Sacha Zala: «L’identità è nella testa e non nel luogo di residenza»

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Sacha Zala - foto del novembre 2018

Lo scorso 7 febbraio il Governo cantonale ha conferito il Premio grigionese per la cultura 2019 allo storico Sacha Zala “per il suo impegno volto alla difesa e alla promozione della lingua italiana, […] quale ricercatore affermato a livello nazionale e internazionale […]”. Per prestazioni culturali e scientifiche eccellenti il Governo cantonale può conferire il Premio grigionese per la cultura. Esso è considerato il massimo riconoscimento del Cantone dei Grigioni in ambito culturale e, a differenza dei premi di incoraggiamento e di riconoscimento, non viene conferito ogni anno. Dalla sua istituzione, nel 1969, fino ad oggi, il premio è stato assegnato 47 volte. Nato e cresciuto in Valposchiavo, oltre che per il suo acume intellettuale, Sacha Zala (classe 1968) è ben conosciuto ed apprezzato dai convalligiani anche per la sua affabilità. Nelle scorse settimane lo abbiamo contattato per rivolgergli alcune domande in merito all’assegnazione di questo prestigioso premio.

 

Qual è stato il tuo primo pensiero quando ti è giunta la notizia dell’assegnazione del Premio culturale grigione?
Dapprima mi è sfuggita l’esclamazione: «Per Bacco: sono già così vecchio?» Poi ho molto riso quando mi sono ritrovato una mia fotografia di dieci anni fa in prima pagina de «Il Grigione Italiano». Per rimettere in sesto la cronologia della mia vita, vi mando volentieri una mia foto recente da cinquantenne!

Cosa pensi che abbia pesato di più nella scelta della giuria: il tuo operato in favore del Grigionitaliano o la tua attività quale storico?
Non lo so proprio. Per finire è forse impossibile separare questi due importanti pilastri della mia vita, sebbene deontologicamente li abbia sempre nettamente distinti: le rigide norme di correttezza dello storico possono stridere con l’efficacia della promozione di una nobile causa. È questa la vera ragione per la quale, da storico, non mi sono professionalmente occupato del Grigionitaliano. Già nel 1882 lo storico Ernest Renan ci rendeva attenti che «l’oblio e persino l’errore storico costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione». Per me questo giudizio è sempre stato un chiaro monito a separare le due attività.

La storia ci insegna che ciò che oggi ha un valore, domani potrebbe non averlo. Essere insignito di un premio non pone il vincitore anche difronte a questo dilemma?
No, non direi. Anche gli storici sono figli del proprio tempo e vivono con tutte le sue contingenze nel presente. È comunque evidente che sviluppi futuri possano mutare profondamente le interpretazioni che poi potrebbero venir date a questo premio. Poniamo che tra duecento anni non ci siano più grigionesi di lingua italiana: probabilmente i futuri storici interpreterebbero questo premio come una specie di nostalgico omaggio ad un personaggio come il capo indiano Toro Seduto. Se invece la Svizzera dovesse venir smembrata e la parte italofona appartenere all’Italia, invece di un eroico premio di un irriducibile Asterix, probabilmente si vedrebbe un vile traditore che si batteva per l’«opzione Nord» invece della mediterranea «madrepatria» italiana. Sinceramente spero che anche tra duecento anni prevalga ancora il discorso di una democratica battaglia per i nostri diritti civili, che mi piace credere abbia contribuito a darmi questo premio.

Dopo Guido Fanconi, nel 1979, e Grytzko Mascioni, nel 1985, sei il terzo valposchiavino a ricevere il riconoscimento principale. Che sentimento ti senti di esprimere nei confronti della terra che ti ha visto nascere e crescere?
Mi stupisce molto che la Valposchiavo abbia dovuto attendere ancora così tanto tempo. Non c’è ombra di dubbio che in tutti questi anni altri avrebbero meritato il premio. Ma forse questo è, appunto, il problema maggiore: come farci conoscere e come farci sentire nella parte dominante del Cantone? Spesso sono confrontato con i soliti cliché legati ad un’infanzia in «periferia», quasi quasi si trattasse di un territorio sottosviluppato. Le opportunità, invece, che ho avuto in Valposchiavo sono state uniche: dagli esploratori, a La Scarìza, ai Fratelli Lumière per giungere a dei veri progetti storici al Museo e alla Tavola rotonda sulla storia valposchiavina e la fondazione della Società Storica Valposchiavo. Dove altrimenti un giovane avrebbe potuto trovare tali opportunità? L’impegno successivo per la Pgi e oggi per la Società Svizzera di Storia e il Comitato internazionale delle scienze storiche probabilmente non sarebbe mai accaduto senza il prezioso bagaglio d’esperienze raccolto in Valposchiavo.

Nella tua carriera professionale sembrerebbero convivere tre anime: quella del ricercatore, quella del promotore culturale e quella del pedagogo. Sono tre attitudini in cui ti riconosci?
È una bella descrizione! Forse è proprio quando insegno il momento nel quale le tre anime si liberano e si fondono maggiormente. L’attività del ricercatore è, per sua natura, più nascosta, riflessiva e taciturna. Il ruolo del promotore culturale mi ha spinto certamente alle azioni più vistose: il discorso che ho tenuto nel 2010 alla festa della Convivenza e nel quale fortemente mi ribellavo agli attacchi alle minoranze finì sulle prime pagine dei giornali, mettendo addirittura in secondo piano il discorso del Consigliere federale presente. Quando dissi «oggi, noi romanci e noi grigionitaliani siamo feriti e tristi» il pubblico si scatenò e capii che avevo raccolto i sentimenti di tutti i presenti. Scrissi il discorso di getto, in albergo, nella notte prima della manifestazione. Riascoltandolo oggi, a distanza di quasi dieci anni, mi sembra ancora molto attuale e coraggioso. Sebbene contenga diversi velati rimandi a teorie ed analisi storiche, quello è stato un chiaro momento nel quale l’impeto del promotore culturale ha avuto il sopravvento sull’anima del pacato e distanziato ricercatore. Non credo di essere impulsivo, ma in quel preciso momento non avrei potuto fare altrimenti. In quell’istante ho capito cosa significasse essere il presidente della Pgi.

Ascolta il file audio del discorso tenuto il 16 ottobre 2010 a Cazis da Sacha Zala
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Sacha Zala durante il discorso all’incontro “Convivenza” di Cazis del 16 ottobre 2010

Nel mondo del lavoro e negli atenei l’inglese sta prendendo sempre più piede. In Svizzera ciò sta mettendo a repentaglio lingue minoritarie quali il romancio e l’italiano. Se non vi è più la volontà di conoscere la lingua e la cultura del nostro prossimo, non vi è anche il rischio che la coesione nazionale venga meno?
Altro che romancio ed italiano: ogni tanto mi capita di sentire romandi e svizzeri tedeschi parlare tra di loro in inglese. Assurdo. Comunque, negli ambiti accademici nei quali di regola mi muovo, le lingue nazionali rimangono importanti. Dal XX secolo, la Svizzera è, per vari aspetti, uno stato nazionale «anomalo». La difficoltà nel concepire uno stato nazionale nel senso ordinariamente etnico del termine ci ha portato a glorificare altri collanti della coesione nazionale, dal mito del «Sonderfall» ad una dimensione quasi sacrale che diamo alla «neutralità».

Spesso ti ho sentito parlare del principio di territorialità linguistica come di un ostacolo verso la costruzione di uno stato più democratico e tollerante. Ma andando contro questo principio non si rischia di intaccare l’essenza del quadrilinguismo svizzero?
Non sono mai stato contro il principio della territorialità. Semplicemente mi preme sottolineare come federalismo e principio della territorialità siano stati dei possenti meccanismi per neutralizzare i maggior conflitti del nascente Stato federale del 1848. A cosa ci serve una protezione da «parco nazionale» se non possiamo vivere nel parco? Praticamente ogni biografia grigionitaliana, per forza di cose, ci porta a vivere per dei lunghi periodi fuori dal nostro territorio. Per una regione che come il Grigionitaliano non dispone di una propria capitale economica, politica e culturale della propria lingua diventa dunque essenziale poter trasportare i propri diritti linguistici anche al di fuori del territorio. Nel contempo ritengo importante «difendere» il nostro territorio con un solido principio della territorialità. Grazie alla situazione geografica, comunque, per noi questa protezione è molto meno rilevante che per i romanci.

La realtà sembra divenire sempre più complessa. Cosa temi di più: un eccesso di leggi o un eccesso di informazioni?
Riflettendo filosoficamente temo l’eccesso d’informazione qualitativamente non filtrata. Con la digitalizzazione, ogni ricerca su Google darà sempre un risultato positivo, al di là della rilevanza del tema. Un esempio concreto e assurdo nel contempo: la «Flat Earth Society» è una associazione che sostiene che la Terra sia piatta. Ora, se qualcuno è convinto di questa ipotesi e fa una ricerca su Internet troverà centinaia di rimandi che confermano la propria ipotesi. Così si cementano teorie del complotto e «fake news». Che un’errata concezione di «democrazia» legittimi prese di posizione basate su opinioni personali piuttosto che risultati di analisi scientifiche mi spaventa. Il generale sopravvento dell’opinione rispetto a enunciati basati su metodi d’analisi scientifica mi fa riflettere molto. Oggi ognuno può pensarla come vuole, in beffa ad ogni cognizione scientifica.

La premiazione è prevista il prossimo 29 giugno, a Brusio, nel tuo comune di origine. Te ne rallegri?
Sì, molto. Parlare di Brusio come mio «comune d’origine» mi pare sempre un po’ drastico, come se non sussistesse più un legame nel presente. Sono cresciuto a Campascio, conosco ogni albero dei boschi attorno al paese. Questo attaccamento non cambia minimamente anche se da quasi 35 anni vivo lontano. È l’identità che conta – e quella è nella testa e non nel luogo di residenza.


A cura di Achille Pola

2 COMMENTI

  1. Complimenti caro Sacha e bravo Achille per la bella intervista, che ha portato a risposte piene di brio e sostanza. Il premio per la cultura lo meriti proprio tu, caro Sacha, e avere due “predecessori” come Guido Fanconi e Grytzko Mascioni la dice lunga sull’importanza dell’evento. Essenziale e giusto il tuo accenno alle opportunità che Poschiavo ha offerto e offre ai giovani in un ambiente vivo e ricco sotto vari aspetti, primo fra tutti una buona scuola con bravi insegnanti come Nando Nussio e tanti altri, poi le iniziative partite e realizzate dai giovani di una volta e di oggi. Tanti auguri! Andrea