Luci e ombre su Giovanni Luzzi

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Venerdì scorso, 10 maggio 2019, è stata presentata nella chiesa riformata di Poschiavo la figura un po’ caduta in oblio di Giovanni Luzzi (1856-1948), figlio d’emigrati engadinesi a Lucca, biblista di fama internazionale, primo traduttore della Bibbia in italiano moderno e pastore della comunità evangelica di Poschiavo a cavallo tra gli anni venti e trenta del secolo scorso. La serata è stata organizzata dalla Pgi Valposchiavo in collaborazione con la comunità evangelica e con la partecipazione di Daniel Bilenko e Claudio Laiso, autore e regista della docufiction radiofonica “Don Jon da Las Rossas” prodotta dalla RSI.

Per questa speciale occasione la docufiction – andata in onda il 24 dicembre 2017 su Rete Due per la serie «Domenica in scena» – è stata interamente riascoltata dal pubblico presente in chiesa (clicca qui per riascoltare la puntata) e commentata dai due collaboratori della RSI, nonché dal biografo di Giovanni Luzzi Hans-Peter Dürr, dal traduttore della docufiction in lingua romancia Guadench Dazzi, e dal pastore emerito della comunità evangelica di Poschiavo Carlo Papacella. A dare lustro all’evento hanno contribuito i canti del coro «DoppiaVì» ispirati alla tradizione anglo-americana, una sorta di omaggio al Luzzi che fece un lungo soggiorno negli Stati Uniti d’America, dove oltre a godere di grande prestigio ricevette anche il sostegno finanziario per la sua colossale opera di traduzione.

L’evento è stato introdotto da Giovanni Ruatti, collaboratore Pgi Valposchiavo, che ha sottolineato l’importanza storica per il Grigionitaliano della figura di Giovanni Luzzi nonché la straordinarietà della sua traduzione in italiano della Bibbia. La discussione fra i vari ospiti è stata moderata da Daniel Bilenko, che in entrata ha brevemente spiegato la genesi della sua docufiction ed ha colto un po’ di sorpresa la platea parlando di müff (cattolici) e lütar (riformati), riuscendo così ad alleggerire la pesantezza di secoli di conflitti confessionali con una nota ben assestata di umorismo. Bilenko ha anche aggiunto quanto fosse per lui importante poter condividere con il pubblico di Poschiavo il suo lavoro.

Claudio Laiso ha parlato del suo rapporto con la figura di Luzzi partendo dalla storia di suo padre, che dopo aver letto in Italia – ancora da cattolico – la Bibbia di Luzzi, ne rimase folgorato. Il libro, che gli era stato recapitato dalla Svizzera, fu in seguito sequestrato e bruciato davanti ai suoi compagni di classe dal parroco cattolico. Questo fatto non gli impedì però di divenire pastore evangelico e di emigrare più tardi in Svizzera. Claudio Laiso, che oltre a regista è anche organista, ha poi spiegato la scelta dei pezzi musicali inseriti nella docufiction; composizioni che fanno rigorosamente parte della tradizione musicale riformata. 

Hans-Peter Dürr ha invece paragonato la sua solitudine di pastore evangelico in un paese sperduto fra le Alpi come Tschlin a quella di Giovanni Luzzi a Poschiavo, nello specifico contesto storico in cui tradusse la Bibbia. Se a Luzzi questa solitudine fu utile per tradurre i testi sacri direttamente dal greco antico e dall’ebraico, per Dürr è stata un incentivo a svolgere delle ricerche sul teologo originario dell’Engadina Bassa. Egli ha inoltre descritto con un’efficace immagine il lavoro di stesura della biografia su Luzzi: “È stato come gettare una rete nel mare; i fatti più importanti – i pesci più grossi – sono confluiti nel libro, mentre altri, di minore importanza, sono stati in seguito scartati”. 

Per il giornalista della RTR (Radiotelevisiun Svizra Rumantscha) Guadench Dazzi, che già conosceva Daniel Bilenko ed era informato riguardo alla produzione della docufiction sul teologo di Tschlin, l’adattamento della docufiction in romancio è stato un atto dovuto. “Normalmente noi della RTR traduciamo però dal tedesco – ha detto il giornalista parlando in un perfetto italiano – e tradurre per una volta dalla lingua di Dante è stata per me un’esperienza molto speciale”. Dazzi ha anche detto che la RTR, a differenza della RSI, non dispone di una sala registrazioni che permette di realizzare suoni ed effetti speciali; la versione romancia di “Don Jon da Las Rossas”, infatti, è stata realizzata con mezzi tecnici limitati.

Nel suo breve ma incisivo discorso, Carlo Papacella, pastore emerito della comunità evangelica di Poschiavo, ha messo in evidenza alcuni aspetti della vita di Luzzi e della sua permanenza a Poschiavo a molti sconosciuti. Il famoso biblista fu ad esempio accolto dalla comunità poschiavina con alcune riserve, forse dovute alle sue esplicite simpatie verso il fascismo. Ciò fu causa di discussioni all’interno della comunità, che sfociarono nell’esenzione di Luzzi dall’insegnamento religioso a scuola, ruolo che venne assunto dal pastore della comunità di Brusio. D’altra parte Luzzi era un accademico e un teologo di levatura internazionale probabilmente inadatto all’insegnamento agli scolari. In base alle testimonianze che il pastore Papacella ha potuto ascoltare dai membri della comunità che conobbero Giovanni Luzzi, questi scelse Poschiavo come dimora per portare a termine la sua ciclopica traduzione della Bibbia in dieci tomi, anche se per regolamento era tenuto a svolgere il suo ministero pastorale fino all’età di 70 anni.

Ma nella comunità evangelica poschiavina Luzzi aveva anche molti estimatori, che apprezzavano soprattutto le sue doti intellettuali e il suo costante impegno a favore del dialogo con la comunità cattolica. Il noto biblista ebbe anche legami con ambienti del modernismo cattolico italiano, il quale promosse una prima forma di ecumenismo fra le diverse chiese in seno al cristianesimo. Egli è inoltre ricordato per avere messo a disposizione della comunità evangelica di Poschiavo, di tasca propria, i soldi per l’installazione del riscaldamento della chiesa.

Molte luci, dunque, ma anche alcune ombre ruotano attorno a Giovanni Luzzi, che, come giustamente ha osservato il teologo Paolo Ricca sul finale della docufiction, è stato dimenticato poiché questo è il destino che prima o poi tocca a tutti gli uomini. La serata è comunque servita a ricordarlo e a riconoscerne i grandi meriti, mentre l’ascolto collettivo della bella docufiction di Daniel Bilenko è stata un’occasione per rivalutare l’enorme potenziale di cui ancora dispone il mezzo radiofonico, che in totale assenza di immagini proiettate da un video sembra far riguadagnare forza espressiva ai suoni e alle voci.


Achille Pola