Palestina: accoglienza e resilienza

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Alessio Barras ha 26 anni, è cresciuto in Ticino e ha frequentato l’università a Friborgo. Da parte materna ha origini poschiavine e ha passato molte giornate della sua infanzia in valle. Quest’anno Alessio ha preso parte a un progetto che lo ha portato per 3 mesi in Palestina, e Il Bernina ha colto l’occasione per fare quattro chiacchiere e saperne di più.

È dovuto segnalare che queste risposte non rappresentano l’opinione dell’Ecumenical Accompainement Programme in Palestine and Israel e nemmeno l’opinione del World Council of Churches. L’unico responsabile delle risposte è l’autore delle stesse.

Alessio, che rapporto hai con Poschiavo?

Ho passato diverse estati e Natali a Poschiavo. Le estati le passavo in panetteria ad aiutare mio zio (ndr. Franco Bordoni). Mi divertivo parecchio, soprattutto a fare il giro dei cantieri col furgoncino a vendere i panini delle 10.00. Ricordo che mi dicevano “lei l’é ‘n güzz”, e io ridevo. Ricordo anche che odiavo, invece, fare le Torte da Nus, visto che non sopportavo avere le mani perennemente appiccicose. Questa cosa mi ha talmente segnato che non ho mai più toccato una Torta da Nus in vita mia. (ride)

Scherzi a parte, Poschiavo è un luogo che mi piace molto, soprattutto d’estate.

Qual è stato il tuo percorso scolastico/lavorativo?

Ho fatto tutte le scuole, fino al liceo, nel bellinzonese. Poi mi sono spostato a Friborgo, dove ho studiato scienze dell’educazione e pedagogia specializzata. Oggi lavoro come educatore a ProInfirmis.

Cosa ti ha portato in Palestina?

Tutto è iniziato alle scuole medie, dove la musica è stata per me molto formativa. Non direi che tutto è accaduto grazie alla musica, ma sicuramente, se devo individuare una causa scatenante tutto ebbe inizio da lì.
Ero fissato con la musica punk. Storicamente il punk italiano è sempre stato pieno di contenuti politici, e molti gruppi avevano delle canzoni legate al conflitto israelo-palestinese. Inizialmente non capivo nulla di quelle canzoni, semplicemente mi piaceva il suono, o meglio l’energia che trasmettevano. Poi, a poco a poco, ho letto i testi e provato a capire i messaggi che volevano trasmettere.
Da lì in poi ho iniziato a leggere articoli e libri, ho guardato film e documentari ed infine ho frequentato un corso sul tema presso la facoltà di Storia all’Università di Friborgo. Non voglio far credere che l’interesse ci sia sempre stato, ho avuto degli alti e dei bassi, dei momenti in cui questo tema captava tutta la mia attenzione e dei momenti in cui ero totalmente disinteressato. Ad essere onesto ho deciso di partire in un momento in cui non ero particolarmente attento alla questione, avevo semplicemente voglia di andarmene per un po’. Prima di partire però ho visto un documentario (Disturbing the peace), che in primo luogo mi ha emozionato tanto ed in seguito ha riacceso il mio interesse riguardo questo conflitto.

Puoi raccontarci qualcosa di questo progetto e del tuo ruolo all’interno di esso?

Nel 2002, durante la seconda Intifada, dei rappresentanti di alcune Chiese palestinesi hanno rivolto un appello al Consiglio Mondiale delle Chiese, chiedendo una presenza internazionale in alcuni luoghi sensibili. Così è nato l’Ecumenical Accompainement Program in Palestine and Israel.
Da quell’anno, ogni tre mesi, dei volontari si recano nei territori palestinesi occupati per svolgere principalmente tre funzioni: presenza protettiva, advocacy e monitoraggio di violazioni.
La presenza protettiva varia in base al luogo nel quale i volontari si trovano. Trovandomi a Betlemme, i miei compiti di presenza protettiva consistevano nell’essere presenti sui sentieri dei villaggi nella zona, mentre ragazzi e ragazze si recano a scuola; come pure essere presenti al checkpoint 300, mentre i palestinesi lo oltrepassano per recarsi al lavoro o al proprio culto. Sono tutte situazioni dove vi è della presenza militare e pure di coloni. La  speranza è quella che con la nostra presenza il livello di violenza e violazioni di diritti umani si abbassi.
Il compito di adovcacy può variare parecchio in base alle proprie esigenze, c’è chi ha scritto articoli, chi ha fatto delle illustrazioni, dei video, delle foto, delle interviste. L’obiettivo è di dare una voce a chi di voce non ne ha, in questo caso la popolazione palestinese.
L’ultimo compito, ossia quello di monitoraggio, era molto vario ed imprevedibile. Venivamo spesso chiamati dopo gli incidenti (sequestro di terreni, demolizioni di case, demolizione di strutture agricole) per fotografare, raccogliere informazioni, intervistare i locali e scrivere un rapporto di quanto successo.

Com’era la tua routine quotidiana?

Non c’era routine quotidiana, forse è proprio quello che mi piaceva. (ride)
Come detto prima avevamo degli obblighi, le giornate erano molto variate: abbiamo incontrato molte organizzazioni non governative internazionali o locali; abbiamo visitato molti municipi e comunità nella regione di Betlemme. Ci si ritagliava del tempo per scrivere qualche articolo, per leggere e per informarsi. Poi talvolta c’erano gli incidenti a stravolgerti la giornata e allora si ripartiva a intervistare i testimoni e fare qualche foto per poi scrivere i rapporti.

Come descriveresti questo Paese?

Mi verrebbe da risponderti con una domanda: di quale paese parli?
Certo, la maggior parte del tempo sono stato a Betlemme, in Palestina o meglio nei territori palestinesi occupati; ma sono stato anche a Tel Aviv, città israeliana, come pure a Gerusalemme, che dovrebbe essere condivisa secondo la comunità internazionale, ma è de facto annessa dalle autorità israeliane. Sono stato a contatto con palestinesi di Haifa, città israeliana, ma anche con israeliani provenienti da delle colonie nella regione di Betlemme, regione palestinese. Basta a dare l’idea di quanto è intersecata la situazione?
Lasciando da parte questo discorso ti direi che questa terra è piccola ma estremamente varia al suo interno. Forse è questo che la rende così affascinante ai miei occhi. A Betlemme siamo stati ospitati e accolti benissimo da famiglie locali, cristiane e musulmane, tra le quali noti una grande differenza culturale. Con le comunità beduine questa differenza si intensifica ancora di più. Ad Haifa invece siamo stati ospitati da una congregazione di ebrei riformati, che avevano uno stile di vita molto simile al nostro. Fossimo stati ospitati da una congregazione di ultra-ortodossi, il tutto sarebbe stato ancora diverso.

Palestina, un nome che per la sua storia può far paura. Tu ne hai mai avuta?

Mi ero informato, prima di partire, riguardo a che tipo di situazioni ci apprestavamo ad affrontare. Mi sembravano accettabili e quindi mi sono lanciato in quest’esperienza. Sul posto ho avuto dei momenti di paura, legati piuttosto a delle provocazioni da parte di coloni, ma sono sempre riuscito a gestirli. In generale mi son sentito sempre al sicuro, ben accolto e ben voluto.

Cosa ti porti dentro di quest’esperienza?

Sicuramente l’accoglienza e la resilienza della popolazione palestinese.
Ovunque abbiamo trovato porte aperte, caffè pronti e discussioni infinite.
Mi porto dentro le sofferenze delle famiglie, il modo in cui sono riusciti a ripartire, a continuare a vivere malgrado tutte le ingiustizie vissute: i controlli, i fermi, le umiliazioni ai checkpoint, le terre sequestrate, le proprietà agricole distrutte, le case demolite.
Ce ne vuole di forza per sopportare questi drammi, per andare avanti, per rialzare sempre la testa.


A cura di Matilde Bontognali

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