Il commerciante di frontiera: un “mestiere” estinto

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Passando attraverso l’abitato di Campocologno, lungo la strada cantonale che porta alla dogana, non può non balzare all’occhio una certa desolazione nell’incontrare sontuosi immobili desolatamente chiusi, che raccontano la storia di un passato, neppure troppo lontano, fatto di fiorenti commerci, ognuno legato alla presenza di un confine che, in virtù di momentanei vantaggi garantiti da normative favorevoli o da un regime di cambio propizio, permettevano lo svilupparsi del tipico commercio di frontiera.

Un commercio di frontiera che non dipendeva unicamente dalle momentanee congiunture favorevoli, ma anche dalla ricerca di prodotti acquistabili solo da questa parte di confine, come per esempio il cioccolato svizzero, ma tanti altri ancora. Un aspetto quest’ultimo forse un po’ sottovalutato, ma che ha pure contribuito in modo determinante, assieme agli altri fattori, a far sparire il “mestiere” del commerciante di frontiera. Sì, perché proprio di questo sto parlando ora, di un “mestiere”, quello del commerciante di frontiera, che è nato e si è sviluppato grazie all’esistenza di un confine fra due Stati e che, non da ultimo causa anche la globalizzazione, si può ormai ritenere definitivamente tramontato. Parliamo allora di questo “mestiere”, di cosa lo rende così diverso da un altro commerciante e perché è da reputare quale figura professionale ormai estinta.

Il negozio di frontiera è un’attività storica, dipendente soprattutto da una clientela proveniente da oltre confine. A Campocologno già la si trovava a fine Ottocento, conoscendo però il suo vero e proprio sviluppo dopo la Seconda guerra mondiale, con il diffondersi su larga scala del contrabbando e il conseguente proliferare delle “botteghe” lungo la via principale del paese, con la scritta “tabacchi e coloniali”. Forse in queste due ultime parole è racchiuso il vero senso e il destino dell’attività.

@Archivio Gisep

La vendita di tabacchi e coloniali, letteralmente spezie, tabacco, caffè, ecc., vale a dire di prodotti provenienti da quelle che un tempo erano colonie dei paesi europei e che, da questa parte del confine, si trovavano in abbondanza e senza restrizioni, ma soprattutto a prezzi molto favorevoli, rappresentavano l’elemento chiave di questo commercio. Negli anni ’50 e ’60, fino ad inizio degli anni ’70, anche una certa stabilità del cambio franco/lira ha contribuito a dar continuità al commercio e a rendere Campocologno quasi un supermercato a cielo aperto. Il commercio di frontiera ha conosciuto un primo ma significativo contraccolpo contemporaneamente alla fine del contrabbando, potendo in fondo esistere grazie ai medesimi principi economici che ne permettevano la proliferazione, vale a dire cambio favorevole e imposizione di misure protezionistiche su taluni prodotti in Italia, in special modo, appunto, sui coloniali.

La fine del contrabbando, sancita da una generale liberalizzazione con conseguente livellamento dei prezzi relativi a questi prodotti, non ha però decretato la definitiva scomparsa del commercio di frontiera che, in forma più ridotta, ma comunque significativa, è sopravvissuto fino agli inizi degli anni 2000, limitandosi soprattutto ad attività attorno alla gestione di pompe di benzina. Il commercio di carburante, come pure delle sigarette, ha sempre funto da calamita anche per vari altri prodotti, venduti in grandi quantità se i fattori prezzo e cambio giocavano a favore della nostra parte di confine. Un andamento altalenante, in cui a profonde crisi seguivano periodi prosperi e floridi. L’equilibrio del commercio di frontiera, comunque sempre esistito d’ambedue le parti, si è definitivamente spezzato con l’introduzione in Italia della carta sconto benzina nel 2000 (in gergo sportivo si direbbe mancanza di fairplay), un aiuto di Stato ad aziende private che ha fatto pendere la bilancia completamente al di là del confine.

Stazione di benzina BP (Fratelli Zanolari), Campocologno 1980 – Fonte: archivio privato

L’evolversi della geopolitica con l’avvento del commercio globalizzato, i profondi mutamenti nelle abitudini degli acquisti sempre più improntati sulle vendite online, il proliferare della grande distribuzione su tutto il territorio della Valtellina, hanno definitivamente sancito la fine del “mestiere”, che, nella forma a noi conosciuta, non tornerà più. Non vedremo mia più le code di pendolari che la domenica si affacciavano ai nostri distributori di benzina per il pieno e gli acquisti di sigarette e cioccolato.

Un’immagine ormai nostalgica di tempi neanche troppo lontani, consegnati definitivamente alla storia. Il cioccolato svizzero, per usare un esempio emblematico, oggi lo si acquista a minor prezzo in Italia e domani le macchine elettriche ridurranno ulteriormente il margine di manovra dei distributori di carburante.

Quella scritta dal sapore d’altri tempi – “Tabacchi e coloniali” – che campeggiava all’entrata dei negozi di Campocologno e che costituiva l’alfabeto del commerciante di frontiera, è sparita con il decadimento degli immobili abbandonati, inghiottendo anche lo stesso “mestiere”.

Il confine aprirà sicuramente altre opportunità, bisogna guardare avanti e saperle cogliere.


Piero Pola