Siamo una famiglia estesa

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Isaia 9.1 – 6
Natale 2016

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:

http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

1 Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce;

su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende.

2 Tu moltiplichi il popolo, tu gli largisci una gran gioia; esso si rallegra in tua presenza come uno si rallegra al tempo della mietitura, come uno esulta quando spartisce il bottino.

3 Infatti il giogo che gravava su di lui, il bastone che gli percoteva il dorso, la verga di chi l’opprimeva tu li spezzi, come nel giorno di Madian.

4 Difatti ogni calzatura portata dal guerriero nella mischia, ogni mantello sporco di sangue, saranno dati alle fiamme, saranno divorati dal fuoco.

5 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace,

6 per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del SIGNORE degli eserciti.

Cara comunità, questo è il periodo delle tavolate familiari. Quando la famiglia allargata ritorna a casa, si riorganizza la sala da pranzo. Quello che era perfetto per due, quattro o sei, non basta più per dieci o quattordici. Se abbiamo bisogno di “estenderci” a pranzo, allora usiamo “estensori” tipo: assi di legno, strati di compensato, porte su cavalletti. A Natale, qualsiasi cosa serve per “allargarsi” alla “famiglia” estesa. La storia terrena di Gesù inizia in una stalla e culmina intorno a una tavola. La stalla aveva una mangiatoia, una “tavola” per mangiare, in cui stava il Cristo nato. Natale ci ricorda che quella tavola è l’unico tavolo saldo dell’umanità. La storia di Gesù con noi si può vedere dal punto di vista di una comunità intorno a una tavola.

Nel nostro testo Isaia ci sono gli appellativi del nuovo re per la nazione di Israele. Non si chiamerà “Annientatore” o “Terminator” o “Giustiziere”. Sebbene la guerra devasti la nazione, l’atteso re divino si chiamerà “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre Eterno, Principe della Pace.” Non sono parole di guerra! Il suo biglietto da visita non dice “vendicatore o castigatore” ma “pace senza fine” con il “diritto e la giustizia”. Dopo secoli, questo “Principe della pace” nasce in questa terra. La promessa non si è realizzata fino a quando tutto fosse perfetto e il Messia potesse essere accolto a braccia aperte, giusto? NO! Invece di un guerriero brutale, il Signore ha scelto che, per il redentore, il percorso perfetto e l’entrata nel mondo avvenissero in un tempo imperfetto. Israele era invaso dai Romani, non aveva un’identità comune e il concetto di popolo eletto era vacillante e labile. Per la narrazione di Luca, l’incanto della storia natalizia sono senza pari, sebbene contrasti con ciò che noi giudichiamo grande e potente, che cambia il mondo e sia onnipotente. La rivoluzione del nome Principe della pace inizia alla mangiatoia, una mensa, e termina alla sua cena.

Luca narra di poveri che lottano per sopravvivere. È una storia di chi vive ai margini e dipende dalla gentilezza e dall’ospitalità altrui. Giuseppe va a Betlemme per ordine delle autorità civili, portando con sé Maria, avanti con la gravidanza, perché forse, è più sicura con lui in viaggio. Eppure, una volta che la coppia arriva a Betlemme e Giuseppe, si presenta alla porta di casa, la sua “famiglia” non ha spazio per loro. Allora, fanno il possibile per “estendere” la tavola e trovare alla coppia un posto per stare al caldo: una stalla, di certo il livello più basso della casa, dove gli animali erano riparati per la notte e il loro calore riscaldava chi dormiva sopra. Le prime tavole che Luca aggiunge sono quelle ruvide di una mangiatoia per animali. Voi conoscete quelle donazioni natalizie per comprare una capra o galline a una famiglia per uscire dalla povertà in qualche parte nel mondo. Anche allora, il benessere familiare dipendeva da quello degli animali allevati. Chi dona per l’acquisto di galline, capre e altro, sa che queste creature fanno la differenza tra un pasto sulla tavola o mendicare per le strade. La mangiatoia che cullava Gesù erano semplici assi di legno incrociati con tavole grezze. Luca aggiunge la prima tavola alla mensa del Signore per una comunione in umili situazioni.

Nel Vangelo, Luca fa notare come Gesù espande le tavole della sua mensa per accogliere tutti. Quella semplice mangiatoia diventa un tavolo espandibile per accogliere ogni umano disposto a stare in una comunità di fede. E più Gesù cammina fra noi, più Luca fa notare come il Signore aggiunga “tavole” alla sua mensa. In primo luogo, abbiamo Giuseppe e Maria e il loro neonato. Maria non ha partorito da sola e Giuseppe non dovrebbe essere stato presente. Le donne della famiglia di Giuseppe avrebbero dovuto aiutarla, secondo le norme. Le leggi rituali prevedevano che le ostetriche prendessero la placenta della puerpera e la seppellissero fuori della città. Qualcuna si sarà aggiunta per aiutare. Poi Luca si sposta sul segmento più indecoroso della popolazione: i pastori. “Nessuna condizione di vita era più disprezzata nel mondo come quella dei pastori” Midrash Salmo 23. Erano esclusi da tutto e tutti, erano sul gradino più basso del “popolo eletto”. Non avevano comunità se non la loro. Un insolito gruppo appare però a questi miscredenti: gli angeli. Questi messaggeri “del Signore si presentarono a loro”, illuminati dalla “gloria del Signore”, “avvolsero di luce” proprio i pastori, questi narratori volgari seduti attorno al fuoco. Il loro invito personale (“questo vi servirà di segno”) però, era indiscutibile e ineludibile: vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà, oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore (2.11). Un’altra tavola aggiunta. I pastori emarginati furono i primi invitati ad adorare alla mangiatoia, la mensa del Salvatore. Gli angeli e i pastori si unirono con gli animali alla tavola per lodare Dio: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra fra tutti gli uomini” (Lc 2,14).

Gesù, il figlio di Dio, nato in una mangiatoia, diventò il migliore ospite e ospitante del mondo. Nel suo ministero terreno, Gesù ha esteso la sua tavola e mangiato ovunque e con chiunque. Questo gli ha sì creato feroci critiche, Gesù però non ha smesso di aggiungere tavolate, addirittura si è rifiutato di avere un “tavolo per bambini” separato, ma li ha accolti a tavola con gli adulti. Tutti dovevano partecipare al banchetto divino, non importava la nazionalità, religione, sesso quale storia avessero, anche se molti rifiutarono. La tavola di Gesù avvolgeva il mondo. Quando ci prepariamo all’invasione della famiglia e degli amici, estendiamo la superficie del nostro tavolo al massimo, sperando di spremere dieci o dodici intorno a un tavolo di otto. Mettiamo tavolini di lato, perpendicolari o paralleli al principale. Lo stesso faceva Gesù, focalizzato su chi stava anche sotto il tavolo. Alla donna siro-fenicia non ha rifiutato di metterla alla mensa divina; nella parabola di Lazzaro e del ricco, mise i poveri a tavola. Egli prendeva quelli “sotto” il tavolo e li metteva a sedere “intorno”. Egli ha esteso la tavola oltre ogni limite. Gesù, infatti, ha insegnato persino che bisogna lasciare la tavola e cercare chi si è smarrito: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una non lascia le 99 nel deserto e va dietro a quella smarrita finché non la ritrova?” (Luca 15.4 – 5). Ogni famiglia è o deve essere una “famiglia allargata”. Le ultime assi di legno nella vita di Gesù, dopo la mangiatoia e le tante tavolate con sconosciuti e peccatori, furono due assi di legno incrociato. La croce che ha messo fine alla sua vita terrena segnò l’inizio alla mensa di fede per ogni umano sulla terra. Il bambino nato in una mangiatoia in Betlemme è diventato chi offre nutrimento sulla croce e il pane della vita.

I primi cristiani non avevano chiese o edifici separati. Il loro unico spazio sacro era la tavola del Signore. I primi seguaci di Gesù si riunivano intorno a un tavolo comune per il culto, la lode e condividevano un pasto. Lo spazio sacro è ovunque ci riuniamo per adorare, lodare e spezzare il pane insieme. Che la vostra tavola di Natale sia uno spazio sacro. Celebriamo chi è intorno al nostro tavolo mentre siamo pronti, senza preavviso, ad aggiungere altre tavole per rendere questo spazio ancora più sacro – mentre continuiamo a essere, come i primi discepoli di Gesù lo erano, come quella prima famiglia lo era, una “famiglia estesa” al prossimo. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa


Pastore Antonio Di Passa