Litanie della vita: la fede cerca comprensione

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1 Corinzi 1.18 – 31
Sermone del 29 gennaio 2017

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:

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18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti».

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31 affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Cara comunità, la storia umana abbonda di luoghi comuni, pregiudizi, credenze e sapienze rivelatesi in seguito sbagliate. Quante informazioni credute per vere si sono rivelate sbagliate! Gli antichi pensavano che la terra fosse piatta e che chi si fosse avventurato oltre l’orizzonte, sarebbe sprofondato… fino a quando qualcuno non è tornato indietro. Si credeva che il “sole girasse intorno alla terra”, fino a quando non è stato dimostrato il contrario. Si diceva che i calabroni non sarebbero stati in grado di volare, almeno secondo uno studio del 1930. Un nuovo studio del 2005 smentisce questa falsa notizia. Ogni tanto ci dobbiamo liberare di “vecchie conoscenze” errate.

Il messaggio paolino alla Chiesa in Corinto vuole rimuovere anche “vecchie credenze”. Al loro posto, l’apostolo annuncia affermazioni di fede in apparenza “pazze”. Paolo innalza la croce di Cristo e la definisce come la firma indubbia dell’opera redentrice di Dio. Questa croce, dichiara, è “pazzia” per chi non vede l’agire e la presenza divina nella vita e nella morte di Gesù il Cristo. Per chi ha fede nel Cristo, invece, la croce è prova della “potenza di Dio”. L’immagine della croce non è più di una condanna a morte ma a vita: Dio “riconcilia” a se l’umanità. Al tempo, la crocifissione era riservata ai peggiori, ai ribelli contro lo stato. Erano picchiati e frustati, poi legati a una trave trasversale. La morte, di solito, era lenta, durava per giorni tra lo scherno degli spettatori. I criminali erano torturati, nel dolore, nudi, umiliati. Raramente sepolti, i loro corpi erano abbandonati agli avvoltoi e ai cani selvatici. È questo scandalo, la croce, che Paolo chiama “potenza di Dio”. Invece di uno strumento di morte oltraggiosa, la croce diventa simbolo di “riconciliazione”. È un messaggio che manda all’aria le comprensioni comuni della potenza divina, della sua missione e messaggio di redenzione per l’umanità. Nel 1. secolo indicare la croce come il segno della potenza divina era pazzia pura. Perché l’ha presentata come il segno potente della riconciliazione divina per noi? I cristiani hanno sempre faticato con il paradosso della potenza divino nell’impotenza e nella debolezza. Va contro i nostri canoni della logica religiosa. Quello che sembra logico e giusto spesso è sbagliato e mortale. L’apostolo Paolo vuole rimuovere le false credenze.

Anselmo d’Aosta (1033-1109) è ritenuto il fondatore della “scolastica”. Nella sua riflessione teologica, la ragione svolge un ruolo di fondamentale importanza: nel rapporto tra ragione e fede, la dimensione della ricerca razionale ha un posto molto rilevante. Anselmo riteneva che il presupposto di ogni sapere dovesse essere la fede nella rivelazione delle sacre scritture, e che, quindi, si dovesse “credere per comprendere” piuttosto che “comprendere per credere”, secondo Isaia 7.9 «se non hai fede, non capirai». Per lui, il fondamento di ogni conoscenza dovrebbe provenire dalla fede e che solo su di essa può innestarsi il lavoro della ragione, volto all’approfondimento e alla comprensione dei dogmi. La “fede in cerca della comprensione”, in latino, “fides quaerens intellectum” divenne la sua definizione del discepolato. Che cosa intendeva Anselmo? Come fa una Chiesa che si definisce “fede in cerca di comprensione” ad abbracciare e innalzare la “pazzia” della croce e celebrare la saggezza divina, “pazzia” al mondo? Bisogna chiarirci sul rapporto tra fede e ragione.

In primo luogo, “Fides”. Nei secoli “fede” è arrivata a essere identificata con il credere in qualcosa convalidato da una prova e da un rigoroso esame. Quando la “fede” è stata compressa poi nel concetto del “tesoro della fede”, in breve, in affermazioni su Dio scritte da istituzioni religiose, ha perso la sua parte più importante: l’individuo in cui questa “fides” risiede. In questo caso, il credente non è più il soggetto di una riflessione di fede, ma il contenitore di una credenza già pensata e impacchettata. È la “fides” vissuta e praticata nella vita di una persona che porta alla “fides quaerens intellectum”. La fede non è un pacchetto d’idee prese a scatola chiusa, ma un’esperienza viva con il Creatore, che ti porta a domande per capire il mondo. Il “fides” di Anselmo non era un groviglio di “credenze” alle quali noi diamo l’assenso, piuttosto, è qualcosa che riceviamo come lascito divino, dato liberamente e ricevuto gratuitamente. Accogliendo questo dono, noi abbracciamo la potenza riconciliatrice di Gesù il Cristo e siamo trascinati in un rapporto vivo con Dio stesso. Per i giudei era assurdo che uno appeso su un legno fosse il Cristo di Dio. Punto. Per i greci, Dio era insensibile ai sentimenti, che lì ci fosse Dio incarnato, era nonsenso. Basta. “Fides” invece è sia una parola di relazione con la presenza viva del Cristo risorto, sia un rapporto con il corpo vivente di Cristo, la comunità di “fides”. “Fides quaerens intellectum” non è mai una ricerca individuale, ma è il lavoro quotidiano della comunità del corpo di Cristo.

In secondo luogo “Intellectum”. La traduzione più comune è “comprensione”. Per noi significa: analizzare, sezionare, scrutare, eliminare tutte le domande. Se questo “intellectum” però è rivolto a una “fides” vivente, non potrà mai essere un compito finito o compiuto, ma è un continuo dispiegarsi, espandersi, un allungarsi, coinvolgendo il credente nell’abbraccio di una ricerca vissuta in “fides”. “Intellectum” non è impostare un elenco di “risposte” definitive ma permettere al nostro rapporto vivo di porre nuove domande, di imparare a imparare, di “comprendere” che ci sono sempre nuovi luoghi per la nostra fede e nuove avventure per la nostra comprensione. Anselmo riponeva grande fiducia nella capacità della ragione di portare avanti con successo questo suo ruolo di chiarificazione e comprensione dei dati di fede, egli giudicava «presunzione non mettere per prima cosa la fede, […] negligenza non fare poi appello alla ragione». Pertanto benché fosse per lui impensabile sottomettere la fede alla logica, riteneva che, fondandosi sulla rivelazione, fosse possibile usare la ragione per approfondire la fede. «La fede in cerca della comprensione» intendeva riaffermare la priorità della fede e, parallelamente, rischiarare i contenuti della rivelazione per mezzo della riflessione razionale, senza che la ragione prendesse il posto della fede e senza che la fede soffocasse la ragione. Il Salmo 1 dice “il principio della sapienza è il timore di Dio”. La ragione per prima mi porterebbe a ricercare i modi, i motivi, i dati, le prove sulla crocifissione di Gesù. La fede mi porta a vedere nella croce il mio Signore dimostrarmi il suo amore immenso che cancella la mia ribellione.

In terzo luogo, “quaerens”. Una vita di ricerca è ciò che Anselmo definisce come “fides alla ricerca di intellectum”. Se però releghiamo questo “cercare” a una qualche noiosa ricerca razionale di routine, pari a un accumulo ordinato di più conoscenza, ci verrebbero a mancare la gioia e l’energia centrali in una vita vissuta in “quaerens intellectum”. I “quaerens” nati dalla “fides” e animati da “intellectum” sono guidati da un desiderio insaziabile di estendere la presenza viva di Cristo nel mio mondo. Come con “fides” e “intellectum”, “la parte decisiva della ricerca di Dio non è la nostra salita verso di lui, ma la discesa di Dio per noi; Il segreto della ricerca risiede nella sua grazia per noi”. Le nostre “quaerens” dovrebbero essere la spinta in noi per ricercare l’amore per Gesù e una più viva “comprensione” per potenziarci e incoraggiarci ogni giorno di questa settimana. O per dirla con parole di Paolo ai Corinzi, la follia della croce: la morte di Gesù riguarda la tua vita e la mia. Non smettere mai di conoscere a fondo le domande della fede.

La storia umana crea e distrugge luoghi comuni e falsi miti. Anche Paolo capovolge l’idea di una divinità lontana e insensibile, in beato isolamento. Da segno di disonore, la croce diventa dimostrazione della potenza e gloria del Dio incarnato che vive fra noi e non scappa da una morte atroce, per dimostrarci il suo amore. Scandalo, pazzia, dice chi non vede in Gesù la riconciliazione divina. Anselmo d’Aosta traccia una via delle Scritture, la “fede in cerca di comprensione”. Se accogli la fede offerta nel Cristo crocefisso, puoi cominciare a comprendere le tue domande di fede, una ricerca interminabile nella gioia del rapporto con il Signore e la sua Chiesa. Il discepolato è sequela di tre doni: della fede, del cercare e della comprensione. Abbandoniamo i luoghi comuni sul Dio giudice terribile distante e violento. Sulla croce vediamo tutta la dolcezza del suo amore incrollabile. Amen.

 

 

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa