi sono trovato qui in Val Poschiavo quest’inverno, quando con il regista Valerio Scheggia abbiamo girato il documentario sugli uomini della Retica. E con loro, di riflesso, con quelli di Vecellio, Repower, tra i ristoratori, la gente del paese, il meccanico, il benzinaio, il panettiere, fino alle commesse dei negozi dove si faceva la spesa.
Mi sono reso conto di aver cambiato angolazione, di non aver più solo quella di chi conosceva la valle solo per esserci passato in treno. Così mi sono reso conto che qui c’è un mondo diverso. Diverso per almeno 4 motivi:
- Diverso per il territorio. Filmavamo che su al passo da Bruno c’era la bufera di neve mentre a Campocologno si stava in maglietta e al viadotto di Brusio il prato era ancora verde, vivendo almeno tre stagioni in una unica giornata.
- Diverso per la gente. Da quest’inverno ho una famiglia poschiavina nello chalet della stazione e grazie a loro e ai loro ospiti ho capito cosa significa sedersi al tavolo rotondo. Mi sono immerso coi colleghi nelle sere del paese, quando qualche buon bicchiere aiutava a raccontare storie fatte di passione per la terra, dal rispetto quotidiano per la valle alla cura del monte.
- Diverso per la lingua. Il rispetto quotidiano di poco fa che arriva, parlo a titolo personale, alla lingua. Il Pusciavin, questa vostra variazione alpina del ceppo Lombardo, è un piacere da ascoltare, tanto più se parlato anche dai giovani. Noi a valle il dialetto lo stiamo perdendo. Presto rimarrete gli unici a parlarlo. Rimarrete gli unici a difendere un ceppo dialettale italico che ha visto declinare le sue parole da grandi della letteratura come Manzoni e Porta.
- Il mondo poschiavino è diverso per l’atmosfera. Belle cartoline delle Alpi ce ne sono molte. Dal Cervino alle Dolomiti ci sono scorci che tu puoi aver girato il mondo e affermare di non aver visto montagne come queste. E tra le “queste” ci son le nostre – passatemi il termine – della Val Poschiavo, la valle del Trenino Rosso, posti dove dal terrazzo glaciale di Cavaglia o dai boschi della Val di Campo si vive un’atmosfera alpina fatta di colori, suoni, profumi che voi avete così sapientemente mantenuto. Penso alle vedute in stile Giovanni Segantini, ma anche alle migliaia di foto che ogni giorno sono scattate dai finestrini del treno. Ho ben presente che lo avete fatto per un disegno di saggezza che è arrivato dai vostri nonni e da chi prima li ha preceduti. Però permettetemi di dirvi grazie continuando a mantenere questo disegno. Perché arrivando da Zurigo, da Lugano, da Milano, e sedersi su una panchina qui a respirare tra gli alberi ci date la certezza di ritrovare le Alpi come le vorremmo trovare.
Vorrei chiudere con una raccomandazione e un invito ad imbracciare un fucile culturale per difendere un valore. Proprio Messner – vi dicevo prima che ha allestito sei musei per raccontare la sua esperienza sulla relazione uomini e montagne di tutto il mondo – dice che la montagna per sopravvivere ha bisogno del lavoro quotidiano e del turismo.
Facciamo un esperimento. Immaginiamo le Alpi come un’isola circondata da grandi regioni. Immaginate decine di milioni di svizzeri cittadini, francesi, tedeschi, austriaci, italiani che vivono alle porte delle nostre valli. Abbiamo due alternative per procedere. La prima è aprire queste valli per farle conoscere, ma rischieremmo di riempirle di gente non in grado di comprenderle, animali da weekend che vengono, passano e se ne vanno lasciando qui solo i rifiuti. La seconda alternativa è quella di chiuderle. “Fuori tutti” per preservarle allo stato in cui la natura le ha mantenute. La legge dei numeri dice che un sistema così piccolo avrebbe difficoltà a sopravvivere per la carenza di risorse. Sarebbe bello dire che siamo completamente autonomi, ma non è così. La benzina e i pezzi delle auto che usiamo per spostarci arrivano da fuori con prezzi e regolamenti che non decidiamo noi. Gran parte di quel che mangiamo o indossiamo arriva da fuori. Anche i libri o gli oggetti nelle nostre case arrivano da fuori.
Il compromesso è allora quello del turismo intelligente. Abbiamo bisogno di risorse portate da gente che abbia chiaro che qui il visitatore è ben accetto se rispetta le regole. Il mio invito è quello di non farvi scippare un titolo. Il Trenino Rosso è un marchio mondiale di qualità, riconosciuto perfino dall’Unesco. Non trovo giusto che a giovare di questo marchio siano Tirano, che – lo dico da italiano – non è un paese che invoglia certo a fermarsi, o a St. Moritz, che è sempre più un supermarket del lusso di stampo cinese. Sono convinto che se cavalcherete voi valligiani, se cavalcheremo noi giornalisti, il concetto di “Val Poschiavo, la valle del Trenino Rosso” ci sarà un cambio di baricentro. È certo che non interessano le masse che planano in Engadina, e che continueranno ad andarci, però penso sia giusto che combattiate per affermare l’idea che questi binari, che sono tra i più famosi del mondo, prima di arrivare in un divertimentificio, attraversino un luogo incantato che tutti abbiamo interesse a che rimanga tale. E che proprio il suo essere incantato riesca ad attirare turisti di prima classe che generino risorse per mantenerlo tale grazie a cittadini responsabili di prima classe come voi siete.
Sarà questa una battaglia per la quale non sarete soli e, una volta di più, dalla pianura vi diremo grazie!
Vi ringrazio per avere ascoltato una umile voce di pianura e auguro a tutta la Val Poschiavo e a tutti voi un buon primo agosto.