In dirittura d’arrivo

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Luca 19.28 – 40
Domenica 14 aprile 2019 Palme

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

28 Dette queste cose, Gesù andava avanti, salendo a Gerusalemme.

29 Come fu vicino a Betfage e a Betania, presso il monte detto degli Ulivi, mandò due discepoli, dicendo: 30 «Andate nella borgata di fronte, nella quale, entrando, troverete un puledro legato, su cui non è mai salito nessuno; slegatelo e conducetelo qui da me. 31 Se qualcuno vi domanda perché lo slegate, direte così: “Il Signore ne ha bisogno”».

32 E quelli che erano stati mandati partirono e trovarono tutto come egli aveva detto loro. 33 Mentre essi slegavano il puledro, i suoi padroni dissero loro: «Perché slegate il puledro?» 34 Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35 E lo condussero a Gesù; e, gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36 Mentre egli avanzava stendevano i loro mantelli sulla via. 37 Quando fu vicino alla città, alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei discepoli, con gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutte le opere potenti che avevano viste, 38 dicendo: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!»

39 Alcuni farisei, tra la folla, gli dissero: «Maestro, sgrida i tuoi discepoli!» 40 Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno».

Cara comunità, le feste piacciono a tutti. Palme piace perché ricorda la festosa parata all’ingresso di Gesù a Gerusalemme, alla fine del suo ministero terreno. Era una festa. C’erano le folle, il cantare e il danzare, schiamazzo e applausi, mentre Gesù entrava trionfalmente in Gerusalemme per la porta delle pecore, ingresso degli agnelli per il sacrificio pasquale. Questa strada era a senso unico. L’agnello entrato per la porta del sacrificio non aveva via d’uscita. Lo stesso è stato vero per l’Agnello di Dio. La folla agitata aspettava una grande esibizione di potenza. Colpisce che Gesù s’identifichi come “la porta dell’ovile” per arrivare a Dio in questa festa agro-dolce.

Nella liturgia, questa domenica ha i testi festivi delle Palme e quelli tragici della Passione di Cristo. Il clima è festivo ma con un sottotono tragico. Di solito, si ascolta di più dell’entrata trionfale di Cristo tra mantelli stesi e palme sventolate. Invece, la domenica della Passione non è festosa: è la descrizione degli eventi di Gesù dopo l’ingresso festoso in città per questa strada senza sbocco. La Passione di Cristo non è una festa. Nemmeno un’esibizione di potenza, non come noi capiamo il potere. Non ci sono miracoli, non come noi li definiamo. Le folle capiscono di avere sbagliato persona e cambiano umore. La Passione racconta la storia terrificante di Gesù, trascinato davanti alle autorità, interrogato sulla sua identità e missione, giudicato rozzamente, con governatori che si lavano le mani e religiosi che lo eliminano per mantenere il potere. I testi della Passione di Cristo, con i suoi drammi, i tumultuosi picchi e profonda tragedia vanno letti però con quelli dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, non puoi saltare direttamente al culto di Pasqua della resurrezione di Cristo, perché ti perderesti della “roba” importante. In questa domenica non c’è solo la festa, ma anche l’ombra della sua croce. Non si capirebbe la chiusura umana che ha portato Gesù sulla croce, che ha reso la sua resurrezione il dono di redenzione per la creazione. Quella roba che riconosce la relazione spezzata tra la creazione e il suo Dio. In breve, il rifiuto di una vita senza Dio.

Nella chiesa primitiva, il tempo prima di Pasqua era celebrato in modo molto differente. Nei primi giorni della Chiesa, l’istruzione nella via e nel cammino di Gesù era essenziale e il percorso per il discepolato era mirato sulla Passione di Cristo. Nella chiesa primitiva, la data per il battesimo non era scelta secondo gli impegni dei nonni o dei parenti ma era un percorso di tre anni di fede, inteso a fare di un “credente” un “discepolo”. Questo percorso non era basato su insegnamenti di testi o dottrine della Chiesa. Invece, era un apprendistato “mani in pasta” guidato da un mentore, fatto con il cuore, educato nello Spirito alla pratica della fede, preghiere e missione. Non teorica ma amore pratico! In qualsiasi disciplina, uno studente deve integrare la pratica alla teoria. In alcuni ospedali universitari, i laureati si fregiano del titolo di dottore, ma prima sono messi in un qualche tirocinio. Solo dopo si ottiene la promozione, seguiti da dottori senior. Quasi la stessa cosa avveniva per i primi battezzandi. Confessare la fede in Cristo era una cosa. Modellare la tua vita al vero discepolato nella via, verità e vita di Cristo era altra cosa. Prima di ricevere il battesimo, prima della laurea in “discepolo di Gesù” ci volevano tre anni d’intenso tirocinio per radicarsi e crescere. Il titolo però non era dato per le competenze dottrinale ma per sapere quanto è costato a Gesù salire su quella croce. Prima di risorgere Gesù aveva dovuto smascherare il male dell’umanità.

Il passaggio dalla pratica di fede alla teoria dottrinale è avvenuto quando il segno del battesimo, l’acqua e la confessione di fede sono stati disposti in tempi diversi. La Chiesa ha prima battezzato e poi spostato alla confermazione il percorso del discepolato. Si è invertito il tirocinio pratico da prima del battesimo, a una preparazione successiva. Nei tre anni di catecumenato per fare parte del corpo di Cristo non s’imparavano dottrine, ma si metteva in pratica l’essere come Cristo, seguaci della via, verità, e vita. Il training dei battezzandi era una pratica di fede in una comunità di fede pratica. Niente teoria ma si camminava nelle scarpe di Gesù andando nei luoghi in cui lui era stato tra i poveri, i malati, i portatori di handicap, i bambini, gli anziani e gli abbandonati. Il pericolo per la Chiesa d’oggi è che, avendo conseguito “l’attestato” prima del tirocinio, si potrebbe pensare che praticare gli essenziali della fede cristiana non sia necessario. Invece, nella Chiesa primitiva, gli aspiranti discepoli entravano nella dirittura finale che finiva nella Domenica delle Palme o della Passione di Cristo. Con oggi, si entra in una nuova stagione del calendario di fede: la Settimana di Pasqua. Per i catecumeni della chiesa primitiva era la fine del tirocinio: entravano nella Chiesa come operai specializzati. Nella settimana di Pasqua, essi rivivevano gli ultimi giorni di Gesù, terminati nella risurrezione, in preparazione del battesimo, in immersione totale nelle storie e nelle pratiche di Gesù, concentrati mente, corpo e spirito. Questo era la vera Festa, quando niente della loro vita rimaneva al suo posto, per celebrare ed esaltare la vittoria dell’Agnello sul peccato e sulla morte.

La Domenica delle Palme è una festa. E quella della Passione serve a capire che i discepoli di Gesù non si fermano alla festa delle Palme. C’è esultanza e sofferenza, perché come sappiamo bene dalla vita, la gioia e il dolore, la nascita e la morte si mischiano in un gioco a volte crudele. I catecumeni della Chiesa primitiva erano battezzati nel mattino di Pasqua. Il tirocinio li aveva portati da “credenti” a “discepoli” e vedevano in quel giorno la dirittura d’arrivo. In quel lampo di gioia si erano immersi nell’acqua, per morire a sé stessi e rinascere a nuova vita, perdonati e liberati. Così, cari confermati tutti, non siamo arrivati, la vita cristiana è un tirocinio per passare da “credenti” a “discepoli/e”, e davanti c’è una lunga dirittura d’arrivo. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa