Per una cultura di periferia

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Non passa giorno senza che i media riportino notizie di roboanti iniziative culturali. Proliferano festival e rassegne, manifestazioni in buona parte riconducibili al promettente solco del cosiddetto turismo culturale. Beh, come non capire i promotori. Basta analizzare il giro d’affari legato a offerte collaudate come il Festival del cinema di Locarno, oppure il Festival Jazz di Montreux, per intuire il potenziale legato a questo tipo di proposte. E, come se non bastasse, in questa corsa alla ricerca del più e del meglio si inseriscono pure le municipalità o investitori privati, pronti a legarsi a prestigiose firme dell’architettura per erigere templi di rara bellezza. Riehen, Berna, Bilbao, Parigi, New York, e, perché no, pure Coira, hanno visto sorgere nel corso degli ultimi decenni musei in grado da soli di richiamare schiere di interessati.

Ma quali sono i rischi legati a questa spettacolarizzazione? Non sono pochi, ad iniziare dal pericolo che la qualità di una manifestazione venga commisurata alle entrate generate. Nelle schermaglie che hanno preceduto il dibattito parlamentare sulla nuova legge per la promozione della cultura nel nostro Cantone, a più riprese è stato posto l’accento sulle ricadute economiche e sull’importanza strategica di progetti faro per lo sviluppo turistico. Come sembra lontano il periodo in cui essa era frequentemente gestita da artisti e intellettuali di sinistra e come tale sospetta, o quanto meno difficilmente commerciabile. La cultura del XXI secolo, e il nostro Cantone non fa eccezione, è diventata un fattore economico come tanti altri. E proprio in questa logica a soccombere potrebbero essere, come spesso accade, le zone periferiche. Non da ultimo, se pensiamo che negli ultimi decenni si è aggiunta una potentissima offerta tecnologica di strumenti prima impensabili per la condivisione del sapere in ogni angolo del pianeta. Se dietro l’angolo non è difficile scorgere il pericolo di un’omologazione del modo di pensare, e di conseguenza della cultura, è però altresì vero che Internet rappresenta un’occasione di apertura. Come non ricordare a questo proposito il monito formulato già nel lontano 1974 da Pier Paolo Pasolini nei confronti delle cerchie intellettuali – di cui lui stesso faceva parte – le quali tendevano, a suo modo di vedere, a identificare il termine di cultura “con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia”. In tal senso intravvedeva “un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura”.

Una cosa è comunque certa. Oggi, più che mai, è importante impegnarsi a favore della cultura in periferia. Abbiamo tra le mani un’eredità preziosa, ad iniziare dai luoghi e dal territorio dentro ai quali abbiamo la fortuna di crescere. Come spiegare diversamente la presenza in valle di tanti artisti venuti da fuori? Agli Hildesheimer, ai coniugi Wysse e a Rudolf Blaser, sono succeduti Heiner Kielholz e, da ultimi in ordine di tempo, la coppia di artisti Glaser/Kunz. E’ fuori dubbio che qui abbiano trovato la pace e la tranquillità che andavano cercando, ma pure una certa autenticità. Insomma, un po’ come l’orso (mi sia concesso l’accostamento) hanno capito che da noi si sta bene.

L’appello a garantire il proprio apporto affinché una storia di successo abbia una continuazione è rivolto a tutti: ad iniziare dai politici, passando per gli attori a monte della variegata offerta di cui è ricca la nostra valle, per arrivare alla popolazione intera, senza il cui sostegno nulla avrebbe senso. La scuola, dal canto suo, ha già compreso l’importanza della posta in gioco, facendosi promotrice di “Espo-Associazioni”, una piattaforma che a scadenze regolari intende far conoscere e apprezzare a genitori e allievi anche le attività proposte da associazioni di stampo culturale.

Il futuro sta nel coinvolgimento dei giovani.


Moreno Raselli

6 COMMENTI

  1. L’interrogativo sollevato da Guido Lardi è senza dubbio pertinente. L’utilizzo della preposizione “di” è però voluto. In questo modo intendevo creare un distacco tra la cultura di tipo “champagne” in auge nei grossi centri, da quella forse meno appariscente proposta in periferia, ma pur sempre degna di essere definita Cultura.