La saggezza civile di Giovanni Maranta…

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Mario A. Tempini
Diversamente da Maranta non ho dovuto riflettere a lungo per decidere di rispondere alle sue delucidazioni, pubblicate settimana scorsa sul Grigione Italiano. Anche se non è facile replicare convenientemente al tono che ha usato.

 

Me lo immagino nella sua villetta nei quartieri alti di Coira, seduto su una comoda poltrona, mentre sfoglia il settimanale. Avrà fatto un bel salto, quando ha letto il mio nome, ripercorrendo nella mente gli avvenimenti di una ventina d’anni prima. Ciononostante, aldilà della polemica spicciola (poiché il dottore avvocato tralascia le polemiche “alla Tempini”), si è sentito in dovere, spinto anche dalla deontologia professionale, di sdrammatizzare la situazione, onorando i Poschiavini del suo interessamento.

Enfaticamente invoca i Poschiavini di restare con i piedi per terra, perché, dopo tutto, nonostante il Tribunale federale abbia manifestamente smentito sia il Consiglio comunale sia la Corte cantonale, l’operato del consulente edile si limitava a una plausibile e pratica mediazione. Il fine giustifica i mezzi, anche se in questo modo si reca danno a dei cittadini. Pertanto, non esiste motivo di criticare il consulente e l’autorità comunale, cui spetta il dovere di applicare le leggi in modo coerente e imparziale. Neppure le valutazioni del Tribunale amministrativo sono contestabili, nonostante che in una trentina di pagine (redatte, secondo il dott. Maranta, con la massima cura) abbia distorto i fatti, giungendo a un’acrobatica argomentazione per non dover attuare i principi costituzionali. Probabilmente un avvocato è restio a comprendere che simili avvenimenti possano indignare, siccome, indipendentemente dall’esito, i legali sono i veri vincitori, portando a casa l’onorario. Eppoi, l’applicazione delle leggi dipende dal punto di vista, dall’interpretazione, dalle priorità (politiche)…

Le imprecisioni: un piccolo e irrilevante dettaglio

Maranta ha ragione, il Tribunale amministrativo non ha disatteso ai punti cassati dalla Corte federale, li ha solo travisati. Infatti, citandolo, sono anni che tutte le parti interessate – comune, committente, ufficio monumenti e consulente edile – si adoperano per trovare alternative e soluzioni confacenti per gli interventi edilizi allo stabile no. 120(il fatto che i precedenti progetti non siano stati seguiti dal consulente Märkli e che sia stato incaricato soltanto alcuni mesi prima d’inoltrare la domanda di costruzione, poi approvata dal Consiglio comunale, è un piccolo e irrilevante dettaglio).
(…) Che quindi in una fattispecie come la presente – che necessitava di un certo coordinamento tra autorità comunali e cantonali (riducibili al Servizio monumenti) – degli schizzi, dei piani e delle diciture sui piani siano attribuibili anche all’intervento del consulente edile non può stupire. (…) Alla luce dell’iter che ha preceduto la concreta domanda di costruzione, è indubbio che il consulente abbia seguito il progetto in modo indubbiamente più sostanziale di quanto potrebbe avvenire nell’ambito di un normale procedimento in vista dell’ottenimento di una licenza edilizia. Sarebbe però riduttivo pretendere che il progetto sia stato fin dall’inizio concepito dal consulente edile e che lo stesso avesse allora un interesse diretto alla sua approvazione (come no, il progetto non era stato elaborato dal prof. Märkli e in più era gratuito…).

La Corte grigionese arriva al nocciolo dei diritti costituzionali, scrivendo che poi se consultato, il consulente si esprima a favore di un progetto che segue da anni in collaborazione con l’ufficio monumenti è comprensibile, anche se è parimenti comprensibile la perplessità che tale atteggiamento possa aver suscitato nei ricorrenti. Non va però neppure disatteso che le correzioni e gli spunti apportati dal consulente sui piani sono anche il risultato della sua mediazione propriamente nella veste attribuitagli ufficialmente dal comune. Ne consegue che le censure promosse dagli istanti a questo proposito, anche se comprensibili, non sono atte ad invalidare la licenza edilizia rilasciata.

Ma la mediazione non dovrebbe essere imparziale?

I giudici cantonali alludono alla problematica costituzionale (rilevando con sensibile partecipazione che le perplessità e le censure dei ricorrenti sono tutte comprensibili: sembra quasi di trovarsi da un terapeuta invece di essere davanti a un tribunale), ma poi si concentrano sulla contingenza di sottolineare con senso “pratico” la complessità della procedura, la nobiltà dei motivi del Consiglio comunale e del consulente, che poi hanno portato il caso a Losanna. Infatti, l’attenzione del Tribunale amministrativo non è stata orientata alla questione centrale, se la procedura comunale abbia garantito a tutte le parti coinvolte l’equità e la parità di trattamento, bensì alla giustificazione della parzialità, espressa da quella procedura palesemente anomala. Dunque, la Corte grigionese sostiene che l’operato del consulente e i piani inoltrati con la dicitura “Märkli Architekt” (ritenendoli soltanto delle correzioni e degli spunti apportati dal consulente) siano il plausibile risultato di una “mediazione”. In questo contesto non è irrilevante rimarcare, che il consulente né ha il compito di mediare né di progettare, ma semmai di consigliare il Comune e i richiedenti, preservando gli interessi pubblici, quindi anche le norme legali e i diritti costituzionali. Una sostanziale discrepanza dai contenuti espressi nella sentenza, ciononostante, i giudici cantonali dovrebbero almeno sapere, che il concetto di mediazione premette un’azione esercitata da una persona imparziale per favorire accordi fra altre o per far loro superare i contrasti che le dividono.

In questo caso l’obiettivo della “mediazione” non era ovviamente finalizzato a raggiungere un accordo con le autorità comunali (la commissione edile, che aveva illecitamente designato il consulente e l’autorità edilizia, che lo ha appoggiato anche nell’incarico “ufficiale” d’elaborare il progetto), oppure con i ricorrenti, che nemmeno sono stati interpellati. Tanto meno con il richiedente, che finalmente aveva il sostegno comunale per demolire l’edificio storico e realizzare il progetto, ostacolato nelle procedure precedenti dal Servizio monumenti. L’unico scopo presumibile e logico della “mediazione” era quello di ammorbidire il Servizio monumenti. Ma per quel fine era indispensabile che il prof. Märkli elaborasse il progetto, rinunciando consapevolmente alla premessa d’imparzialità, e partecipasse anche alla procedura d’approvazione? Maranta non spiega queste sintomatiche incongruenze. Come potrebbe? Non conosce i fatti, ha soltanto letto le sentenze, estrapolando sostanzialmente le parafrasi e le dichiarazioni del Tribunale amministrativo che riteneva convenienti. Ciononostante, dalla sua comoda poltrona a Coira ha la presunzione di screditare, chi, come il sottoscritto, ha partecipato attivamente alle cause davanti ai tribunali.

Cosa importa, se alcuni di voi potrebbero subire la stessa sorte?

Il saggio dott. avv. Maranta (ma anche Della Vedova e Castelli che si aggrappano al verdetto come a un’ancora di salvezza, illudendosi di non sprofondare nel marasma delle loro responsabilità) trova nella sentenza della Corte cantonale lo spunto per minimizzare le irregolarità. Poschiavini, restate con i piedi per terra: cosa importa, se l’operato dell’autorità comunale ha recato danno a dei semplici cittadini? Cosa importa, se alcuni di voi potrebbero subire la stessa sorte? Cosa importa, se l’autorità comunale nemmeno conosce le leggi che dovrebbe applicare? Maranta è una persona “pratica”, queste sottigliezze non lo interessano. Preferisce appoggiare ciecamente il potere politico, anche se, in questo modo, non gli resta che perpetrare la disinformazione.

Ma il Tribunale federale non ha avuto un approccio “pratico” come Maranta e i giudici di Coira, poiché deve tutelare i diritti costituzionali dei cittadini. Ha invece deciso di applicare l’art. 29 della Costituzione federale (garanzie procedurali generali) e di stabilire che è altresì incontestato che lo studio di architettura del consulente edile comunale ha pure concretamente partecipato al progetto, elaborando perlomeno una parte dei piani oggetto della domanda di costruzione. Ha quindi strettamente collaborato con il committente, prestandogli una consulenza effettiva e dettagliata (non si trattava, pertanto, di una “mediazione”, come aveva minuziosamente evidenziato il Tribunale amministrativo). Sulla base di queste circostanze, rilevato che l’esperto ha preso parte sia all’elaborazione del progetto sia alla sua approvazione, i ricorrenti potevano legittimamente sospettare che l’esito della procedura della domanda di costruzione non fosse più aperto dinanzi all’Autorità edilizia comunale. In simili circostante, il consulente edile avrebbe dovuto ricusarsi (oppure l’autorità comunale avrebbe dovuto ricusarlo), di modo che la licenza edilizia emanata con la sua partecipazione deve essere annullata.

Restano le censure materiali

Secondo l’autorevole opinione di Maranta, la situazione non è così drammatica, come presentata dal sottoscritto, e può essere risolta entro tempi brevi. Tuttavia, restano ancora le censure materiali, relative all’applicazione della Legge edilizia comunale e dell’Isos. Il Tribunale amministrativo le ha stravolte “en passant”, ma anche in questo contesto la Corte federale, annullando sia la sentenza grigionese sia la licenza edilizia comunale, ha lanciato un segnale. Infatti, ritenuto che la licenza edilizia deve essere annullata già per i motivi esposti, non occorre vagliare le ulteriori censure sollevate. Il loro esame in questa sede è inoltre prematuro, ove si consideri che l’istante potrebbe adottare un diverso progetto o eventuali modifiche nel prosieguo della procedura. Pertanto, se è prematuro, i giudici di Losanna non escludono la necessità di un intervento futuro.

E a questo punto non sarebbe legittimo chiedersi, come sia possibile che la licenza edilizia sia stata annullata per un evidente conflitto d’interessi e la violazione del diritto di essere sentiti? Tantomeno interrogarsi sulle responsabilità politiche e amministrative, sugli atteggiamenti che sono costati al Comune e ai cittadini coinvolti decine di migliaia di franchi?

Il metodo non è cambiato

Dopo tanti anni ci risiamo. Il metodo non è cambiato, un po’ di volgarità e una buona dose di disinformazione. Ovviamente non c’è niente di personale, quando Maranta paragona le mie considerazioni al vomito… Eppure, questo atteggiamento non mi irrita e tantomeno mi intimorisce (non mi aveva intimorito allora, semmai mi sorprende che oggi creda di cavarsela). Ormai sono trascorsi 24 anni dalle prime contestazioni sul Grigione Italiano, iniziate con un mio articolo e la successiva denuncia per diffamazione, inoltrata da Maranta su incarico del Consiglio comunale.

Nel corso della seduta di conciliazione, indetta dalla Procura pubblica, si era cimentato nei suoi soliti sproloqui (che lui, ovviamente, riteneva calzanti e lucidi). Non dimenticherò mai la sua argomentazione per dimostrare che il mio articolo aveva di fatto diffamato i Consiglieri, dichiarando in modo drammatico, che chi intravvede una persona sposata entrare in un bordello e poi si permettesse di pubblicare l’interrogativo, se, in effetti, quel tale avesse copulato e fosse quindi adultero, secondo Maranta, costui si renderebbe colpevole di diffamazione. Inutile descrivere l’imbarazzo dei suoi mandanti, giacché la colorita motivazione, accompagnata da gesticolazioni convulse, non aveva la minima relazione con la questione dibattuta. Tantomeno gli aveva dato credito la Procura pubblica, che dopo alcune settimane aveva decretato l’abbandono dell’istruttoria penale, esponendo che nell’articolo non avevo diffamato, ma bensì posto un quesito lecito di fronte all’evidenza dei fatti.

Altrettanto emozionanti sono state le dispute relative all’introduzione della separazione dei poteri. Nel 1990 il Popolo poschiavino aveva approvato la nuova Costituzione, redatta dal dott. avv. Giovanni Maranta. Nonostante che la Costituzione federale del 1848 si basasse già sul principio della separazione dei poteri, 142 anni più tardi il nostro Comune non era stato in grado d’istituire questo fondamentale principio democratico. Così, l’esecutivo (maggioranza assoluta PDC) partecipava alle decisioni in sede legislativa (maggioranza assoluta PDC) con un quarto dei voti, contribuendo direttamente all’approvazione delle sue stesse proposte. Ogni tentativo di discutere e di analizzare quel sistema reazionario era stato sistematicamente ostacolato e discreditato, pertanto, restava soltanto la possibilità d’esercitare il diritto di iniziativa. Maranta sottolineava anche in quell’occasione la necessità di un avvicinamento “pratico” alla tematica costituzionale (il bene non fa chiasso ed il chiasso non fa bene, come se un po’ di trasparenza e di costituzionalità facesse baccano), attaccando tutto d’un fiato gli ignobili sovversivi e i disfattisti.

In questo senso, la situazione attuale non si distingue più di tanto. Resta la mancanza di trasparenza e una profonda avversione dei poteri politici a rispettare i diritti dei cittadini e ad assumersi le responsabilità.

Tuttavia, devo ringraziarla Maranta, infatti, lo devo a persone come Lei, se ho sviluppato una sana prudenza e un atteggiamento critico nei confronti dei poteri politici.

Mario A. Tempini