Un Messia e un simbolo

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Filemone 1.1 – 21
Sermone dell’8 settembre 2019

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

1 Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore, 2 alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi, e alla chiesa che si riunisce in casa tua, 3 grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

4 Io ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere, 5 perché sento parlare dell’amore e della fede che hai verso il Signore Gesù e verso tutti i santi. 6 Chiedo a lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo. 7 Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera tua, fratello, il cuore dei santi è stato confortato.

8 Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, 9 preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; 10 ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, 11 un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. 12 Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore.

13 Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; 14 ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria. 15 Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po’ di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore!

17 Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. 18 Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. 19 Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. 20 Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. 21 Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo.

Cara comunità, negli Stati Uniti esiste un allarme chiamato Amber. È un avviso d’emergenza per i bambini scomparsi, che ne diffonde il volto e il luogo e, se possibile, sono indicati tutti i dettagli conosciuti. L’allarme Amber è nato grazie all’attivismo instancabile di molti, ma prende il nome da Amber Hagerman, una bambina di 9 anni, rapita e più tardi trovata morta nel 1996. L’instancabile attivismo dei genitori, e di molti altri genitori di bambini scomparsi, ha permesso che si creasse un sistema d’allarme veloce per i bambini rapiti. In breve tempo, una rete tra la polizia locale e i media porta i volti dei bambini scomparsi davanti al grande pubblico.

La lettera di Paolo a Filemone è un’allerta Amber al rovescio. Qui si annuncia una persona scomparsa che torna a casa. È la nostra unica lettera privata di Paolo, che scrive a un fratello in Cristo, chiedendogli di riprendere uno schiavo scappato. Molti studiosi leggono la lettera come una raccomandazione per uno schiavo fuggito, Onesimo. Filemone era un convertito collaboratore di Paolo. Noi non sappiamo come, perché e i particolari di come Onesimo sia arrivato a Paolo. Onesimo ha rubato in casa del suo padrone Filemone, e poi è scappato a Roma, dove ha incontrato Paolo? Quando Paolo lasciò la Chiesa domestica di Filemone, andò con lui, di nascosto? In Colossesi 4.9, troviamo Onesimo, compagno di Tichico, definiti “fedeli ed amati fratelli dell’apostolo”. In ogni caso, Paolo lo rimanda indietro perché non vuole fare niente contro la volontà di Filemone, ma con il suo appoggio, quindi preparare il suo ritorno. Scrive una lettera privata di presentazione per Onesimo.

La schiavitù era un dato di fatto nel primo secolo della Palestina, come in tutto il mondo. Paolo non mette in discussione la schiavitù, ma getta le basi per il suo superamento. Tra i proclami bizzarri di questa strana setta, detta “cristianità”, c’era quello di uguaglianza tra i popoli, giudei e gentili, schiavi e liberi, uomini e donne. Era ridicolo, in quei giorni non si potevano ascoltare dichiarazioni più fuori di testa. In questa lettera dalla prigione a Filemone, suo fratello in fede, c’è una prima traccia di questo strano messaggio che il cristianesimo introduce nella società. Tra i cristiani non c’è divisione tra classe sociale ma pari dignità davanti a Dio e agli umani. Paolo scrive a Filemone trovandosi in prigione perché predica Gesù come il Cristo e il Messia. Paolo, come cittadino romano, in prigione sembra godere di vantaggi. Poteva scrivere all’esterno, aveva con sé un amico, Onesimo, come messaggero. La frase di Paolo a Filemone che, “prima Onesimo ti era inutile” (v. 11), o che “se ti ha fatto qualche torto, o ti deve qualcosa, addebitalo a me” (v. 18), non chiarisce come Onesimo sia fuggito e perché. Quasi tutti i popoli dell’antichità uccidevano o schiavizzavano i prigionieri di guerra. Anche i Romani. Essi erano proprietà dello Stato, che poteva venderli ai privati. Si calcola che nel 1. secolo a.C., nella Repubblica Romana, ce ne fossero due milioni. «Il padrone aveva il dominio assoluto sul suo schiavo. Poteva disporre sopra di lui del diritto di vita e di morte». Possiamo solo immaginare la loro dolorosa condizione. Infatti, essi potevano essere sottoposti ai più disumani trattamenti. Lo schiavo aveva un’unica speranza: ottenere la libertà dal padrone e diventare liberto. Per la liberazione di uno schiavo, il padrone eseguiva la «manumissio» = liberazione: dichiarandolo liberto davanti a un magistrato o iscrivendo il suo nome tra i cittadini. Nel nostro caso, Paolo non informa che un fuggitivo sta tornando, ma avverte Filemone che Onesimo torna in sua casa con una nuova condizione sociale. Onesimo non è più schiavo ma il suo amato fratello, (v. 16). Di più: ti rimando lui, che amo come il mio cuore (v. 12). Che frase straordinaria. È facile scivolare via senza realizzare la sua potenza rivoluzionaria. Uno schiavo non era solo un “caro fratello”, ma “il proprio cuore”.

Per Paolo non c’è distinzione tra schiavo e libero. Non dice: liberalo, fallo liberto, no! Di più. Non c’è più differenza tra questo che tu consideri uno schiavo e una persona libera, perché in Cristo è rinato. Tutti sono uguali davanti al Signore, anche davanti a te e me. Onesimo è rimandato a Filemone come familiare ma non come schiavo. Il Signore ha firmato la sua dichiarazione di libertà. La famiglia alla quale egli appartiene ora non è quella di Filemone ma quella del Signore, di chi segue Gesù. È difficile per noi comprendere quanto le parole di Paolo fossero fuori del mondo. La schiavitù era una proprietà, uno schiavo un attrezzo vivente, della merce, quindi un investimento economico, poteva essere dato via come un portafoglio azionario, una casa o un terzo pilastro pensionistico. Eppure, Paolo supplica Filemone di ricevere Onesimo come amato fratello in Cristo. Paolo assesta anche dei bei sensi di colpa: se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. (v. 17) … “per non dirti che tu mi sei debitore persino di te stesso” (v.19b). Tramite me sei rinato in Cristo. Queste sono verità non ipotesi. E la verità è Gesù e la sua vita morte e resurrezione ha cambiato tutto. Perciò Paolo esorta Filemone ad accogliere l’ex schiavo Onesimo come vero e pieno fratello nella fede. Vedete quanto è fastidiosa la fede in Cristo Gesù!

La cristianità è fondata su due verità: una persona e un simbolo. Gesù e il simbolo del cuore. La prima verità è che, in Gesù di Nazareth, Dio si è incarnato per offrire riconciliazione e benessere all’umanità. La seconda, Gesù è il simbolo vivente del cuore. È il dono di amore e vita che il messaggio e la missione di Gesù portano nel mondo. Il cuore è il centro di ogni parola e azione di Gesù. Se ascolti sue parole, se segui le sue parabole, vedrai che ogni cosa insegnata, è ritagliata intorno al simbolo del cuore. Ci esorta ad aprirci a un nuovo cuore, ad avere un cuore innocente, a portare al cuore le sue parole e il suo Spirito. Con cuore nella Bibbia non si intendono solo le emozioni, ma il centro della personalità, la motivazione per cui agiamo. Paolo chiama Onesimo “suo fratello di cuore” (v.12), perché connessi al cuore di Gesù. Il Gesù terreno lo ha mostrato e insegnato, e il Gesù simbolo vivente di un cuore nuovo lo dobbiamo incarnare. Per Paolo, da ogni esperienza personale, i credenti crescono in nuovi significati per una ferma e stabile fede. Cristo era, Cristo è e Cristo cresce in noi. Quindi Paolo scrive a Filemone non per dare ad un ragazzaccio un lasciapassare per tornare a casa. Paolo scrive a Filemone per convincerlo ad aprire gli occhi e allargare il suo cuore per ricevere il grandioso cambiamento. Onesimo non è più lo schiavo fuggito via; ma era uno con la stessa dignità di Paolo, e suo vero fratello nella fede. Non puoi più guardarlo come prima! La nostra cultura ti può anche dire che qualcuno è inferiore, uno schiavo, un rifiutato. Cristo ti dice: ogni essere umano è nel mio cuore, del mio stesso cuore. Il razzismo, l’odio, la discriminazione imperante va contro lo stesso cuore di Gesù. In Cristo le discriminazioni perdono senso.

In 1. Cronache 4.10, Iabes invocò Dio per allargare i suoi confini. Gesù prega sempre che il “tuo cuore si allarghi”. Allarga il tuo cuore da non lasciare più spazio all’ego, all’egoismo o all’orgoglio, che discrimina, offende e umilia il prossimo. Non puoi più pensare che l’altro sia un oggetto, uno strumento, uno scarto. Lascia che la sua parola cambi il nostro cuore e ci decontamini affinché possiamo sentirci bene, integri e dedicati a Lui. L’impulso che fa battere questo nuovo cuore è Gesù, essenza di ogni questione. Le Scritture puntano a Gesù ma non sono il cuore. Il cuore è sempre Gesù. Perciò noi viviamo allargando il nostro cuore. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa