“Mollo tutto e vado all’estero”: Fabrizio Crameri a Città del Capo

3
3312

“Mollo tutto e vado all’estero!”, quante volte e da quante bocche è stata pronunciata questa frase! Però, tra sognare, fantasticare e mettere in atto le proprie idee c’è una grande differenza e spesso i sogni rimangono tali. Il Bernina ha deciso di dedicare uno spazio a quelli che, invece, con tanto coraggio e forse a volte con un pizzico di follia, hanno deciso di mollare ciò che era la loro realtà per trasferirsi in un qualche angolo del globo.

 

Fabrizio Crameri è un giovane poschiavino che attualmente si trova dall’altra parte dell’equatore rispetto alla nostra valle. Dopo gli studi, grazie a una borsa di studio si è trasferito a Città del Capo, in Sudafrica.

Fabrizio, dove ti sei trasferito e cosa fai nella vita?
Dopo sei anni passati sui libri di legge a Friburgo e un anno da assistente presso la cattedra di diritto amministrativo e l’Istituto di Federalismo, mi sono trasferito a Città del Capo, in Sudafrica, per intraprendere ricerche nel campo del diritto costituzionale e della risoluzione dei conflitti armati. Grazie all’attuale necessità di ricerca in questo ambito, ho avuto il privilegio di vincere una borsa di studio dal fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS), il quale mi ha permesso di lavorare in Africa e prossimamente anche in Nepal. Attualmente, quindi, faccio il ricercatore in ambito giuridico a Città del Capo e sto scrivendo la mia tesi di dottorato sul ruolo svolto dalle corti supreme in periodi di transizione in Paesi colpiti da guerre civili.

Come mai hai scelto questo posto?
La scelta del Sudafrica è di natura professionale. Nel campo del diritto internazionale umanitario o costituzionale comparativo non è raro ritrovarsi in Paesi e luoghi colpiti da violente guerre, profonde crisi socio-economiche/etno-politiche o in nazioni che sono in fase di ricostruzione e rimangono istituzionalmente molto fragili e instabili.
Il Sudafrica è però un Paese che è riuscito a risolvere gli orrori del governo apartheid in modo pacifico e per questo motivo è un esempio e un modello nel campo della risoluzione dei conflitti. E poi, perché no, è un Paese stupendo in cui la natura si sposa egregiamente con la diversità culturale del suo popolo.

Come hai dovuto organizzare questo cambiamento?
L’organizzazione è stata semplice; la borsa di studio mi obbligava a trovare un co-supervisore non svizzero per la mia tesi di dottorato e, grazie alle connessioni della mia supervisore in Svizzera, ho subito trovato un professore disposto ad accogliermi in Sudafrica. I collaboratori dell’università in cui avrei poi lavorato mi hanno aiutato in tutto ciò che c’era da organizzare.
Attualmente vivo in un appartamento a Oranjezicht, quartiere molto centrale di Città del Capo, da cui posso godere, ogni giorno, di una vista mozzafiato sulla città. Sono stato molto fortunato a trovare questo posto in quanto il quartiere è molto ricercato e ben posizionato; tuttavia, informandomi in anticipo, ho trovato dei proprietari di abitazioni del posto aperti a negoziare prezzi abbordabili.
L’unico problema è stato l’ottenimento del visto di lavoro. Nonostante le mie credenziali e i documenti necessari fossero sufficienti per l’ottenimento del visto, sono stato strattonato tra il consolato generale sudafricano di Ginevra e l’ambasciata sudafricana di Berna, per motivi di disorganizzazione interna loro. Un processo che sarebbe dovuto durare 10 giorni, mi è costato quasi due mesi, diversi viaggi nella città più distante (per noi poschiavini) della Svizzera e un sentimento di impotenza burocratica alquanto rara per un cittadino svizzero.

Com’è la tua routine quotidiana?
Quelli che già sono stati a Città del Capo sanno che si tratta di una città alquanto turistica e moderna. In questo senso, la mia vita quotidiana rispecchia tranquillamente quella di qualsiasi giovane in tutto il mondo. Il Sudafrica è un paese che, nonostante abbia ancora tanta strada da fare, gode di infrastrutture degne della maggior parte delle città europee, offre degli scenari naturali mozzafiato ed offre tutto ciò che qualsiasi persona ha bisogno per vivere. Quindi un Paese che, comunque, nasconde molto bene le cicatrici di anni di oppressione. Ciò non significa, però, che tutti i problemi siano spariti.

Che progetti hai per il futuro?
Il mio contratto con l’FNS scade alla fine del 2019. Per quel periodo dovrò consegnare e pubblicare la mia ricerca sotto forma di tesi di dottorato. Il mio futuro, al momento, è quindi scrivere, scrivere, scrivere e scrivere. Un lavoro forse un po’ sottovalutato da molti in quanto ci da, sì, molta flessibilità temporale, ma che ci tiene costantemente sotto pressione. Chi l’ha vissuto sulla propria pelle sa che durante questi progetti ci si porta la tesi anche nel letto, non si riesce mai a smettere di pensarci, e questo porta a volte a delle crisi di nervi.
La mia idea è comunque quella di conseguire, in seguito alla consegna della tesi, la patente d’avvocato e distaccarmi almeno per un po’ dall’accademia. C’è molto lavoro da fare sia nella pratica che nei libri, e uno deve semplicemente scoprire dove il suo apporto può dare più frutti.

Che ruolo ha la Valposchiavo nella tua vita?
Nonostante i miei famigliari dicono di me, scherzosamente, che sono un giramondo, mi ritengo una persona molto attaccata alla valle. Appena posso mi reco a casa e partecipo, tempo permettendo, a diversi eventi che la comunità organizza. Penso che l’aver vissuto sul mio lavoro realtà lontane e grigie, mi abbia fatto apprezzare la tranquillità e soprattutto la sicurezza e stabilità della nostra valle. Se da piccolo non vedevo l’ora di valicare i passi e dirigermi verso l’aeroporto di Kloten, ora l’idea mi fa rimanere alquanto restio. La nostra realtà mi ha fatto crescere molto a livello professionale. Ovunque, vedo Paesi e povera gente in cerca di semplice tolleranza, pace, stabilità… soluzioni alle proprie miserie.
Bambini senza colpa che non capiscono perché nel mondo c’è così tanta abbondanza e spreco che tuttavia non li raggiunge. Tutte cose che troppo spesso ho dato per scontate. Il contrasto delle due realtà mi ha aperto gli occhi.
Ricordo di un professore di filosofia che all’università ci ripeteva spesso che “per vedere l’immagine di una sedia nera, lo sfondo deve per forza essere bianco, e se poi lo sfondo tornerà ad essere nero, voi saprete che la sedia è lì ed esiste”. Ciò significa che dobbiamo aver visto il bene accanto al male, il brutto accanto al bello, per percepirne non solo le differenze, ma l’esistenza.
Ovunque nel mondo la gente vorrebbe una piccola e immutabile Valposchiavo… e ora ho capito il perché.


A cura di Matilde Bontognali

3 COMMENTI

  1. Cara Matilde e redazione del Bernina,
    Condivido il commento di Andrea Lanfranchi riguardo alla domanda “da chi el?”. La nostra Valle ha questa particolarità che molti si conoscono o conoscono le famiglie. Se i vostri articoli contenessero anche queste informazioni sarebbero più interessanti!

  2. Fabrizio ti facciamo i nostri auguri per il proseguo della tua carriera, da Poschiavo ti ricordiamo e non mancare di farci una visita quando ti trovi nella tua valle, che quanto ho letto nel tuo articolo sei molto affezionato!
    con affetto Claudio, Trudi, Sara e Mauro. Complimenti pure ai tuoi genitori.

  3. Caro Fabrizio, complimenti per la borsa di studio – che il FNS elargisce solo per progetti di alta qualità – e tanti auguri per per una buona conclusione della tua tesi di dottorato.

    Bell’intervista, cara Matilde, questi articoli sono informativi e importanti! Per quelli come me fuori valle e non più giovani di solito interessa anche la domanda “da ch’iel”? Nella mia prossima visita a Poschiavo sarà questa una delle prime domande che porrò a Orla all’Hostaria…