2026: è il tempo delle Olimpiadi invernali diffuse

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L'apertura dei Giochi olimpici invernali di Sochi nel 2014

Ci sono notizie che fa piacere aspettare e ricevere nelle terre direttamente interessate, per cogliere appieno gli entusiasmi o le delusioni che ne scaturiscono. Lo scorso 24 giugno Milano, la Valtellina e Cortina hanno condiviso attese e trepidazioni per l’assegnazione dei Giochi Olimpici invernali 2026. Mentre a Losanna si decidevano le sorti delle Olimpiadi i tre territori coinvolti attendevano ognuno a modo proprio, con feste in piazza, maxi schermi, spettacoli e interventi di commentatori.

Quel lunedì pomeriggio, a Bormio, ho atteso come tanti incollata alla tivù, piena di speranza ma anche un po’ perplessa; e quando televisione e social hanno reso pubblica l’assegnazione sono uscita per respirare subito l’aria festosa dell’alta Valle. In un momento complicato per l’Italia (per la verità solo uno dei tanti), la notizia per qualche giorno ha avuto l’effetto di galvanizzare un po’ tutti. Trascurando le riflessioni ormai un po’ scontate sulla ricaduta economica, l’assegnazione ha rigenerato entusiasmi e creatività, offrendo un obiettivo tangibile per cui impegnarsi, lavorare sodo, se necessario lottare. Ha dimostrato che l’unione di forze e intenti aiuta a lavorare con profitto, pur nel rispetto delle specificità.

So bene che scrivere di volontà e specificità nella Confederazione è quasi raccontare l’ovvio; non è così in Italia, però, dove le sinergie culturali e organizzative attivate in questi mesi non sono per nulla scontate; superare costruttivamente i campanilismi è forse il primo, importante risultato già raggiunto. L’edizione 2026 prenderà forma centodue anni dopo la prima edizione invernale, organizzata a Chamonix Mont Blanc nel 1924; proporrà una formula davvero particolare, ovvero gare e manifestazioni distribuite tra Milano, Bormio, Livigno, Cortina d’Ampezzo e altre località; investimenti tutto sommato contenuti, valorizzazione dei territori coinvolti, ricadute sulle zone limitrofe grazie ai flussi turistici attesi. Se i risultati saranno quelli della Milano del dopo Expo 2015, una città sempre più vitale, moderna e innovativa, le Olimpiadi porteranno tra le nostre montagne nuove sfide e nuove opportunità.

In un Paese in cui non sono i cittadini a scegliere in prima persona, come invece è accaduto per la Confederazione quando si è votato per i Giochi Olimpici nei Grigioni, la decisione presa incontra questa volta un consenso diffuso, con aspettative realistiche, mitigate dalla saggezza pragmatica che caratterizza da sempre tutti i popoli di montagna. Gli anni che verranno saranno anni intensi; senza dubbio c’è molto da fare, ma quando si lavora conoscendo il traguardo da raggiungere tutto è un po’ più semplice. Chissà poi che l’impegno olimpico non si trasformi in un laboratorio virtuoso di buone pratiche organizzative e amministrative, destinate a trasformarsi nell’eredità più duratura dell’evento.

Il modello degli “eventi diffusi” concretizza, in chiave culturale e gestionale, la forza generatrice delle reti che si alimentano di relazioni, costruendo nuovi nodi; qualcosa di molto simile alle pratiche federaliste più efficaci e probabilmente una delle forme più agili per governare territori tanto complessi come quelli alpini.


Chiara Maria Battistoni