Una buona caccia è anche una risorsa alimentare

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La caccia è un argomento sul quale si dibatte molto in valle, specialmente in “bettola”. A volte si sente parlare di avventure o aneddoti accaduti ai cacciatori, altre volte il tema può assumere un carattere divisivo, addirittura polemico. Caccia e agricoltura sono anche connessi alla cura del territorio e chi opera in questo settore funge da antenna sullo stato di salute dei nostri boschi e dei pascoli. Sull’onda di queste discussioni, che possono provocare anche forti emozioni, a più di due settimane dalla chiusura della caccia alta «Il Bernina» ha voluto intervistare Arturo Plozza, guardiano della selvaggina a capo del distretto di caccia VIII.2 Valposchiavo.

Secondo l’ispettore cantonale, Georg Brosi, i risultati della caccia alta per il 2017 nei Grigioni sono buoni, se non ottimi. Come è andata in Valposchiavo?

Sulla scorta dei risultati provvisori a nostra conoscenza possiamo senz’altro parlare di una buona caccia.  Al momento i dati a mia disposizione non sono ancora del tutto attendibili perché riguardano gli abbattimenti risultanti dalle statistiche d’abbattimento consegnate in valle. Preciso che si tratta di conoscere il numero degli animali abbattuti sul territorio della Valposchiavo. Non tutte le statistiche rientrano nel mio ufficio e pertanto è possibile che alcuni capi abbattuti da cacciatori, che consegnano la loro statistica in altra sede, verranno ad aggiungersi al numeroso bottino registrato in valle. Per avere i numeri esatti bisognerà attendere fino al 18 ottobre, data in cui ci sarà una riunione di tutti i responsabili del Cantone a Coira e si disporrà delle cifre concrete per ogni regione. Tuttavia i primi dati confermano quelle che erano le buone aspettative in merito al bottino della caccia alta 2017. Gli effettivi erano numericamente buoni grazie anche agli ultimi inverni miti e con poca neve. Gli effettivi degli ungulati mostravano una tendenza all’incremento, tendenza confermata anche dai rilevamenti effettuati in primavera. Buoni effettivi e, altro fattore importante, le condizioni meteo favorevoli durante la caccia hanno contribuito al ricco carniere. Tirando le somme si può affermare che il risultato della caccia al cervo e al capriolo è stato ottimo, mentre per il camoscio buono.

Il numero di capi abbattuti è sufficiente o occorrerà la caccia speciale?

Il piano d’abbattimento del cervo per la Valposchiavo è fissato a 180 capi, rispettivamente al prelievo di 90 animali femmina. Con le prescrizioni e le limitazioni durante l’esercizio della caccia alta questo numero non è, di norma, raggiungibile. La caccia a due fasi prevede proprio questo: un intervento massiccio con la tradizionale caccia alta a settembre e un prelievo di completamento e di correzione qualitativa durante la caccia speciale. Per il momento il prelievo di settembre è stimato circa attorno ai 150 esemplari. È previsto pertanto un secondo intervento con la caccia speciale allo scopo di raggiungere qualitativamente il piano d’abbattimento 2017. Anche i capi di capriolo abbattuti sono stimabili fra 140 e 150, a fronte dei 117 dello scorso anno. Rimane squilibrato l’intervento nei due sessi. Una volta di più si conferma una certa reticenza del cacciatore valposchiavino ad intervenire anche nella categoria delle femmine. Anche nel capriolo è prevista una caccia speciale. Il numero dei capi da abbattere non è ancora conosciuto, ma è da prevedere importante a causa del numero esiguo di femmine abbattute, affinché si raggiunga l’obiettivo generale di un prelievo equilibrato per i due sessi. I camosci abbattuti sono pure stimabili intorno ai 100 capi, cifra analoga a quella dell’anno scorso. Nel camoscio non è previsto un piano di prelievo e pertanto non ci sarà un ulteriore intervento venatorio.

In valle corrono voci che ad alcuni cacciatori i macellai abbiano rifiutato l’acquisto della selvaggina. Pare che in tutti questi casi la carne non fosse per nulla deteriorata. Si tratta di una nuova tendenza da tenere sottocchio?

Fenomeno non nuovo a livello cantonale ma in Valposchiavo, in questa dimensione, una novità. In passato i macellai di valle ritiravano sempre la selvaggina abbattuta che i cacciatori offrivano loro. Quest’anno per la prima volta invece no. I motivi possono essere diversi. Primo fra tutti è certamente la quantità di capi abbattuti in un tempo breve. Il macellaio deve avere lo spazio per conservare la carne e soprattutto una garanzia di smercio. E qui il problema travalica i confini della nostra valle. I potenziali grossi clienti acquistano sempre più carne di selvaggina proveniente dall’estero, dai paesi dell’Europa dell’est, ma persino dalla Nuova Zelanda. I grandi distributori nazionali arrivano quindi a dimezzare i costi d’acquisto. Anche lo smercio di selvaggina verso l’Italia è sensibilmente calato rispetto al passato. Tanta selvaggina sul mercato, poco smercio e prezzi alti hanno indotto le locali macellerie a rifiutare l’acquisto degli animali.

Quali conseguenze potrebbero derivare da una simile tendenza?

La caccia è anche sfruttamento di una risorsa. Come un albero che produce frutta, un effettivo di selvaggina curato e sano ogni anno produce un certo numero di animali. Nel cervo per esempio l’effettivo del Cantone dei Grigioni presenta un incremento annuo di più di 5’000 capi. Premesso che l’obiettivo è di mantenere stabile la consistenza numerica dell’effettivo, ecco che la parte di risorsa “sfruttabile” con la caccia ammonta a 5’000 cervi. Questi devono essere abbattuti per garantire la stabilizzazione di un effettivo sostenibile e adattato. La selvaggina abbattuta è un prodotto locale, biologico e di qualità. Si tratta di garantire che questa risorsa possa essere sfruttata al meglio e che la carne che entra nella filiera del commercio possa essere riconosciuta come prodotto di particolare valore. Il tema va oltre i costi e riguarda anche la qualità degli animali venduti. Dal prossimo anno è previsto un controllo della selvaggina analogo a tutte le carni macellate che entrano nella distribuzione. Non si conoscono ancora i dettagli, ma questa misura permetterà una migliore differenziazione tra animali che soddisfano i criteri dell’igiene della carne o meno.

L’autunno è una stagione per tirare le somme sullo stato della nostra selvaggina, ma non solo. Ci può dire anche qualcosa a proposito della presenza di grandi predatori in valle o nelle regioni limitrofe?

Il tema è certamente ancora aperto. Da noi il picco delle discussioni si è raggiunto con la presenza di M 13. Per quanto concerne il territorio della Valposchiavo nel 2017 non vi è stata alcuna segnalazione di presenza di orso, né di lupo. Ciò non esclude che uno di questi animali sia passato di qui senza che nessuno se ne sia accorto. Per quanto riguarda l’orso è quantomeno improbabile l’arrivo di un plantigrado in questo momento, ad autunno inoltrato, poiché la sua attività è limitata e si prepara ad andare in letargo. Il periodo di maggiore attività e di dispersione è la primavera. L’Ufficio per la caccia segue evidentemente con interesse gli spostamenti, il ritorno e la presenza di orso e lupo; ed è sempre interessato a segnalazioni di osservazioni, tracce o segni di presenza di questi animali.

Com’è la situazione per i cinghiali?

A livello cantonale il cinghiale è presente in bassa Mesolcina, dove quest’anno sono stati abbattuti circa 20 capi. Il cinghiale presente in Mesolcina arriva dal Ticino e dalla Provincia di Como. In Valposchiavo quest’estate vi è stata una segnalazione abbastanza sicura nella zona di Pescia/Li Piani, nel comune di Brusio. Il cinghiale non è stato osservato, ma i segni e i danni alla cotica erbosa sono abbastanza chiari e riconducibili all’azione di un cinghiale.


A cura di Achille Pola