L’iniziativa “Prima i nostri” è volutamente semplicistica?

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Foto di Francesco PIRANEO G. (cc 3.0)

L’opinione (di R. Weitnauer)
L’iniziativa UDC ‘Prima i nostri’ votata in Ticino ha avuto un discreto successo col 58% di preferenze e solo 2.3% di astensioni. Sorti opposte ha incontrato il controprogetto del Granconsiglio, fautore di una soluzione più articolata e di più difficile controllo.

 

Certamente, buona parte delle adesioni alla modifica costituzionale del Cantone vanno ricondotte alla chiarezza e alla semplicità con cui l’iniziativa medesima è stata presentata alla popolazione: a parità di qualifiche professionali, il datore di lavoro ticinese deve scegliere sistematicamente il candidato svizzero, non lo straniero (cioè l’italiano). Facile da esprimere, facile da capire, abbastanza facile da controllare; e facile anche da ricordare, persino in caso di fallimento.

Un’opzione protezionistica di questo genere appare tuttavia contraria al liberalismo economico che da tempo sostiene il mercato del lavoro svizzero. Inoltre, i dati ufficiali non sembrano indicare livelli preoccupanti di disoccupazione in Ticino. Non meraviglia che Parlamento cantonale e imprenditori si siano dichiarati contrari. Del resto, si fa presto a rispecchiare la problematica sul nostro territorio: quante attività commerciali o produttive valposchiavine migliorerebbero in una condizione impositiva come quella concepita dall’UDC?

Sarebbe d’altra parte scorretto sostenere che l’UDC abbia inteso fronteggiare un falso problema, stanti i 60’000 frontalieri impiegati in Ticino. Più che per il presente, ciò vale soprattutto in considerazione di eventuali derive occupazionali in futuro. L’impressione di diversi politologi svizzeri è ad ogni modo che la proposta fosse in questo momento decisamente sopra le righe. Di tutto questo si è discusso ampiamente sui media, prima della votazione. Alla fine, è prevalsa la soluzione prospettata dall’UDC; scelta anti-liberale, come si diceva, eppure scelta effettuata dai cittadini, costi quello che costi.

Foto di Francesco PIRANEO G. (cc 3.0)

 

Fin qui è cronaca politica. Viene ora da chiedersi quali siano questi costi e se davvero la popolazione abbia raccolto tutte le informazioni necessarie per rapportarli correttamente ai benefici auspicati. Diciamolo senza ipocrisie: non sarebbe la prima volta che il popolo sbaglia. Viene cioè da chiedersi se non abbia influito sull’esito delle urne l’estrema “semplicità” con cui è stata formulata l’iniziativa. Insomma, la forma, più che le reali implicazioni del contenuto.

Potrà apparire arrogante mettere in dubbio l’interpretazione popolare ticinese, ma è un fatto che nei tempi incerti che viviamo nel contesto europeo ed economico le proposte drastiche e semplici riescono spesso a rassicurare i cittadini; come se esercitassero su di loro un potere taumaturgico che li solleva da ragionamenti complicati. A proposito di Europa, non va dimenticata l’insofferenza strisciante che alcuni ticinesi (e non solo loro) provano nei confronti del traffico pendolare, della libera circolazione e dei bilaterali. È presumibile che l’UDC abbia giocato anche su questo con la sua formulazione chiara e “semplice”.

Ma ecco il punto: si tratta di un’iniziativa semplice o semplicistica? Già, perché la sua reale applicabilità è fin da ora messa seriamente in dubbio. Il Ticino non potrà mai fare di testa propria, violando le attuali regole lavorative nazionali, né pare che Berna possa allegramente disinteressarsi del libero mercato o dei rapporti con l’UE.

Il precedente relativo all’altra “semplice” iniziativa dell’UDC, quella del febbraio 2014, la dice lunga. Abbiamo infatti visto pochi giorni fa che il Consiglio nazionale, evitando operazioni kamikaze, ha infine interpretato il volere del popolo con un quasi-rifiuto: niet ai “semplici” contingenti proposti dall’UDC (salvo per i paesi extra-UE/AELS). E quella era una votazione nazionale. Perché mai Berna dovrebbe stravolgere il proprio punto di vista sulla libera circolazione per un singolo cantone?

Foto di Francesco PIRANEO G. (cc 3.0)

 

Dobbiamo credere che l’UDC non abbia messo in conto tutto questo e, forse, fin dal 2014? Non pare verosimile. Ecco allora come in questi tempi incerti si sta forse trasformando la plurisecolare democrazia diretta svizzera: in uno strumento di propaganda, in un’opportunità per diffondere slogan, in un ariete per sfondare nella comunicazione.
Insomma, si sa che una certa iniziativa sarà di difficile o impossibile applicazione, ma intanto si rastrellano consensi, cioè voti futuri. Una vittoria inespressa, poi, sembra un’ingiustizia che urla vendetta ed è quindi una formidabile strategia di marketing politico. Nel frattempo l’UDC accumula forse munizioni per il gran colpo di bazooka terminale: un referendum sulla stessa libera circolazione.

Per Berna, però, tutte queste votazioni su propositi tanto schietti e popolari, quanto ostici in senso politico e diplomatico, sono solo altrettante gatte da pelare. Il Governo e il Parlamento raramente possono uscirne rafforzati, come già per la storia dei contingenti del 2014. E che dire del popolo che risulta infine ben poco protagonista? Fa dunque bene alla democrazia svizzera che si propongano continuamente questi temi o, per lo meno, che lo si faccia in questo modo “semplice”?

Naturalmente, tutto quanto scritto potrebbe essere solo un pensare male per eccesso di dietrologia. Resta il fatto che le proposte UDC, del tutto lecite e talvolta ampiamente condivise, si stanno dimostrando contrarie alla tradizionale apertura svizzera e, soprattutto, di un semplicismo che stride col contesto complesso in cui dovrebbero essere attuate. Resta anche il fatto che qualunque partito potrebbe fare nelle incerte condizioni odierne un uso strumentale della democrazia diretta. Non è una bella prospettiva, dato che tutto questo ricorso al volere di un popolo intimorito non suona dopotutto molto democratico. Quali sono dunque gli anticorpi? Introdurre un quorum? Pretendere più firme per indire un’iniziativa o un referendum?

Intanto, le reazioni italiane non si sono fatte attendere. Se la lettera carica di invettive inviata dalla sbraitante europarlamentare Lara Comi alle autorità europee per chiedere la sospensione immediata di tutte le relazioni con la Svizzera lascia nel suo folclore emotivo il tempo che trova, più preoccupanti sono le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Gentiloni che paventa difficoltà diplomatiche.

Certo è che dopo la Brexit le condizioni per la Svizzera sono più difficili. Si può ad ogni modo considerare che questi atteggiamenti facciano anch’essi parte del gioco. Insomma: strategie politiche e teoria dei giochi, spesso fondata sui proclami. Sì, anche perché se davvero si passasse ai fatti il danno sarebbe generale: per la Svizzera e per l’Italia.
Lo stesso ambasciatore italiano a Berna, Del Panta, ha ricordato che nel commercio la Svizzera pesa per l’Italia quasi quanto la Cina. Come potrebbe inoltre l’Italia contare con serenità su scambi con l’Europa centrale e del nord, rinunciando ai grandi vantaggi consentiti dal transito attraverso la Svizzera, usando magari la nuova galleria del Gottardo (quella che secondo Renzi è stata realizzata con la collaborazione italiana)? All’Italia non conviene agitare troppo la bandiera della minaccia europea, dato che poi resterebbe sola con i suoi problemi commerciali.

Senz’altro l’UDC sa fin troppo bene come stanno le cose. Da un lato sa che con ogni probabilità le modifiche costituzionali non possono essere accolte, salvo pesanti revisioni da Berna. Dall’altro sa che, almeno al momento, non rischia eccessivamente nel rendersi responsabile di un danno da isolazionismo arrecato al Paese. Quale migliore condizione per fare proseliti attraverso il voto popolare, concepito storicamente per ben altri fini?

Viviamo tempi complicati. L’ondata lunga della globalizzazione riesce a mettere in discussione principi da lungo tempo radicati. Come la storica democrazia diretta in Svizzera.

Roberto Weitnauer