Il Bernina intervista Fausto Isepponi

2
1389

All’inizio del mese di ottobre, Fausto Isepponi ha comunicato ai suoi affezionati clienti la fine della sua attività di tipografia. Dopo 55 anni di onorato servizio, la stamperia, prima gestita dal padre Dino e poi presa in carico da Fausto, chiude i battenti. Il Bernina, che ha seguito questo congedo già con l’articolo “La Tipografia Isepponi cessa l’attività dopo 55 anni”, ha voluto, a distanza di più di un mese dall’annuncio, fare una lunga chiacchierata con Fausto Isepponi.

 

Caro Fausto, parliamo ancora dei tuoi esordi come tipografo e del rapporto con tuo padre?
Come detto in precedenza, l’attività di tipografia fu aperta nel 1963 da mio padre, Dino Isepponi, nella piazzetta San Giovanni, dove oggi si trova la Saponeria di Wanda Niederer. C’è forse da aggiungere che mio padre arrivava da un precedente lavoro come panettiere, che fu abbandonato a causa di un’allergia alla pelle. Proprio a causa di questo disagio con la farina, mio padre Dino aveva cambiato del tutto attività ed aveva fatto un apprendistato presso la Tipografia Menghini. In quegli anni era arrivata la macchina per stampa tipografica a cilindro (OHZ). Per gli anni sessanta l’arrivo di quelle macchine, le famose Heidelberg, fu una vera e propria svolta: i fogli di stampa, invece di fermarsi ogni volta, ora proseguivano in maniera automatica.
Dopo essersi recato di persona proprio in Germania a fare un corso presso la fabbrica di Heidelberg, Dino decise di mettersi in proprio, acquistando due Heidelberg Tiegel (Platina), macchine un po’ più piccole con cui si potevano stampare fogli A4 e A3 sempre con caratteri mobili in piombo. Io, come detto nell’intervista precedente, una volta che iniziai a crescere, tutte le volte che tornavo a mezzogiorno da scuola mi fermavo in tipografia da mio padre e restavo finché staccava per il pranzo; la cosa si ripeteva anche nel pomeriggio fino all’ora di cena. Intorno ai 14 anni, escludendo tutta la preparazione prestampa, che non avevo ancora imparato, ero già in grado di far funzionare le macchine da solo. Così, nonostante ai tempi “Il Motrice” fosse già di famiglia e avrei potuto scegliere, per esempio, di fare il cuoco o altro, con il benestare dei miei genitori decisi di conseguire l’attestato di stampatore, che ottenni nel 1977 presso la rinomata Tipografia “Engadin Press” a Samedan. Nell’82, dopo un periodo di esperienza a Zurigo e dopo la costruzione della casa nuova qui a Poschiavo, tornai in valle ed entrai ufficialmente nella tipografia di famiglia.

Che tipo di stampe facevate? Le macchine erano cambiate tanto da quando eri tu bambino?
Diciamo che mio padre si era indirizzato su una stampa prettamente commerciale, servendo molti artigiani e commercianti della Valposchiavo. All’inizio non si facevano libri, ma piuttosto carte da lettera, buste, biglietti da visita, blocchi per rapporti, garniture, locandine e piccoli flyer di quei tempi. Più tardi, con la macchina a cilindro si sono cominciati a fare opuscoli e lavori a più pagine. Una peculiarità che ha sempre contraddistinto il lavoro di mio padre è stata la qualità dell’operato; infatti, gran parte degli artisti presenti in valle (artisti di cui Fausto non vuole fare i nomi per modestia, Ndr ) si è servita, fino ancora ai giorni nostri, della nostra maestria per creare inviti, locandine e cataloghi per le proprie esposizioni.
Nel 1990 mio padre ed io abbiamo iniziato a produrre e vendere cartoline illustrate della Valposchiavo. A quei tempi era molto in voga e le richieste erano tante. Ora con l’avvento del digitale e degli smartphone non é più la stessa cosa.
La stampa è cambiata molto, come dicevo prima; inizialmente, con l’arrivo delle macchine cilindriche negli anni sessanta, poi con l’offset, che noi abbiamo iniziato a utilizzare nell’82, dapprima monocolore, poi bicolore 50×70, che ci ha permesso di iniziare a stampare i primi libri. Poi nell’87, come tutti sappiamo, l’alluvione ci ha messi in ginocchio e nel nostro piccolo abbiamo dovuto sostituire tutti i macchinari, ad eccezione della macchina per cucire, che essendo prettamente meccanica è sopravvissuta dopo che il rivenditore l’ha revisionata.
Dopo l’alluvione ho deciso di fare salto di qualità e ho iniziato con i computer; quando ho iniziato c’era la fotocomposizione, il Mac era appena nato e non era ancora arrivato qui. Si poteva fare solo testo, le immagini le dovevi praticamente riprendere con reprocamera, facendo un’impronta su una pellicola che poi dovevi sviluppare. Per finire la pagina si faceva un montaggio con testo e foto. Nel ‘94 finalmente è arrivato il Mac ed è cambiato tutto: elaborazione testo, foto, inserzione logos, grafica, tutto era più semplice e veloce. In quell’anno ho preso in mano io l’azienda, fino ad oggi.

Foto di Fausto Isepponi

Come mai hai preso la decisione di chiudere?
Di recente mi sono messo a pensare: cosa faccio con la mia azienda? Avrei dovuto fare degli investimenti ingenti. La stampa di oggi ha ormai dei tempi talmente stretti che con i mezzi che avevo a disposizione avrei dovuto lavorare giorno e notte per stare dietro a tutto. Avrei dovuto acquistare una offset quattro colori più veloce, anche in prestampa avrei dovuto mettere un sistema per stampa lastre “computer to plate” (dal computer alla lastra) più altre piccole cose. Questo, in totale, sarebbe costato, facendo una stima realistica, sui 300’000 CHF, quindi con la famiglia ci siamo chiesti cosa fare, e secondo me era venuto il momento di prendere a malincuore la decisione di vendere l’azienda, cercando acquirenti. Alla fine ho fatto un bell’accordo con la Tipografia Menghini: io sono contento così e loro penso anche.

Con la Tipografia Menghini, diciamo la concorrenza, negli anni è successo qualche episodio divertente?
Ci si è sempre rispettati e i rapporti sono stati buoni. Se vogliamo proprio citare episodi che fanno venire il sorriso sulle labbra, posso dire che le Poste hanno sempre avuto difficoltà a distinguere le due tipografie. Spiego: capita spesso di ricevere materiale per posta, a noi è capitato più di una volta di aspettare una busta o un pacco e non riceverlo, per poi alla fine scoprire che era dai Menghini. Viceversa capitava spesso che le persone ci telefonassero per delle inserzioni da mettere su Il Grigione Italiano.

Parliamo della vostra clientela, che clienti servivate?
Diciamo che la clientela era improntata proprio sul commerciale, le aziende, culturalmente gli artisti e poi più tardi, col colore e la stampa in offset, sono arrivati incarichi anche da parte degli alberghi con i depliant. Mio padre e poi io, in eredità, abbiamo avuto numerosi clienti nella Svizzera tedesca, nel ramo commerciale. Dagli anni ’70 abbiamo avuto anche agenzie viaggio sempre dalla Svizzera tedesca; un cliente in particolare, rimasto fedele a tutt’oggi, ci ha commissionato i suoi cataloghi di vacanze. Eseguivamo tutta l’impaginazione inserendo foto dei luoghi ed alberghi, spesso facendo questo lavoro sembrava di essere già in vacanza.
Negli ultimi anni abbiamo poi stampato anche varie pubblicazioni per conto di terzi: collana di storia poschiavina, romanzi, libri per eventi speciali ecc.
Abbiamo sempre lavorato bene anche con le “Regie Federali” (Poste, Ferrovie Federali, Swisscom, Ufficio federale degli stampati, Ufficio cantonale degli stampati) questo fino circa agli inizi del 2000, anni in cui la confederazione ha fatto diventare alcune di queste imprese semi private e hanno cessato di rivolgersi a noi. L’unico cliente tenuto fino a poco tempo fa è stato l’Ufficio federale e cantonale degli stampati.
Credo che quello che è sempre piaciuto ai nostri clienti fuori valle, nonostante la nostra sia una piccola realtà, sia stato il fatto di avere a che fare sempre e solo con un unico interlocutore; nelle ditte più grosse è difficile che sia così, non c’è un’unica figura di riferimento.
Che poi in realtà non è che eravamo poi così piccoli: attorno agli anni 2000 eravamo cinque impiegati compreso me. Ora eravamo rimasti in tre.

In percentuale quindi lavoravate più in Valposchiavo o fuori?
Diciamo che la maggioranza dei clienti era a Poschiavo, ma la cifra d’affari forse era per il 45% a Poschiavo e per il 55% fuori, almeno negli anni d’oro. Ovviamente gli ordini fuori valle erano forse minori, ma più consistenti.

I macchinari sono stati venduti fuori dalla Svizzera, dove precisamente?
Dopo aver firmato il contratto con la Tipografia Menghini, loro avevano forse interesse a dei macchinari, ma la mia preoccupazione era di vendere tutte le mie attrezzature. Così ho contattato alcuni rivenditori di macchine grafiche usate; ho scritto a questi manifestando la mia intenzione di chiudere, allegando l’elenco delle mie macchine: si sono annunciati in quattro.
Alla fine le ho vendute a un rivenditore svizzero che mi ha detto: io faccio da tramite e le macchine vanno in Bulgaria. Si è occupato lui di tutto: organizzato il trasporto, i meccanici bulgari venuti a smontare ecc. Io penso che alla fine queste macchine andranno in Africa.

Come mai proprio in Africa?
In Europa il mercato è talmente saturo di macchinari e quelli più tecnologici diventano velocemente obsoleti, forse qualcosa rimarrà negli stati dell’est, ma il grosso andrà in qualche paese del terzo mondo, Africa, India, sicuramente: non rimarranno in un magazzino in Bulgaria. Sono macchine che funzionano benissimo.

Infine, ha mai pensato di aprire un giornale tutto tuo?
Ai tempi di mio padre c’era una pubblicazione chiamata “La Ganda Ferlera”, che prende il nome da una località di Brusio, in zona Piazzo. La Ganda Ferlera era un giornale satirico, (usciva solo a carnevale) stampato da mio padre per conto di un gruppo di amici. Poi il gruppo si è sciolto nel giro di pochi anni e il giornale ha smesso di esistere. So che mio padre, stampando questo giornale, magari più di una volta ha perso dei clienti, indispettiti da questa satira, nonostante lui partecipasse solo marginalmente. Poi negli anni ‘90 era nata “la Scariza” un periodico fatto da giovani poschiavini. Racconto tutto questo per far capire che ai tempi c’erano delle idee per un altro giornale, che poi non si sono concretizzate. Io da solo non sarei mai riuscito a sostenere un giornale, non ho competenze linguistiche, ci sarebbe voluto un giornalista che prendesse in mano la cosa, non potevo improvvisare. Insomma, ci volevano le persone giuste e io, pur ritenendo allettante l’idea, non mi sono mai messo al fronte a cercare chi lo facesse. Forse è rimasto un sogno nel cassetto. Oggi come oggi sarebbe difficile fare un giornale stampato, visto che tutti vanno online.


Ivan Falcinella

2 COMMENTI

  1. Posso dirlo? Grazie Fausto!
    Grazie per tanti anni di professionalità e cordialità. Con te c’era la certezza di avere un lavoro fatto bene; ogni prodotto della tua Tipografia dimostra che lì si lavora (e purtoppo presto: si lavorava) con il cuore, l’esperienza, la conoscenza di tecnica e materiali, la precisione e la passione. E la cosa più stupefacente è il tuo servizio dall’offerta alla consegna: cordialità, puntalità, consulenza. Un tipografo per vocazione. Un esempio purtroppo raro, per questo prezioso.

  2. Sempre molto belle, questo tipo di interviste; complimenti alla redazione!
    Purtroppo, sia quest’ultima come le precedenti riguardo al ristorante Madreda ed al rifugio Sassal Masone, trattano di attività commerciali che hanno chiuso. Imprenditoria locale, legata a Persone, ricordi, affetti, aneddoti,…
    Carissimo Fausto, spero mi potrai dare l’indirizzo della tipografia africana che avrà il privilegio di poter continuare ad utilizzare i Vostri macchinari. Mi servono, infatti, ulteriori stampe di Viano personalizzate ancora prima di Natale 😉
    E, se un giorno mi trovassi in Africa, andro’ sicuramente a dare un occhiata a Chi le sta usando.