Una realtà diversa

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Solitamente, quando si pensa alle vacanze, nella nostra mente appaiono immagini di spiagge dalle acque cristalline, vette innevate o semplicemente una comoda sedia a sdraio. Un periodo di riposo dove non si hanno preoccupazioni e ci si gode il tempo libero. Tuttavia non tutti trascorrono così le loro vacanze. È questo il caso di Fabiana Lardi che ha deciso di trascorrere tre settimane in Kenya, come volontaria in due centri gestiti dall’associazione Cottolengo.

Ad accompagnarla c’era Matteo Lardi. Assieme al cugino è partita per Tuuru, un villaggio del distretto del Meru nel nord del Kenya. In questa zona molto povera, nel 1972, è stato aperto il Cottolengo Tuuru Mission, che è un centro che si occupa di servizi sanitari, riabilitativi e sociali rivolti a tutta la popolazione. Tre settimane impegnative, che però hanno lasciato dei ricordi indelebili, come la giovane poschiavina spiegherà in quest’intervista.

Com’è nata l’idea di fare volontariato?
Già da un po’ di tempo pensavo di partecipare ad un programma di volontariato. È un tema che mi interessa molto e grazie ad una serata organizzata dalla Pro Missioni-Kenya-Tanzania-Ecuador ho ottenuto le informazioni necessarie. Un grande aiuto mi è stato dato da Ivanka Crameri, che ha coordinato il viaggio e mi ha messo in contatto con Don Fiorenzo e Don Giusto che si occupano attivamente del programma.

 

Quali erano i tuoi compiti?
Nel centro di Tuuru, che si trova a circa otto ore da Nairobi, mi occupavo di compiti di carattere medico, come ad esempio vaccinazioni ai bambini, assistenza nei parti, controlli gravidanza, prelievi di sangue etc. Dovevo inoltre occuparmi dei bambini orfani presenti nel centro lavandoli, vestendoli e accudendoli. A Tuuru viene offerto aiuto a persone afflitte da vari problemi di salute quindi il lavoro è molto vario. Inoltre quando mi trovavo in Kenya nel paese c’erano dei disordini di carattere politico, quindi molti ospedali erano chiusi. Di conseguenza molti malati al di fuori dalla regione venivano a cercare assistenza nel nostro centro, aumentando ulteriormente la mole di lavoro. Il centro di Nairobi si occupa invece di bambini affetti dal virus dell’HIV e mi sono occupata di compiti più generici come accudirli, aiutare in cucina o pulire.

 

Che cosa ti ha maggiormente stupito di questo viaggio?
Sicuramente la differenza culturale. La zona di Tuuru è molto povera e piuttosto isolata quindi, fatta eccezione per i volontari del centro, non ci sono molte persone di carnagione chiara nella zona. Le persone ti guardano sempre con curiosità ed i bambini vogliono sempre toccarti la pelle, convinti che sia molto fragile perché bianca. Mi ha colpito molto anche la felicità di queste persone. Dal nostro punto di vista non posseggono nulla ma sono ugualmente felici. Un’altra differenza consiste anche nel fatalismo in cui credono. Accettano qualsiasi evento negativo come volontà di Dio e quindi non si disperano come accade alle nostre latitudini.

 

Ci sono stati dei lati negativi?
Ad essere sincera non ce ne sono stati. Le suore presenti nel centro erano gentili e, se al mattino non ci si svegliava sempre alle 7:30, non era un grande problema. Per il resto basta sapersi adattare. Il cibo è diverso da quello che si mangia qui e non sempre può piacere ma è l’unica cosa disponibile. È capitato inoltre che rimanessimo senza acqua per alcuni giorni ma ci sono sempre delle riserve di acqua piovana quindi si riesce sempre a trovare una soluzione.

I lati negativi veri e propri sono legati alla situazione della popolazione. Malattie facilmente curabili qui in Europa possono essere letali e la speranza di vita è molto bassa. Inoltre le famiglie spesso non hanno abbastanza soldi per comperare delle scarpe hai figli o per garantire loro dei pasti regolari. Vedendo queste cose si prova molta tristezza e si capisce come noi riteniamo importanti delle cose che di perse sono futili.

 

Quali consigli daresti ad una persona che vuole fare un’esperienza simile?
Innanzitutto è necessaria una certa flessibilità, io mi occupavo di compiti di carattere medico dato che da qualche anno lavoro come assistente di studio medico, ma i compiti sono davvero molto vari. Matteo si occupava ad esempio della riparazione di mobili oppure della verniciatura del centro. Un altro aspetto molto importante è quello di conoscere l’inglese o averne perlomeno un’infarinatura. Inoltre bisogna considerare il fatto che le spese per il volo fino a Nairobi sono di tasca propria, mentre il vitto e alloggio vengono offerti dal centro. Penso però che sia un’esperienza molto positiva e la consiglio a tutti.


Daniele Isepponi