Predicazione Sinodale in Poschiavo del 30 giugno 2019

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Luca 14.15 – 24: la parabola del Gran Convito

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

15 Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!» 16 Gesù gli disse: «Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; 17 e all’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, perché tutto è già pronto”. 18 Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi”. 19 Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20 Un altro disse: “Ho preso moglie, e perciò non posso venire”. 21 Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: “Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi”. 22 Poi il servo disse: “Signore, si è fatto come hai comandato e c’è ancora posto”. 23 Il signore disse al servo: “Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena”».

Cara Comunità sinodale,

Le persone si siedono intorno a un tavolo. Un tavolo serve da banco di vendita, si trova nei ristoranti, serve come superficie di lavoro in bottega oppure in ufficio, o si trova al centro della vita familiare in casa. Inoltre, c’è anche il tavolo rotondo per discorsi chiarificatori e il gigantesco ovale degli incontri internazionali dei ministri. E quasi sempre, si parla intorno a un tavolo. I discorsi a tavola diventano preziosi quando le persone si riuniscono per mangiare insieme, per mettersi in dialogo o per condurre delle trattative che servono alla pace.

Se un tavolo potesse parlare, racconterebbe innumerevoli storie e vicende. È il sempre presente ospite muto. Egli vede lacrime e sofferenza, risate e pianto, incontri amichevoli e duri scontri. Un tavolo lo sa bene: intorno a lui si riuniscono persone molto diverse, accomodanti o rigide, gradevoli o spigolose, amici ed estranei, addirittura nemici, tristi o felici, disperati e felici e persone di tutte le culture. Una cosa hanno le persone in comune: siedono in costellazioni diverse, forse con interessi molto diversi, insieme allo stesso tavolo.

Esistono innumerevoli racconti biblici che parlano di rapporti umani a tavola, nei quali Gesù si rivolge a persone. Spesso era lui ospite: in occasioni di nozze, da Maria e Marta, dal pubblicano Zaccheo, solo per nominare alcuni esempi. Di solito, Gesù prendeva il ruolo dell’oratore. Egli prendeva la palla al balzo, per tematizzare argomenti comunitari e spirituali.

In questa parabola che Gesù racconta, avviene anche a tavola. Gesù racconta di un padrone di casa che invita ad un gran convito. Si presuppone che non si sia preoccupato di darsi da fare per offrire qualcosa agli ospiti attesi. Non ha risparmiato fatica, attenzione e denaro. Come era solito a quei tempi, poco prima della festa, invia un suo servo per comunicare agli ospiti il momento preciso della festa. La festa non avrebbe dovuto prenderli di sorpresa. Tuttavia, tutti gli invitati gli danno buca.

Tutto era pronto. Dovevano solo venire per rallegrarsi del mangiare e gioire del cibo. Peccato per loro, per le prelibatezze preparate e per la grande delusione del padrone di casa. Si era preso del tempo per preparare la festa e per trascorrere insieme ai suoi ospiti del tempo piacevole e forse anche gioioso.

Il tavolo però rimase vuoto, non si affacciò nessuno, tornarono solo scuse. Non possono venire, rispondono. Qualcosa li ha trattenuti, qualcosa pianificato da tempo, un imprevisto, evidentemente qualcosa di meglio da fare. Sono molto dispiaciuti, si scusano gentilmente, salutano, sarebbero volentieri venuti, ma…

Tutte e tre adducono motivi importanti. Che un contadino doveva andare a vedere il campo appena comprato, è comprensibile. Il misterioso motivo per cui non l’abbia fatto prima, rimane oscuro. Anche chi ha comprato dei buoi che devono essere provati, è di certo comprensibile. E il novello sposo non si giustifica per niente. Non gli piace lasciare sola la sua sposa perché si è appena sposato, così il secondo il motto: sono innamorato, non ho tempo. In qualche modo, suscita simpatia anche questa scusa.

Queste situazioni mi suonano familiari. Queste spiegazioni e scuse anche. Come pastora le ho sentite spesso, persone mi incontrano e dicono “in verità la scorsa domenica volevo venire in chiesa, ma poi…” Ed ancora “la scorsa domenica mi ero proposto di venire al culto. purtroppo…” Non sono proprio sicuro se questo è un discorso o una scusa. La presenza di una pastora o pastore comporta spesso che molti si sentono in dovere di spiegare perché sono rimasti lontani dall’incontro in chiesa.

Sì, il campo, i buoi, la moglie che attende! Il partner che aspetta sempre! Che aspetto hanno i nostri campi, che hanno priorità? Quali buoi dobbiamo comprare proprio adesso?

Il testo biblico invita a riflettere sul proprio atteggiamento di vita: che cos’è che mi ostacola nell’accogliere l’invito alla tavola festosa di Dio? Quale priorità metto nella mia vita? Che cosa considero nella mia vita quotidiana come importante e irrinunciabile?

Lo stesso vale nel contesto lavorativo: quali principi sono prioritari nella mia quotidianità lavorativa? Che cosa è per noi importante come pastore e pastori, come autorità o membri di chiesa? Quale forma posso dare alla Chiesa? Dobbiamo forse conformarci e orientarci alle svariate necessità dei membri di chiesa, senza risvegliare alcuna nuova prospettiva perché è comodo e così evitiamo conflitti? Oppure ci orientiamo alle fondamenta della nostra fede, mentre ricerchiamo le risposte nella Parola di Dio?

In queste circostanze, che forma prende la preoccupazione per la nostra Chiesa o addirittura per noi personalmente, la preoccupazione per la nostra esistenza professionale nel nostro tempo, nel quale, a livello nazionale, solo due terzi della popolazione sono membri di una qualche Chiesa cristiana? Che ruolo riveste la Chiesa nella società di oggi? Che effetti hanno le comunicazioni ecclesiastiche? Quanto grande è la mia preoccupazione per la mia esistenza teologica oggi in un mondo in cui la fede cristiana non ha priorità? Sono domande sensate, necessarie o no? Con quanta facilità posso diventare insicuro e con questo perdere l’essenziale davanti ai miei occhi? Quali sono i campi urgenti da vedere? Quali buoi stiamo rincorrendo? E quali sono gli argomenti che ci stanno a cuore e ci girano intorno, le nostre care “mogli”, di cui siamo innamorati e dalle quali frettolosamente andiamo sempre volentieri?

Abbiamo simpatia che il padrone di casa della parabola non sia proprio entusiasta, addirittura furioso che tutti hanno disdetto l’invito. Tuttavia, non molla. Il cibo raffinato non deve essere sprecato. In verità, lo voleva consumare insieme ai suoi affini, voleva stare a tavola con le persone che hanno i suoi stessi interessi e che conducono una vita simile e che, in un qualche modo, gli stanno molto vicini.

Ora accade qualcosa di sorprendente: la festa non è disdetta, ma la porta si apre per altri, che rimangono molto sorpresi da questa cosa.

Questa generica porta aperta: di tanto in tanto, può anche andare, offrire ad un vagabondo un pasto caldo o un letto per la notte? Sì, è possibile, accade anche in case comunitarie o pastorali. Offrire saltuariamente in una casa comunitaria un ricovero per persone in case temporanee per richiedenti asilo o per residenti locali. Ok. Si può fare, viene anche fatto. Sì, di tanto in tanto, apriamo di una spanna anche le nostre porte. Però qui non si tratta di impegnarsi sporadicamente per i poveri o per uno straniero, per avere fatto qualcosa ogni tanto per poi rallegrarsene.

Gesù mira però al fatto che, quando siamo bonari o generosi, non dobbiamo farlo con calcolo, sperando di ricevere una controprestazione. Chi adesso siede intorno alla tavola imbandita non è e non sarà mai nella condizione di contraccambiare: sono senza tetto e emarginati. Per Gesù è importante dare con sentimento libero, senza considerazione per un guadagno e senza calcolo e impegnarsi perché c’è una condizione di necessità.

Perché noi non ci immedesimiamo come le persone lungo la strada, che sono sorprese e che lo rimangono del continuo perché proprio loro siano state chiamate?

Noi siamo invitati e possiamo anche sederci insieme alla tavola della fede. In tutta libertà, possiamo prendere posto come ospiti. Co-invitati in una società di personalità dal comportamento originale, colorati, mischiati casualmente; di persone, che magari hanno fatto carriera, e altri che si trovano nell’ombra della vita, poiché qui non c’è “né schiavo né libero, non c’è né uomo né donna, ma siamo uno in Cristo”.

Penso però, che possiamo inquadrare il nostro posto nella parabola ancora in modo diverso: non solo come invitati, ma anche come chi invita. Sappiamo purtroppo, che sotto il mantello dell’amore cristiano proprio negli ultimi secoli, molte persone non sono state invitate ma forzate a riconoscersi nella fede cristiana. Si pensava, che fosse giusto, che fosse la necessità di cui la nostra parabola parla.

Tuttavia, qui si parla di un invito non di una iniziativa forzata. Si parla di un invito che uno accoglie nella piena libertà oppure rifiutare. Consiste di una accettazione in piena libertà, senza alcuna forzatura, non certo di imporre a bastonate. Invitato è colui o colei che vuole partecipare. Non ci sono condizioni per la partecipazione alla festa e il Signore non è taccagno. La festa è riccamente fornita. C’è offerto tutto ciò di cui il cuore umano ha bisogno per vivere. Gesù non sfama con mezze misure. Egli rende l’intera vita umana sazia e sana. (Otto Rietmüller, dt. Gesangbuch Lied 223)

C’è una cosa ancora che volevo sottolineare in conclusione:

Noi, soprattutto noi che serviamo nella Chiesa, dobbiamo avere questo chiaro: non siamo noi il padrone di casa e nemmeno i gerenti di questo speciale tavolo. Così non è nostra competenza decidere chi siede e chi no a questa tavola. E molto ancora, da una parte, siamo co-invitati, e dall’altra, nemmeno i fattorini del padrone di casa.

Beato chi mangerà pane nel regno di Dio. Questa è la speranza nella quale noi viviamo e ci muoviamo, però allo stesso tempo, anche nella rassicurazione che sulla porta della sala del Convito non si trova un grande cartello con scritto: comunità chiusa. Perciò, noi possiamo vivere nella certezza che siamo tutti invitati al tavolo del Signore, tizio e caio e tutti i Pietro e Giuda di questo mondo. amen

Wilma Finze – Michaelsen, Igis