Gesù il mediatore divino del nuovo patto

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Ebrei 9.15, 26b – 28

Sermone del 19 aprile 2019 Venerdì Santo

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
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15 Per questo egli è mediatore di un nuovo patto. La sua morte è avvenuta per redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo patto, affinché i chiamati ricevano l’eterna eredità promessa.

26 In questo caso, egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla creazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio. 27 Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, 28 così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro che lo aspettano per la loro salvezza.

Cara comunità, l’inno 100 del Venerdì Santo inizia così: “Sull’infame legno un supplizio indegno soffrì, o Salvator. Muta, ostil, profonda tenebra circonda il tuo gran dolor. Ieri il mondo ti esaltò, oggi ognuno t’ha lasciato solo abbandonato”. Le storie dell’esecuzione di Gesù effondono abbandono e tenebre. Ai fatti del Golgota si reagisce turbati e amareggiati. Non si rimane impassibili alla durezza del cuore umano che permette e compie un atto orribile. La croce proietta un’ombra di tristezza e sconsolazione.

Sulla croce c’è Gesù. I Vangeli ci dicono che ha a cuore il diritto alla vita degli emarginati e dei sofferenti. Per lui, la dignità della persona è al primo posto. Gesù mette al centro i malati, gli emarginati, i lebbrosi, i ciechi, le persone giudicate indegne di Dio. Lo troviamo poi, con il volto addolorato e afflitto, inchiodato sulla croce invocare: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” Quest’uomo di pace è su un infame legno! Sotto la croce, ci sono dei soldati che si giocano ai dadi le sue vesti, i sacerdoti, gli scribi e gli anziani che insultano: “Ha aiutato altri che aiuti sé stesso!” Il turbamento è evidente nelle donne che lo osservano da lontano, impaurite e spaventate da quell’orrore, impotenti, senza potere aiutarlo. Nel Venerdì Santo, inermi, vediamo l’uccisione di un innocente, sul quale sono state caricate le colpe del popolo, un capro espiatorio. Uno dei ladroni dice: noi ce lo siamo meritato, lui no! Da una parte, c’è un insensato spargimento di sangue, brutalità e odio. Dall’altra, c’è angoscia, paura e incapacità di fermare un crimine. E un Gesù innocente pende da una croce.

Qui si prova la stessa impotenza di quando i minimi sono “messi in croce” incolpati dei nostri problemi sociali. Ancora oggi, per conquistare o mantenere il potere, si versa sangue innocente. Così, molti sono sacrificati invano. Nei Venerdì Santo del mondo, come Gesù in croce, ci sono innocenti che soffrono senza senso! Un sacrificio però deve servire a qualcosa. Deve valerne la pena, sia per chi lo riceve sia per chi lo fa. Contribuire con un sacrificio al futuro migliore di altri, da valore alle nostre rinunce perché hanno senso. Un sacrificio umano però riteniamo non abbia mai senso. La morte di Gesù sul Golgota, c’è detto però che ha un senso: Gesù diventa il mediatore di un nuovo patto riconciliatorio con il Padre; la sconfitta diventa vittoria. Con la sua morte, ci apre una nuova relazione con Dio e tra noi umani. I giudei offrivano sacrifici per espiare i peccati o per ringraziare il Signore. Altri popoli li offrivano per calmare l’ira della divinità. Il sacrificio di Gesù serve a calmare l’ira divina per il perdono dei peccati? Il peccato offende Dio e quindi egli pretende un sacrificio riparatorio, va intesa così la morte di Gesù? Placata l’ira divina, i nostri peccati sono perdonati? No, il peccato non è un’offesa a Dio ma al prossimo che porta la sua immagine. Non ti puoi riconciliare con Dio con un “sacrificio”, è prima con il prossimo che ti devi riconciliare. Gesù è morto per il nostro rifiuto di vedere Dio nel suo volto e il suo amore che ci visita. Il rifiuto di amare il prossimo, portatore dell’immagine di Dio, di rifiutare la disumanità e diventare umani con un cuore di carne, è quello che crocefigge. Non ha senso “sacrificare” un innocente capro espiatorio per liberarmi delle colpe!

La morte di Gesù però non è in mano a un destino cieco. Gesù non ha mai smesso di rivelare l’amore del Padre, e per questo non si è tirato indietro dal salire sulla croce! Quale persona che cura un familiare malato, sebbene stanco, dica: smetto. Gesù ha curato le nostre malattie senza dire: smetto di curarli! Non è stata una vittima indifesa da offrire al Dio adirato. Gesú è la vittima del nostro rifiuto di riconoscere in lui la riconciliazione divina. È vittima del nostro non ammettere che la nostra disumanità interna deve essere riconciliata con Dio. Gesù in croce svela l’amore di Dio per noi e ci incoraggia a farlo. Nella rinuncia di Gesù alla violenza e al potere, noi vediamo un innocente condannato come un criminale. Non c’è in lui parola di condanna per i suoi carnefici. È in mano alla violenza e all’odio e per amore li libera dal loro odio. Sulla croce, c’è l’amore di un perdono incondizionato. In Gesù, la fiducia e l’obbedienza a Dio hanno vinto sulla paura. In croce, mentre il male uccide la voce divina, si rivela tutta la nostra disumanità. Chi vede nella croce il peccato del mondo e l’amore divino che riconcilia, ha già oggi vita con Dio. Il credente non teme più il Signore, anzi, diventa libero di aprirsi al mondo. La paura, invece, è il volto del peccato. Chi teme di non avere abbastanza o di rimanere emarginato ed escluso, si chiude a Dio e al prossimo. Si torturerà con la domanda: come posso venire prima degli altri? E passerà la vita a “elevarsi sul prossimo” come Caino. Diventa insensibile all’incontro con l’altro. L’epistola agli Ebrei afferma che, poiché Gesù è il mediatore di un nuovo patto, noi possiamo accoglierci senza paura. La paura di essere esclusi è vinta. La sua misericordia è così grande che nessuno è escluso dal suo amore. Nella vittima innocente sulla croce riceviamo riconciliazione con Dio e il prossimo.

Della morte di Gesù, la lettera agli Ebrei ci dice che ci libera per sempre da ogni forzatura sacrificale, 9.25, 28: così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola … Gesù rende inutile l’offerta di altre vittime. Per secoli, gli umani hanno offerto sacrifici agli dei per ottenere il perdono della colpa per avere la loro benevolenza. L’adorazione divina senza un sacrificio di sangue era impensabile. Questo è finito. Il sacrificio della vita di Gesù chiude la necessità di offrire sacrifici per riconciliarsi con Dio. Il perdono e la riconciliazione si trovano solo in Gesù Cristo, che è vittima e sacerdote. Non servono “altri” sacrifici. In Cristo la strada al Signore è libera.

Il sacrificio di Gesù non è per soddisfare una divinità irata. Gesù è morto perché rifiutiamo l’incontro con il Signore che guarisce il nostro male interno. Questo rifiuto, però, non ha fermato l’amore che ci portava dal Padre. Sulla croce noi vediamo quanto ci ama il Padre e il male del nostro rifiuto. Credere in Dio è vedere nel Figlio il perdono che ci attende e accogliere la riconciliazione che guarisce. Il male in noi è chiamato per nome e sanato. Nella sua cena noi ricordiamo questo: Gesù si è dato per noi, il Padre ci accoglie, noi possiamo vivere l’uno per l’altro. Noi possiamo usare misericordia diventando umani nei rapporti. In croce, dolorante e morente, vediamo Uno che è per noi e ha incarnato “l’Iddio con noi”: Gesù il Cristo, Signore e Redentore nostro. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa