L’albero di Natale “sottosopra”

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Marco 1.1 – 8
Sermone del 10 dicembre 2017

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio. 2 Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia: «Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via. 3 Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”».

4 Venne Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. 5 E tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

6 Giovanni era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e si nutriva di cavallette e di miele selvatico. 7 E predicava, dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Cara comunità, le mode vanno e vengono. Ogni cosa vecchia ritorna di moda. Ne è un esempio, un vecchio modo di comprare un oggetto a rate lasciandolo però in negozio fino a fine pagamento. Era una vendita “a rate” con il deposito dell’oggetto. Non importava se l’oggetto costasse 25 o 2500, si pagava secondo possibilità. L’oggetto era tuo, ma non proprio, potevi vederlo ma non portarlo a casa. Poi hanno dato la carta di credito o debito a chiunque. Rateare un acquisto divenne così fuori moda e antico. Dopo arrivò il 2008 e di colpo il potere di acquisto crollò e il rituale di rateare con deposito è ritornato in voga. I negozi hanno spinto a comprare gli oggetti dei desideri, ma dovevi aspettare. Era tuo ma non proprio.

Per la chiesa, l’avvento è il suo piano “rateale”. In questi ventiquattro giorni di preparazione, è come se facessimo dei piccoli depositi spirituali per entrare in possesso di un atteso dono, nostro ma non ancora del tutto. Mentre vegliamo e aspettiamo, viviamo già nella promessa, ma abitiamo in un mondo imperfetto. Noi affrontiamo ancora la malattia e la morte, lottiamo contro l’odio e il pregiudizio, contro gli abusi di potere e la vulnerabilità della nostra fragilità. Per chi crede, il nostro “qui e ora”, è avvolto dalla promessa per la venuta dell’Emmanuele, il Dio con noi. Perciò il nostro vivere è un continuo “depositare a rate” di gesti di fede. Noi mettiamo via le nostre ricchezze nei cieli, ma gioiamo già dei tesori ricevuti dalla presenza del Signore. I profeti dell’esilio con il popolo ebraico conoscevano bene il significato di una fede a piccoli depositi. I loro messaggi versavano giudizio e speranza, rabbia divina e il suo perdono, urlavano la via da percorrere e passavano un amore redentivo. Isaia, nel testo di oggi, proferisce parole dolci per gli spiriti stanchi e feriti degli esiliati. Infine, invece di rimproveri e ramanzine, esprime un canto di redenzione: consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto, che il debito della sua iniquità è pagato. Il messaggio del profeta offre speranza e senso per il presente e indica una strada verso il futuro. Isaia indica la differenza di un vivere dimenandosi nella disperazione per l’apparente assenza di Dio, e una vita ricca nella sua presenza, anche in un mondo confuso e inquietante. In questi giorni d’attesa, noi depositiamo piccole rate con gesti di speranza per ricevere il dono del “Dio con noi”.

Il messaggio del profeta all’inizio non suona promettente: grida che ogni carne è come l’erba …l’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra. Agli israeliti in esilio, oppressi da Babilonia, questo messaggio è, invece, un conforto: tutte le autorità e i potenti un giorno appassiranno come l’erba. La potenza del Signore però durerà: la parola del nostro Dio sussistere per sempre. Nel v. 10, Isaia afferma che il Signore viene con potenza e il suo braccio domina. Dio è in controllo e arriva per liberare il suo popolo. La realtà potrà anche negare la presenza divina, ma Isaia riafferma la compassione di Dio. Non solo il Signore è al comando, ma è misericordioso e attento: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto. Il Signore ama e si cura del suo popolo. Sempre. L’avvento non è ancora Natale. L’Emmanuele non è ancora qui. Non è la stagione per gioire ma per vigilare e attendere. È un momento per ripartire e riallineare la nostra fede alla realtà di un mondo ancora “vecchio”. L’evangelista Marco apre: inizio della Buona Notizia. Il nuovo rapporto con Dio non è più basato sul legalismo religioso, ma nello Spirito. Non è più importante l’osservanza esteriore ma accogliere in noi la presenza divina. L’azione di Gesù sarà liberazione per il popolo, come in Egitto e in Babilonia. Ci tirerà fuori dalle nostre terre di schiavitù. Gesù è il cammino di Dio, la via salvifica dal deserto. A Natale è come se ci fossero date una buona notizia e una cattiva. La buona: il Signore è già presente per liberare e riconciliare il mondo. La cattiva: il mondo è ancora lo stesso e viviamo ancora in una terra insensata, tormentata e afflitta dalle guerre. L’avvento avviene mixando queste due realtà opposte in una visione di fede, in cui Gesù fa tutto nuovo mentre ci avviciniamo a piccole rate al dono promesso.

Questo significa che, in Avvento, dobbiamo evitare di mandare un SOS disperato al mondo. Per il Natale c’è un SOS di tipo diverso. La “S” sta per “sterilizzato”. La “O” sta per “ordinario”. La “S” per “spiritualità”. Il dono de “l’Emmanuele” a Natale non è per niente spirituale, sterilizzato o ordinario. L’avvento ci prepara a un evento corporeo, caotico e sporco.

“S” per sterilizzato. La nascita di Gesù non avvenne in un ambiente sterilizzato. La nascita è un evento biologico caotico e confusionario. La sua nascita rifletteva la fragilità della vita umana e il suo legame con questo mondo spezzato. Le realtà politiche, sociali ed economiche imposero a Giuseppe e Maria di recarsi a Betlemme per un censimento, proprio quando Maria non avrebbe dovuto mettersi in viaggio. Quando arrivarono non c’era un posto per loro sebbene Maria avesse le toglie. Gesù non nacque nelle braccia di una tranquilla famiglia allargata, ma nella sporcizia di una mangiatoia per animali. Il mondo in cui Gesù entrò era quello in cui noi viviamo. È questo mondo di disuguaglianze, durezza, isolamento e sporcizia che Gesù è venuto a sanare.

“O” per ordinario. In questo Natale, una delle mode più strane è comprare un albero di Natale rovesciato. Le origini sono leggendarie e iniziano nel VII secolo in Germania. Un abete rovesciato serviva ai primi missionari per spiegare ai pagani convertiti la Trinità, Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Dal XII secolo, diventò il simbolo cristiano dell’incarnazione perché la forma somigliava a Cristo in croce. Gesù ha ribaltato il mondo ordinario e disperato, iniziando dal basso assoluto perché era il Figlio di Dio, l’assoluta sommità. La testimonianza del nostro Emmanuele era di ribaltare il mondo (vedi il Sermone sul Monte). Anche se vi sembrerà strano, i cristiani dovrebbero vedere nell’albero sottosopra un potente significato del Natale.

“S” per spiritualizzare. È facile spiritualizzare il Natale. Molti trasformano la Buona Notizia in una padella per friggere sentimenti confortevoli e zuccherosi. Inteneriti dai caldi bagliori, ci sentiamo di avere fatto qualcosa per il bene degli altri, poi ritorniamo alla vita di sempre. La vita e la nascita di Gesù, però, non sono state un momento spirituale, ma al contrario, la cosa più lontana da un momento sentimentale. L’Iddio con noi nacque in una mangiatoia, sulla terra, con degli umani e degli animali, la paglia e lo sporco. Non fu un momento spirituale ma quello in cui “Dio è stato con noi” nel modo più intimo e umano. Alla nascita di Gesù ci è stato consegnato il compimento della promessa e della continua incarnazione del “Dio con noi”. La storia di Gesù racconta la nostra liberazione come popolo. Ci chiama a un cambiamento di vita. Se fino adesso hai vissuto per te, ora sei per gli altri, questa è la chiamata a conversione all’inizio di Marco. Gesù non porta sentimenti ma incarnazione nella realtà.

L’Avvento è per la Chiesa un pagamento a rate per prendere possesso del dono di Cristo. Isaia annuncia che: l’erba secca… tutti passano, il Signore rimane! Marco annuncia la Buona Notizia del Signore che si lega a noi in modo personale e intimo. Ci libera dalle schiavitù per darci una vita esuberante. Viviamo in un mondo sofferente, ma abbiamo già la gioia di servirlo. Il dono de “l’Emmanuele” a Natale non è per niente sentimentale, sterilizzato o ordinario. L’avvento ci prepara a un evento corporeo, caotico e sporco. In mezzo alla nostra dura realtà, ci guida alla luce. Tornando a Lui, la nostra vita prende una nuova direzione. Sappiamo che il “Dio con noi” è già nostro, ma ci avviciniamo con passi di fede. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa