Mucche, nuove tecnologie e cambiamenti climatici

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Foto di Bruno Raselli

Ricordate l’allocuzione del Presidente della Confederazione Ueli Maurer dello scorso 1° gennaio? Sulla scrivania aveva uno smartphone e una mucca di legno, a simboleggiare progresso e tradizione, un richiamo costante alle tradizioni, le origini, le radici del Paese. Quell’immagine mi è tornata alla mente qualche giorno fa leggendo di rete 5G e progetti in atto in Europa; argomento peraltro assai attuale in Svizzera, con alcuni Cantoni impegnati a valutarne l’utilità insieme al dibattito aperto sulla sicurezza del nuovo standard di trasmissione. Pubblicato sulla versione online della rivista dell’Mit (MIT Technology Review), l’articolo di Charlotte Jee ha un titolo assai accattivante “The Internet of cows: 5G has already arrived for this herd” (Traduzione: Internet delle mucche: il 5G è già realtà per questo allevamento”).

Dall’Internet delle cose … all’Internet delle mucche … il titolo è la sintesi giornalistica della fase di test che Cisco ha avviato in tre aree rurali del Regno Unito; in una di queste alcune mucche di una fattoria indossano collari 5G che controllano il sistema automatizzato di mungitura. I sensori biometrici permettono di monitorare gli animali e al tempo stesso segnalano al sistema quando è tempo di avviare la mungitura. E’ un esempio di come innovazione digitale e tradizione possano viaggiare mano nella mano, aprendo addirittura a nuove professioni, in contesti tradizionalmente meno dinamici. Le nostre mucche, però, sono spesso coinvolte anche nelle discussioni sul cambiamento climatico; le si considera grandi produttrici di metano e c’è chi suggerisce di orientarsi verso allevamenti meno “impattanti” sull’ambiente.

Fonte: www.edition.cnn.com (harvard)

Qualche giorno fa sul sito del World Economic Forum (per chi fosse interessato www.weforum.org; titolo articolo“6 pressing questions about beef and climate change, answered”) è stata pubblicata la sintesi di alcuni studi, condotti di recente su scala globale, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle tante affermazioni, più o meno chiare, che si leggono o ascoltano a proposito dei bovini che popolano pascoli e stalle. Capita spesso di sentirsi dire con insistenza che i bovini sono tra i grandi produttori di emissioni di gas serra. A onor del vero lo sono tutti i ruminanti, capre e pecore comprese; la digestione (con le conseguenti deiezioni) produce grandi quantità di metano (è la cosiddetta fermentazione enterica) e ossido di diazoto, entrambi gas serra. Uno studio della Fao del 2013 ha stimato che il totale delle emissioni frutto dell’allevamento di questi animali è circa il 14,5% di tutte le emissioni umane; di queste ben il 41% è generato dai bovini. Europa e Nord America sono le aree più virtuose, con il rateo chilogrammi C02 prodotta su chilogrammi proteine più basso. Gli animali ruminanti poi hanno bisogno di tempi lunghi per crescere e riprodursi, rendendo dunque più intensivo l’uso di suolo e risorse; ovini e bovini sono le due fonti di proteine per l’uomo che richiedono il maggior consumo di terra (contando anche la necessità di disboscare per ottenere nuovo pascolo) e risorse per generare le proteine consumate (Fonte: GlobalAgri- Wrr model – World Resources Institute). Contemporaneamente, argomenta lo studio, sono già disponibili tecnologie in grado di ridurre le emissioni lavorando sulla scelta, la qualità del foraggio e sulle modalità di allevamento. Le analisi del World Resources Institute indicano che limitare il consumo di carne a circa 50 calorie/persona/ giorno entro il 2050 nel mondo può eliminare il ricorso a ulteriori estensioni di terre destinate a pascolo.

Ciò di cui non ho trovato traccia invece (il limite è mio, avrei dovuto estendere la ricerca), è la valutazione dell’impatto sociale e culturale di questi animali, da sempre parte integrante dei nostri ambienti e dei nostri paesaggi, compagni di vita per chi li alleva, compagni di escursioni e vacanze per li incontra solo durante le passeggiate, sempre tra noi grazie ai prodotti del loro latte. Una coabitazione equilibrata e serena, che nei secoli ha plasmato le nostre alture, regalandoci i pascoli che tanto ammiriamo e amiamo quando attraversiamo il nostro Paese. Una coabitazione che, almeno da par mia, spero di vedere ancora per molti, moltissimi anni, dove possibile migliorata proprio dall’uso delle tecnologie, destinate a rendere un po’ meno faticoso il duro lavoro di chi cresce e si prende cura di questi animali.


Chiara Maria Battistoni