La memoria rende liberi

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Oggi, 27 gennaio, è la giornata internazionale della memoria in ricordo dell’olocausto.
L’anno scorso, colpita dal raccontare di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, di getto avevo scritto un articolo: “Giriamoci verso Jeannine”. Aveva 13 anni Liliana quando fu deportata e si trovò sola dentro l’inferno; oggi ne ha 88 e, lucidissima, rimane uno degli ultimi testimoni ancora viventi di quelle atrocità.

Quest’anno scrivo dopo aver letto un suo libro, redatto a quattro mani con Enrico Mentana, dal titolo “La memoria rende liberi”. So benissimo che rischio di ripetermi, è difficile trovare ogni volta parole nuove per dire e ricordare lo stesso orrore. Ma forse, mi dico, è proprio questo il valore di una giornata internazionale della memoria, legata ogni anno al 27 gennaio: ripetere, ripetere, ripetere, per mai dimenticare.

Nelle 226 pagine del libro i ricordi di Liliana Segre si snocciolano limpidi, senza retorica, crudi e senza enfasi. Ti arrivano addosso senza filtri, tocca a te capire cosa vuoi farne. Io ho pensato che volevo parlarne proprio oggi, il 27.
Sapete quando si è sentita davvero libera Liliana Segre? Non quando la guerra è finita e si è ritrovata viva a rivedere i suoi pochi parenti, ma quando di fronte ai tedeschi in fuga, davanti alla possibilità concreta di raccogliere una pistola e sparare a un suo aguzzino, ha capito di non volerlo fare: …guardavo l’arma, feci per prenderla convinta di potergli sparare, sicura che ne sarei stata capace. La vendetta mi sembrava a portata di mano. Ma di colpo capii che non avrei mai potuto farlo, che non avrei mai saputo ammazzare nessuno. Questo fu l’attimo straordinario che dimostrò la differenza tra me e il mio assassino. E da quel preciso istante fui libera. Veramente libera, perché ebbi la certezza di non essere come lui… E una seconda volta quando, dopo anni di silenzio e forzata indifferenza verso quanto aveva vissuto nei lager, ha sentito di volerne e doverne parlare, raccontare e testimoniare.

 

Per anni è stata silenziosa, ha ascoltato con finta partecipazione il dolore di chi aveva perso “tutta la biancheria di famiglia”, senza ribattere cosa aveva invece perso lei, cosa aveva passato, cosa aveva visto e vissuto. “Sopravvissuta per caso” si definisce. “Per caso”, capite? Questo significa che anche noi siamo tutti sopravvissuti per caso, perché il caso ci ha fatto nascere più tardi, perché il caso ci ha fatto nascere in un paese non in guerra, perché il caso non ci ha fatto nascere ebrei! Ma questo “caso” fortunato non deve chiamarci fuori, deve farci sentire tutti a rischio e partecipi.
Ecco perché non m’importa di ripetermi. Devo solo pensare alle infinite volte che Liliana Segre ha ripetuto il suo raccontare alle scuole, a serate pubbliche, a incontri internazionali: sempre disposta a ricominciare, a ridire, a testimoniare. Come restare indifferenti alle sue parole?
Chi non si stupisce più di niente, ha perso la sua innocenza –dice nel suo libro- e io mi sono stupita, sempre, di tutto quello che ho visto.
Uno stupore che non dobbiamo perdere di fronte a chi ancora vuol costruire muri, fili spinati a dividere le nazioni, a chi annienta, approfitta e non riconosce dignità ai più deboli.
Le ci son voluti anni di silenzio e sofferenza per rinascere e capire che la memoria rende liberi.

Allora ricordiamo.


Serena Bonetti

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