Le dieci parole ebraiche che ogni credente dovrebbe conoscere

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Giovanni 15.9 – 17
Sermone del 6 maggio 2018

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
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9 Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Cara comunità, proprio come ogni popolo ha la sua lingua o dialetto, così ogni famiglia ha un dizionario familiare. Ogni famiglia ha un proprio vocabolario in cui chiama qualcosa con nomi nati al proprio interno. Magari, un oggetto si chiama così solo a casa tua. Alcune cose si spiegano e comprendono solo con termini particolari.

Gesù parlava in aramaico. La sua Bibbia però era in ebraico. Aramaico ed ebraico sono lingue imparentate, una più diffusa in Asia minore, l’altra era parlata dagli ebrei. Quando noi leggiamo le parole di Gesù, ricordiamo che la predicazione era basata su storie, parole e immagini della lingua ebraica. Benché il tempio fosse stato distrutto e il popolo disperso, l’ebraico non divenne mai una lingua morta, ma è stato tenuto vivo dai giudei come la lingua biblica. Le scritture non erano tradotte. Così, se una nuova generazione voleva comprendere la Torah, doveva conoscere l’ebraico. Il “bar mitzvah”, l’ammissione di un tredicenne tra gli adulti, era basato sulla capacità di leggere e spiegare un testo ebraico delle Scritture. Nei secoli, le scritture ebraiche sono rimaste una storia vivente, capace di parlare a nuove generazione di credenti. Conoscere quindi il senso di alcune parole in ebraico è capire alla base il messaggio biblico. Ecco le dieci parole viventi di Gesù presenti nel testo di oggi in Giovanni.

  1. Chesed o “amore misericordioso”. Il termine è intraducibile. Il nostro testo ha come tema l’amore. In greco sarebbe agape, un amore altruista. In ebraico è “chesed” e appare almeno 180 volte nella Bibbia, riferendosi solo a Dio. Affonda il significato nella parola ebraica “grembo”, paragonando l’amore divino a quello assoluto di una madre per il figlio, un amore irriducibile. Chesed è l’amore di Dio per l’umanità e non chiede contraccambio. È l’inaspettato e costante amore che il Signore estende al mondo ed è uno dei suoi attributi essenziali, include gentilezza, misericordia, bontà e costanza. Chesed non è dato perché ci siamo comportati bene. È nel patto del Signore con la creazione. Gesù sparge questo chesed immeritato, che non si trasmette come dottrina ma con gesti che comunicano vita. “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi”. Gesù ha trasformato la sua capacità di amare in servizio. Il chesed non si tiene per se ma si condivide.
  2. Yashab o “dimorare”, rimanere. Gesù dice: rimanere nel mio amore. Dimorare trasmette l’idea di stare ai margini, inattivi, sospesi. Per Gesù però, yashab, dimorare, non è mettersi seduti, ma “stare ammollo” nel suo amore. Yashab è abitare e vivere attivamente nell’amore di Cristo, senza attendere con le mani in mano. È dimorare in quell’amore, lasciando che ci impregni dentro e diventi la nostra casa. I discepoli di Cristo non dimorano in un paese o Chiesa ma nell’amore di Cristo. L’amore che il Signore ci offre è la nostra patria, in cui noi abitiamo nella pienezza divina. Alloggiare e abbondare.
  3. Mitzvah o “comandamento”. Nelle Scritture ci sono dei comandamenti ma a nessuno piace essere comandato. In ebraico però un mitzvah, non è un obbligo ma un onorare, celebrare e portare nel mondo la presenza divina. Quando Gesù rassicura i discepoli, se osserverete i miei comandamenti dimorerete nel mio amore, non è un dare per avere in cambio. Onorando l’amore divino, si sta nella dinamica di un amore ricevuto e comunicato. Un comandamento, diventa un mitzvot, un atto umano di grazia che riflette la misericordia divina che colma e coinvolge chi porta e crede nell’amore.
  4. Simchat/Chedvah, o “gioia”. La gioia è una risposta quasi sconosciuta nel secolo XXI. Noi straparliamo di essere felici, realizzati o soddisfatti. Per Gesù, gioia non è uno stato della mente ma un modo di essere nel mondo. Gesù riversa sui credenti la sua gioia, affinché sia completa in noi. La gioia del credente è perché si sente amato di incontrare Dio e si moltiplica nella misura in cui si riesce a condividerla. Questa gioia di Gesù è per noi e per la creazione.
  5. B’rit o “patto”. Nel v. 16, Gesù ricorda ai discepoli: non siete voi che avete scelto me ma sono io che ho scelto voi. Nell’AT il Signore stringe il patto con Noè, con Abramo e Mosè. Se pensiamo a un patto, immaginiamo un impegno tra due parti. B’rit, si riferisce a “vitello ingrassato”. Confonde vero? Nell’AT quando era stabilito un patto tra due parti, si sacrificava un vitello ingrassato. Il sacrificio era tagliato in due e la parte richiedente camminava tra i due pezzi: se rompo il patto, possa anch’io essere tagliato in due. Nel testo di Giovanni, non c’è il termine “patto”, ma il legame tra il Signore che offre Chesed e chi dimora in quest’amore, sì, ed è descritto come vincolante: se manterrete i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore. È un patto “tagliato” con la vita di Gesù: questo calice è il nuovo patto nel mio sangue versato per voi.
  6. Chaver o “amico”. Oggi, chi ti mette un “pollice su” è considerato amico. Se un amico è qualcuno che non conosci e non sei legato, allora la parola “amico” non vale nulla. Nell’AT, lo status di amico aveva senso. Abramo fu dichiarato amico di Dio, Isaia 41.8. Dio parlava faccia a faccia con Mosè come con un amico, Esodo 33.11. Così, Gesù dichiara i suoi discepoli amici. Un vero amico è come se lui fosse me! Gesù chiama amici i suoi discepoli perché gli ha fatto conoscere il volere del Padre. L’amore nel servizio ci rende amici di Gesù, collaboratori/trici nel progetto del Padre.
  7. Hineni o “sono qui”. Pronunciare Hineni fa tremare i polsi. Sono qui manda me! Tanti nell’AT lo hanno detto. Abramo dice Hineni a Dio al sacrificio del figlio. Mosè dichiara Hineni a Dio quando è nel cespuglio ardente. Samuele, dopo tre inviti, offre se stesso: hineni. Isaia risponde a Dio: hineni, manda me. Hineni muove le parole di Gesù ai suoi discepoli: andate e portate molto frutto durevole. Per portare frutto i discepoli non attendono che le persone vengano, ma devono andare. Verso dove? Gli emarginati, gli invisibili, le persone disprezzate. Abbracciare i comandamenti, i mitzvah per chesed, significa offrirsi alla nascita di quell’amore nel mondo. Signore manda me. Lasciami essere il vino che porta il frutto d’amore, misericordia e grazia per altri.
  8. Mishpat o giustizia / Tzadequah, giustificazione. Come facciamo a portare frutti durevoli? Per Gesù, “mishpat” e “tzadequah” è: offrire vera giustizia e comportarsi con rettitudine. Non c’è l’una senza l’altra. Non vale: fai come dico ma non come faccio! Per portare i frutti di Cristo, giustizia e rettitudine cooperano in armonia. Il profeta Michea 6.8 ci ricorda che la giustizia mishpat, è qualcosa che tu fai, mentre la misericordia, chesed, è qualcosa che ami: Che cosa richiede da te il Signore sennonché tu pratichi la giustizia, ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? Solo così i frutti saranno durevoli.
  9. Yada o “conoscere”. S’intende la conoscenza del cuore e non della testa. Il tipo di conoscenza che arriva quando le scritture dicono “Adamo conobbe Eva”, o, “fermati e riconosci, Yada, che io sono Dio”, Salmo 46. Il Signore vuole essere in una relazione intima, cuore a cuore, con noi. Il massimo della conoscenza però è riconoscere la nostra dipendenza da Dio. Senza di Lui siamo niente.
  10. Shalom o pace. Come chesed, shalom è intraducibile. La parola esprime il significato di: interezza, santità, totale benessere. Shalom intreccia i fili della frammentarietà in integrità. Dalla diversità crea unità, annulla la separazione. La scrittrice Virginia Woolf disse che i grandi temi della letteratura sono: amore battaglia e gelosia. Il grande tema biblico è peccato e grazia, shalom e amore. Shalom è il migliore saluto che possiamo augurare a qualcuno.

Il tema odierno del discorso di Gesù è l’amore. Il nostro testo termina di nuovo con l’invito di Gesù: Questo vi comando, quindi l’unico comandamento all’interno della comunità dei credenti, che vi amiate gli uni gli altri. Quest’amore, Gesù ci dice, si manifesta nel servizio. Terminiamo così con l’antico saluto ebraico, uno che Gesù usava spesso con i suoi discepoli: Shalom. Potete scambiarvelo fra voi? Shalom. Salutatevi questa settimana con Shalom e sorprendete qualcuno salutandolo in ebraico. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa.