Un giorno da guardiana alla Galleria PGI

0
554

Gli spazi dormienti hanno sempre esercitato un grande fascino su di me. Li considero tali quando sono privi di presenza umana, anche se so che le persone non sono responsabili dello stato di veglia di un luogo.

Quel giorno avevo già la chiave in mano, occorreva aprire la porta facendo attenzione a non svegliare nessuno e così è stato, almeno in principio. Passare qualche istante nella Galleria PGI di Poschiavo, sola, mentre le opere d’arte appese si muovevano al lento ritmo del respiro dei giusti è stato meraviglioso. Son di quelle cose che ti fanno sentire lì, o forse anche solo sentire, non so.

Accese le luci ho fatto un giro di saluto ai quadri esposti bisbigliando il numero corrispondente in segno di educazione. Non dovrei dirlo, ma i miei dipinti li ho accarezzati: stavano facendo un buon lavoro e quel gesto di affetto mi è uscito spontaneo.

Dicono esista una distanza ideale da cui ammirare un lavoro. In principio a me piace allontanarmi per poterlo osservare incastonato nello spazio, trasformato per un istante in un solitario infilato al dito del gesto. In seguito mi avvicino talmente tanto da riuscire, in quel gesto, a guardarci attraverso, riuscendo a scorgere una lampada accesa su una scrivania, un pennello intinto nei colori, la testa appoggiata alla mano in segno di stanchezza oppure, a volte, persino riuscendo a sentire la musica di sottofondo presente nell’atelier.

Tutto questo accadeva mentre il ticchettio dei radiatori aleggiava per i locali al ritmo di un tempo che sembrava docile e incalzante. Fuori il passaggio di una bicicletta, alcuni bambini intenti a giocare con la neve, e la luce del giorno che si stava chiudendo in un occhio strizzato, come a dirmi “stai attenta, adesso arriva il bello”.

E così è stato. Più il crepuscolo avanzava, più le opere esposte in Galleria trovavano spazio all’esterno, tanto che per un attimo in piazza è apparso il Cervino ed eleganti donne hanno ammiccato ai passanti. Come braccia protese sulla via di passaggio questo effetto di rifrazione ha portato all’interno persone le cui chiacchiere mi hanno accompagnata all’orario di chiusura.

E quale piacere a fine giornata abbassare gli interruttori e fermarsi nei locali ancora un istante, lasciando alla notte la possibilità di manifestarsi attraverso le ombre e i silenzi, di uno spazio che voltandomi a chiudere la porta son riuscita persino a scorgerne gli occhi, svegli.


Giada Bianchi