60 anni ai fornelli possono bastare: Enrico Migliacci chiude i battenti

1
1908

Dopo il Rifugio di Sassal Mason, a distanza di pochi giorni, un altro punto di incontro gastronomico della nostra valle ha chiuso i battenti. Forse per sempre, forse no: ancora non è dato di sapere se il Ristorante Madreda riaprirà a primavera. E’ però certo che se ciò dovesse succedere – e ce lo auguriamo – a gestirlo non saranno più Enrico Migliacci e la sua consorte Delia.

“Tutto ha un inizio e tutto ha una fine”, mi ha un po’ malinconicamente sussurrato Enrico a margine di un’intervista che da tempo mi ero ripromesso di proporre ai lettori del nostro giornale. Sono andato a trovarlo domenica all’ora di pranzo, a stomaco vuoto. Non senza avvisarlo prima, sapendo che in questi ultimi anni “Migliu” non si “concedeva” a tutti. “Vegn pür sü, ma specia un mument prima de partì”. Ho così capito che si voleva far trovare pronto, come è solito fare un cuoco professionista.

La storia di Enrico ai fornelli del Ristorante Madreda è di lunghissima data, quella della sua attività lavorativa in cucina è prodigiosa. Il 13 gennaio del 1955 – impressionante la memoria dei cuochi – entra a fare parte dello staff del Ristorante Stelvio Posta di Luigi de Gasperi a Tirano: “Ho miga facc l’università mi!”. Ha tredici anni, ed è pieno di energia e di speranze. Nel 1959 si trasferisce a Milano e come commis di cucina vive l’ambiente raffinato dei dopo-opera, presso il Ristorante Camminati in Piazza del Duomo. Nel ’60 lo ritroviamo a Lecco, dapprima al Ristorante Orestino e in seguito al Ristorante Caviate, entrambi ancora in attività. Seguono poi gli anni dei contratti stagionali, a Rimini, all’Aprica e in altre località. L’arte culinaria richiede flessibilità, spirito di sacrificio e interesse per il nuovo.

Nei periodi di stagione morta, il giovane tiranese Enrico frequenta la Valposchiavo. Nella nota osteria di paese conosce Delia Bontognali: decidono presto di sposarsi e mettersi in proprio. Le stagioni turistiche dell’epoca sono fiacche, per cui, per alcuni inverni il cuoco provetto lavora ancora a Lagalb, e quindi presso il ristorante Centrale, dalla mitica Fulvia Dorizzi. Più tardi dedicherà tutta la sua passione per la cucina al Ristorante Madreda, rendendo famoso un semplice piatto di panzerotti, o un filetto ai porcini freschi raccolti nei boschi circostanti.

Ora, dopo cinquantanove anni di attività, la favola Madreda per loro è finita. “E’ tempo di pensare ad altre cose!”, ed è giusto che sia così. Chissà, forse un giorno ci sarà un dopo Migliacci a Madreda, un Migliacci bis. Il figlio d’arte, Davide, per ora è ancora molto preso al Miravalle, ma… mai dire mai.

Domenica le costelle d’agnello all’inglese, e non classiche alla Villeroy – come ha voluto specificare lo chef – sono state di mio gradimento. Ineccepibile la salsa, di giusta cottura le verdure e le patate saltate. Dulcis in fundo un parfait all’arancio fatto in casa, al quale non ho saputo rinunciare, nonostante il mio periodo di dieta.
Un cuoco vero si distingue dalla fantasia, dalla passione e dai dettagli. Questo è stato Enrico Migliacci, classe 1942: un cuoco vero.


Bruno Raselli

1 COMMENTO

  1. Grande Ricu. Mi mancheranno i Tuoi panzerotti (surgelati vari, ma anche il resto) e i brontolii che giungevano spesso dalla cucina… Grazie di cuore a Te e Delia per tutti questi anni tanto „deliziosi“!!! Vi auguro ottima salute e ogni bene, un bacio a Ricu.