Gender Gap Report 2018: il futuro al femminile?

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Il World Economic Forum si è concluso da qualche giorno, ma l’eco dei lavori e delle tante sessioni di approfondimento è destinato a lasciare traccia nei prossimi mesi. A parte le polemiche che ogni anno si porta con sé, seguire l’imponente pubblicazione quotidiana di articoli, lavori, ricerche e rapporti offerte dal Wef è, a mio giudizio, un’occasione assai stimolante per cogliere le tensioni e gli orientamenti del mondo, qualunque sia la propria convinzione.

L’omonimo account Twitter, per esempio, è un canale di approfondimento “on demand” (a richiesta) davvero unico, per suggestioni e spunti di riflessione. A Davos si esplora la dimensione digitale in tutte le declinazioni possibili, con protagonisti di estrazioni assai differenti; la connotazione prettamente economica si è nel tempo trasformata; il cambiamento digitale in atto fa sì che molte delle linee di demarcazione più nette e tradizionali tra discipline di studio e lavoro si evolvano, verso “terre di tutti e di nessuno” dove non esiste più un primato del sapere su altri, ma tutti, in una logica di collaborazione pervasiva, si “contaminano” vicendevolmente e costruiscono il nuovo.

L’appuntamento di gennaio tra le montagne di Davos è anche la sintesi delle tante analisi che mese dopo mese si susseguono; così la globalizzazione protagonista dell’inizio del Nuovo Millennio è tornata agli allori nella sua veste 4.0, quella mediata sempre più dalla trasformazione digitale in atto. Tra gentrificazione e nomadismo digitale c’è ancora spazio per la tradizione? E come sarà il futuro 4.0 che già è la quotidianità di alcuni settori? Quale sarà il ruolo delle donne nella rivoluzione 4.0? Proprio a fine 2018 il Wef ha presentato il Gender Gap Report 2018, il rapporto annuale che misura la differenza di genere in funzione dell’accesso alle risorse e alle opportunità.

Quest’anno l’accento si è concentrato su un ambito in apparenza assai lontano dalla nostra esperienza quotidiana, in realtà molto più vicino di quanto non immaginiamo. L’intelligenza artificiale, la capacità cioè data a macchine, robot e altra tecnologia di svolgere operazioni in autonomia, è il settore in cui più evidente sarà la mancanza di competenze; tra i pochi professionisti oggi disponibili le donne sono solo il 22%, un gap che in un settore ancora tutto in evoluzione potrebbe trasformarsi perfino in una limitazione dei risultati ottenibili, mancando di fatto la possibilità di includere tratti e conoscenze più tipicamente femminili. Lavorare per contenere la differenza di genere significa anche riflettere sulla diffusione di conoscenze e competenze innovative, proprio quelle che il mondo chiederà in futuro.

Ancora una volta è il Nord Europa a guidare la classifica dei Paesi con il minor “gender gap”: Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia sono i migliori al mondo, ma nella Top Ten al quinto posto si trova il Nicaragua, seguito rispettivamente da Rwanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda e Namibia. La Svizzera è ventesima, l’Italia addirittura settantesima su 149 Paesi. Al ritmo attuale dell’evoluzione osservata nel 2018, si ritiene che il gap di genere in Europa possa essere colmato in 61 anni; ne saranno necessari 70 nel Sud est asiatico, 74 in America latina e Caraibi, 135 nell’Africa sub sahariana, 124 nell’Europa dell’Est e in Asia centrale, 153 in Medio Oriente e Nord Africa, 171 nell’Asia dell’Est e nel Pacifico, 165 in Nord America. Ebbene, classifiche a parte, è stimolante utilizzare questo indice per scoprire le buone pratiche in essere in Paesi tanto diversi tra loro. Ancor più interessante riflettere sulle specificità interne ai Paesi; le comunità montane, per esempio, che hanno spesso costruito la propria solidità sul matriarcato, possono essere considerati esempi a cui ispirarsi anche in tempi di digitalizzazione?


Chiara Maria Battistoni