Viticoltori allertati dal cambiamento climatico

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A rischio anche la qualità del vino
(di R. Weitnauer)
La rivista ‘Nature Climate Change’ ha pubblicato, lo scorso 21 marzo, uno studio che potrebbe dimostrarsi di notevole rilevanza per i viticoltori e, in generale, per chi si dedica al business del vino.


Sulla qualità di questa bevanda naturale incidono notoriamente molti fattori, come il tipo di suolo, la gamma di vitigni piantati, la gestione dei vigneti, l’irraggiamento, nonché le tecniche di raccolta e di fermentazione.
Tuttavia, il precipuo momento della raccolta dei grappoli ricopre in questo contesto un ruolo speciale, potendo fare la differenza non solo tra una tipologia di vino e l’altra, ma soprattutto tra un prodotto di qualità e uno scarso. La vendemmia ricade, infatti, in un momento dell’anno che viene influenzato dal clima; e, come tutti sanno, il clima è in evoluzione.

Lo studio scientifico in oggetto si è focalizzato sui dati di vendemmia raccolti su un arco di 407 anni, ovvero dal 1600 al 2007. I ricercatori hanno posto sotto la loro lente di osservazione le vendemmie effettuate in Francia e in Svizzera.
La data della raccolta risulta condizionata da due variabili principali: la temperatura e l’umidità. Il caldo induce i grappoli a maturare prima, mentre le piogge sortiscono l’effetto contrario, ovvero tendono a conservare l’uva più acerba.

Per dare dei numeri, lo studio mostra che se la temperatura media atmosferica nel periodo che copre la primavera e l’estate aumenta di un grado, i viticoltori anticipano la vendemmia di sei giorni. Analogamente, per ogni millimetro in più di precipitazioni in quel periodo la vendemmia risulta ritardata storicamente di 0.07 giorni.
Poiché però l’influenza dell’umidità non dipende solo dalle piogge, ma anche dalla facoltà del terreno di trattenere l’acqua, il viticoltore si rapporta anche al PDSI (Palmer Drought Severity Index). Ebbene, risulta che per ogni punto in più di umidità (o in meno di siccità) nella scala di tale indice il ritardo di vendemmia ammonta a 1.68 giorni.

Questi sono dunque i valori statistici di 400 anni. Le cose stanno però cambiando negli ultimi decenni.
Va intanto osservato che le due variabili, la temperatura e l’umidità, non sono indipendenti. Infatti, è logico aspettarsi che quando sale la prima la seconda diminuisca. La maniera in cui ciò avviene nelle condizioni più estreme ha iniziato a mutare dopo il 1980. Lo ha fatto in grado tale che, oggi, il legame storico tra il ritardo nella vendemmia e il tasso di umidità si è indebolito.
Cosa è dunque successo dopo quell’anno? Il fatto è che in Europa si sono succedute diverse ondate estive di calore. Le temperature apicali registrate in queste fasi hanno scombussolato le carte in tavola, per via delle nuove caratteristiche che si sono portate appresso.

In particolare, si evince che diversi grandi caldi degli ultimi decenni non sono stati affatto accompagnati da intervalli siccitosi. Questa è una condizione nuova, causata dal cambiamento climatico.
A confortare ulteriormente queste considerazioni è la valutazione della qualità dei vini. Ad esempio, se si considerano gli ultimi 100 anni, si può notare come proprio dal 1980 in poi si sia affievolita anche la correlazione tra le misurazioni del livello di siccità del terreno (PDSI) e i punteggi assegnati ai vini Bordeaux e Burgundy.

Per i viticoltori il messaggio dello studio è dunque chiaro: il mutamento climatico in atto sta influendo sui vitigni e le grandi ondate di calore fanno maturare sempre meno l’uva di quanto non ci si attendesse in passato. Bisogna insomma tenere conto di rapporti tra temperatura e umidità in via di trasformazione.

Roberto Weitnauer