Poschiavini, tutti protestanti

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1922
Lutero illustra le sue 95 tesi appena affisse

Il 31 ottobre del 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero affiggeva le sue 95 tesi alla porta della chiesa di Wittenberg. Se li abbia veramente appesi o solo pubblicati non è chiaro, ma in definitiva quella è la scintilla iniziale di una rivoluzione che ha toccato grandi parti dell’Europa.

Dalle 95 tesi di Lutero all’elezione di don Witold: gli effetti del rinnovamento religioso del Cinquecento sulla società di valle

Quello di Lutero era un gesto rivoluzionario contro l’ordine costituito, un’espressione di rivolta individuale. Il cristiano, afferma Lutero è libero, non deve pagare le indulgenze per andare in paradiso, perché la grazia divina è data da Cristo; non bisogna confessarsi da un prete, perché grazie alle scritture ognuno ha un contatto diretto con Dio. E ancora: ognuno è responsabile delle proprie azioni nella vita, non si delega nulla.

Gli articoli di Ilanz
Pochi anni dopo, nel 1524, i deputati dei comuni retici siglano a Ilanz un documento che si riallaccia a questa protesta. Gli articoli di lagnanza grigioni non si occupano di grandi questioni teologiche, anzi, i termini sono molto concreti. In prima linea si richiama il clero del tempo all’ordine, una cosa allora per niente scontata. Fra i punti centrali: un prete deve risiedere nel villaggio e occuparsi della sua comunità, non limitarsi a presentarsi saltuariamente per incassare le decime.

Due anni dopo, nel 1526, si va più avanti: le comunità possono scegliere autonomamente il loro prete (o, se desiderato, anche un pastore), il potere temporale del vescovo di Coira viene così ulteriormente limitato. Questo rafforza l’autonomia comunale e apre le porte alla diffusione della Riforma nei Grigioni, ma il processo avviene gradualmente.

Anche in Valposchiavo gli articoli di Ilanz vengono applicati. Nel 1531 il sacerdote di Brusio Agostino de Meda viene destituito. Nel documento tutti i capi famiglia concordano che la situazione è insostenibile, «in primis quod non est residens ad curam animarum … item quod fuit et est publicus concubinarius». Il prete, insomma, abitava in Valtellina e – ancora peggio – viveva pubblicamente in concubinato. I brusiesi eleggono quindi un nuovo sacerdote di loro gradimento.

Nel 1542, poi, il Comune di valle riscatta gli ultimi privilegi vescovili, la giustizia, l’amministrazione, la caccia, i boschi e quant’altro diventano comunali. La massima autorità, il Podestà, non è più nominata dal vescovo di Coira, ma dall’assemblea dei capifamiglia.

Auch Ilanz in der Surselva und die erste Stadt am Rhein, darf sich künftig «Reformationsstadt Europas» nennen. (Bild: Ilanz Tourismus) Immagine da: www.ref.ch

Da protestanti a riformati
È in questa fase di separazione fra potere temporale e spirituale che si concretizza la frattura confessionale. In valle arrivano dei profughi che per le loro idee sono perseguitati in Italia. Sono persone colte, ex vescovi come Pier Paolo Vergerio, o ex abati come Giulio della Rovere, il primo «ministro dell’evangelio» di Poschiavo. Se possono rimanere e predicare è perché c’è chi li ascolta e chi li ospita.

Il notabile Dolfino Landolfi apre addirittura una tipografia che pubblica i loro scritti facendo di Poschiavo una sorta di piattaforma di scambi clandestini delle nuove idee teologiche.

Possiamo immaginare che per molti poschiavini il sentire leggere la Bibbia per la prima volta in italiano fosse davvero cosa rivoluzionaria; niente incenso e latino, niente più mistero, solo parola. Ma solo una parte della popolazione fa il passo oltre la protesta iniziale, aderendo veramente alla nuova Chiesa, quella che si definisce “riformata”.

Abbandonare la tradizione non è mai facile e inoltre anche la Chiesa cattolica reagisce alle critiche e si rinnova. Il Concilio di Trento dà le risposte che molti attendevano, soprattutto per quel che riguarda la disciplina dei sacerdoti.

Nella seconda metà del Cinquecento si arriva quindi alla spaccatura: da un canto c’è una maggioranza, che ritrova la fiducia nella via indicata da Roma, e dall’altra una minoranza che segue la via del rinnovamento.

La nascita delle comunità evangeliche
Dal 1560 circa si costituiscono due comunità, una a Brusio e una al Borgo. Ambedue sono guidate da un collegio di dodici anziani e diaconi, come descritto negli atti degli apostoli. Il loro predicatore non è più l’esclusivo dispensatore dei sacramenti, ma un mediatore e un maestro della parola.

Si abolisce la messa e con lei l’ostia, la funzione si chiama culto. La liturgia rimane invariata, come fissata nel terzo secolo dopo Cristo, eppure sembra irriconoscibile: l’elemento centrale è la predica, la cena torna ad essere composta da pane e vino, un gesto razionale «in memoria di me» e non transustanziazione.

Come nel comune politico, nella comunità evangelica tutto è organizzato a livello locale. I poveri vengono aiutati con una cassa centrale e secondo le necessità, ma solo dopo attento esame: si aiuta chi è malato, chi non può lavorare e chi ha poca terra e molti figli. Non si accettano quindi più i mendicanti per scelta, molto numerosi nel Medioevo, ma solo chi non ha colpa della sua povertà. Il taglio con la tradizione gerarchica e centralista del cattolicesimo non poteva essere più profondo. Nel giro di una generazione, i protestanti del primo Cinquecento sono diventati riformati.

I “protestanti” cattolici
Eppure anche nel cattolicesimo locale rimangono degli elementi di questa stagione storica che ha forgiato la Svizzera moderna. Ininterrottamente dal Cinquecento non sono più i sacerdoti a gestire da soli i beni ecclesiastici, ma anche i laici hanno voce in capitolo. Pure alla nomina dei sacerdoti concorre la comunità. Cosa che rimane inedita (e spesso incomprensibile) nel resto della cattolicità romana.

L’ultimo esempio è la successione del prevosto di San Vittore del 2013. Il vescovo Vitus Huonder voleva ristrutturare le parrocchie, ricorrendo alla sua autorità definita nel diritto canonico. Ma a spuntarla è stata la comunità che – retaggio del rinnovamento religioso del Cinquecento – ha fatto valere i suoi antichi diritti e imposto il suo candidato, don Witold Kopec.

Lo diceva anche l’ex segretario della Conferenza episcopale svizzera Roland Trauffer: «I cattolici svizzeri sono un po’ protestanti». E a questi possiamo aggiungere a pieno titolo anche i cattolici valposchiavini.


Ulteriori informazioni:
L’articolo dedicato agli articoli di Ilanz nel Dizionario storico Svizzero:
http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I17173.php

La trascrizione di Arno Lanfranchi dei documenti cinquecenteschi di Brusio sul sito della Società Storica:
http://www.ssvp.ch/index.php/it/materiali/cronologia/eta-moderna

Il documentario di SRF dedicato all’etica protestante e il lavoro in cui si parla anche di Poschiavo, trasmesso il 1° novembre 2017:
https://www.srf.ch/play/tv/dok/video/gott-arbeit-geld—wie-die-reformation-die-wirtschaft-spaltete?id=78c4cf50-1dc3-4fbc-b178-e64746280d4b


Daniele Papacella

5 COMMENTI

  1. Gentile Daniele,
    non voglio entrare nel merito delle osservazioni che le ha rivolto Graziano e delle risposte dategli. Perché, se è vero che ci sia uno sguardo da parte riformata e uno differente dalla parte cattolica romana della Riforma, io mi sono lasciato interrogare dai contenuti storici e da alcuni episodi riferiti nel suo scritto. Non voglio analizzarli uno ad uno, ma prendo il primo, di cui ho studiato, e l’ultimo citato, di cui sono testimone oculare.
    Il primo: fu Martin Lutero ad affiggere le sue “95 tesi”? Gli studi dell’ultimo mezzo secolo mi pare siano concordi nell’affermare che l’affissione non avvenne come sempre raccontata. E se questa avvenne, casomai, fu ad opera di alcuni studenti del monaco agostiniano.
    A tal proposito, pochi giorni fa mi è capitato di leggere un articoletto (http://www.ilpost.it/2017/10/31/lutero-95-tesi/), che riferisce anche di quanto, ovviamente come figlio del suo tempo, Lutero credesse nel “potere” del Papa, cui imputava, assieme all’opera del Demonio, la causa della stitichezza di cui soffriva.
    Non voglio sembrare irriverente. E allora, anche perché non ho competenze approfondite in materia di storia locale – anche se non ho mancato di leggere parecchio quando arrivai a Poschiavo –, passo all’ultimo fatto storico citato: l’elezione dell’attuale prevosto di Poschiavo, don Witold Kopec. Non è vero che questi sia stato il “candidato” della comunità. La Parrocchia cattolica romana di San Vittore Mauro, dopo che questi era stato presentato dal Vescovo, lo ha accolto per un periodo iniziale di un anno come vicario, quindi un secondo anno come amministratore parrocchiale, infine lo ha eletto parroco prevosto. La volontà e l’autorità del Vescovo, che ha il compito di guidare pastoralmente i fedeli della Diocesi, in quel caso si è incontrata con quella della comunità. Che prima aveva fatto presenti delle proprie aspettative. Che il Vescovo ha accolto finché rientravano entro le competenze dei fedeli. E qui non vanno confuse quelle che riguardano l’ambito amministrativo ed economico e quelle che riguardano l’ambito delle attività pastorali, che sono ben distinte. Le prime sono compito dei consigli di chiesa, le seconde di pertinenza dei sacerdoti – ed eventualmente dei laici chiamati a collaborare con loro –, che non rispondono su queste alla comunità, bensì al Vescovo. Il Diritto canonico vale, per fortuna, anche in Svizzera.
    Cercare di fare sillogismi per far emergere come protestanti i cattolici poschiavini, se da un lato può essere divertente, dall’altro fa emergere una poca conoscenza del funzionamento attuale della Chiesa cattolica. E di questo mi dispiaccio.

    • Stimato signor Gianoli

      Nella seconda frase del mio contributo ho scritto: “Se (Lutero) li abbia veramente appesi o solo pubblicati non è chiaro”. Lei precisa che non è chiaro, anzi ci sono testimonianze diverse. La ringrazio per la precisazione.

      Anche sulla nomina del prevosto non vedo vere discrepanze: la comunità ha cercato un sacerdote e il vescovo lo ha nominato. Ma in un primo tempo il vescovo prevedeva di ridurre il numero di sacerdoti in valle, senza nominarne uno nuovo. I media locali e cantonali ne hanno parlato a più riprese, in paese non si parlava d’altro, credo che i fatti corrispondano, anche se ridotti alla massima sintesi.

      Importante è sì affermare che il consiglio parrocchiale si occupa delle questioni amministrative. Ma chi paga il salario è appunto chi ha in mano la cassa; anche in questioni di fede è una posizione da non sottovalutare.

      Inoltre non c’è più una visione confessionale della storia, ma sempre più si consolida una visione comune di chi si occupa del passato. Io ho cercato di riassumere i fatti in termini giornalistici, quindi abbreviando nel limite del possibile; forse troppo. Ma le mie posizioni non divergono da quelle molti altri che si sono occupati del tema di estrazione cattolica.

      E per concludere: il Bernina mi aveva chiesto un contributo per attivare un po’ la discussione. Ho ricevuto 10 messaggi privati e due commenti sul sito. 9 positivi e 3 critici. Ringrazio tutti indistintamente, spero che abbia invogliato anche gli altri lettori ad andare oltre, a studiare e apprezzare la storia locale!

      • Grazie per le precisazioni. Certamente è vero che questo, argomento che tocca la vita e la storia di ogni singolo e delle famiglie della Valle, è di interesse e suscita reazioni.
        Mi rimane ancora una perplessità. O meglio: un’affermazione che proprio non condivido e non vorrei che avesse fondamenti di verità.
        «Ma chi paga il salario è appunto chi ha in mano la cassa – scrive lei –; anche in questioni di fede è una posizione da non sottovalutare».
        Ecco, ad ispirare l’agire della Chiesa cattolica romana dovrebbero essere due fondamenti, la Parola e la Tradizione. Non il denaro. Quindi, chi amministra dovrebbe assicurare gli strumenti perché chi ne ha le competenze agisca secondo gli insegnamenti del Vangelo e il Magistero della Chiesa. Altrimenti ci sarebbero delle ingerenze.

  2. Caro Graziano
    Quello che ho cercato di riassumere non sono aneddoti, ma i fatti di quell’epoca. Lo scisma non è né un bene né un male, ma è un fatto. Le informazioni le ho tratte inoltre da studi che ha realizzato Arno Lanfranchi negli scorsi anni, non è farina del mio sacco. Come scienza sociale, la storia non è una scienza esatta, ma comunque una questione di metodo, bisogna essere precisi.

    Quello che ho detto è che la Riforma offriva nuovi contenuti e nuove forme (anche liturgiche) e che una parte della popolazione della valle li ha seguiti. Non corrisponde?
    Inoltre dico che ancora oggi anche le comunità cattoliche svizzere hanno con i loro consigli parrocchiali, il Corpus catholicum cantonale, e il compito di scelta del sacerdote dei diritti che risalgono al Cinquecento. Diritti e organizzazione che non sono presenti nel resto della Chiesa cattolica.

    Credo inoltre che gli anniversari servano. Quando ricordiamo l’inizio di un evento, ma anche di una guerra (mettiamo la Seconda guerra mondiale) non lo facciamo per “festeggiare”, ma per riflettere sui fatti, capire cosa avveniva e (nel caso ideale) imparare qualcosa per il tempo presente.

    O sbaglio?

  3. Caro Daniele, il tuo articolo è interessante e riporta alcuni aneddoti storici da un punto di vista protestante!
    Permettimi di comunque ribadire, che da cattolico praticante e convinto, non posso vedere nella folle riforma protestante e di tutti i suoi derivati, motivo di vanto e di festeggiamenti.
    Posso solo che condividere le parole espresse dal Cardinal Müller che da tedesco cattolico ha affermato in un libro-intervista recentemente pubblicato: “Noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare il 31 ottobre 1517, la data considerata l’inizio della Riforma che portò allo scisma della cristianità occidentale”.
    Per fortuna l’incenso che viene offerto a Dio, all’unico Dio, e il Sacrificio della Santa Messa che fa memoria della Passione, morte in croce e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, non sono tramontati, anzi anche qua in Valposchiavo l’incenso é sempre ancora di casa nelle chiese cattoliche!
    Con rispettosa simpatia. Graziano