Le fotografie di Bannwart al primo incontro pubblico a Poschiavo

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© Hans-Jörg Bannwart

Venerdì 13 settembre 2019 si terrà in Galleria Pgi il vernissage del progetto fotografico dal titolo “Incontri variabili a Cloe” a cura del poschiavino Hans-Jörg Bannwart. In questo contributo la Pgi propone il testo accompagnatorio dell’installazione informando in anticipo i lettori e gli interessati del concetto fondante dell’insieme artistico, ispirato a una delle città invisibili di Italo Calvino. La Galleria rimarrà aperta dal 14 al 22 settembre, dalle ore 14 alle 18, e le domeniche anche di mattina dalle ore 10 alle 12.

«A Cloe le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano».

In questa città invisibile di Calvino tutto è visibile, effimero, spersonalizzato, ma siamo lungi dall’essere nel vuoto monocolore dell’indifferenza. L’immaginazione è ricerca perenne di un altro stimolo che si può trovare e accendere a un incrocio, in un angolo, lungo una via, all’interno di un mezzo pubblico. Tutto è affidato all’immaginazione descritta come «una vibrazione lussuriosa» che «muove continuamente Cloe».

Hans-Jörg Bannwart si muove vigile nelle Cloe di questo mondo, laddove si rivelano inaspettatamente incontri, fatti di sguardi e di contatti fisici, ma anche momenti nei quali la persona si chiude introspettivamente in luoghi affollati o in una quiete metafisica protetta da muri o pareti.

Il viaggio – come per Marco Polo nella conversazione con il Kublai Khan – è la fonte inesauribile dell’ispirazione artistica. Bannwart non lo si può infatti considerare “turista fotografante”, bensì fotografo-viaggiatore aperto alla scoperta e alla sorpresa, attento all’attimo intrigante, pulsante di brio vitale, spiato dall’obiettivo della sua fotocamera e catturato dallo scatto. Non è fotoreporter professionista, non è però nemmeno un dilettante: impegno e passione, coraggio e osservazione, attenzione al particolare e cura del dettaglio, si mescolano e si sposano nel suo essere fotografo di strada.

Come si evince dal titolo, il progetto ruota attorno al tema dell’incontro. Incontro di soggetti fotografati, certamente, ma la mostra stessa è un incontro con il visitatore. Varcando la porta della Galleria Pgi, si entra nella città di Cloe sviluppata da Bannwart: lo sguardo cade sulle piccole fotografie in sequenza e viene attirato dalle immagini più grandi. Si percepisce subito una distanza: minima quella del fotografo, spesso chilometrica quella geografica del soggetto. In queste si possono osservare persone che non conosciamo, donne e uomini di altre culture. Questa distanza non preclude però il funzionamento della giostra dell’immaginazione. Essa gira – ancor meglio – grazie allo “sguardo filmico” che caratterizza lo stile dell’autore. Queste foto hanno infatti la peculiarità di sembrare fermi-immagine di un film mediante un gioco articolato fra primo e secondo piano; quest’ultimo a volte diventa preponderante, principale motore della fotografia.

L’installazione è un’alternanza di fotografie di varie dimensioni e tematiche (apparentemente) diverse nella prima sala, mentre nella seconda l’accostamento è affidato a un filmato. Nel primo locale sono da sole, come esseri emergenti dalla moltitudine, poi nel secondo, si rapportano man mano con altre immagini e/o suoni al buio di una mini-sala cinematografica. Fisse o in movimento le immagini trascinano lo spettatore nelle varie “personalità” che queste emanano. L’effetto è quello di un dialogo-diverbio, tramite il quale le immagini manifestano il loro significato: il proprio o quello che l’altra immagine, il suono o lo spettatore vorranno suggerire loro, attraverso l’accostamento o il confronto tra “fotogramma e fotogramma”. In questa giostra visiva si susseguono nello spettatore emozioni contrastanti: di divertimento e di malinconia, d’accettazione e di rifiuto, di sollievo e di frustrazione. Sono incontri ad alto tasso d’imprevedibilità, ad ogni modo dettati da un attrito semantico, da una frattura nella percezione sensoriale; come accade anche tra le persone.

Dopo la prima esposizione a Ponte in Valtellina nel 2012 (Sguardi su Fillide), Bannwart prosegue nel suo percorso immaginifico-filosofico del mondo con una nuova città invisibile. Se non lo si conoscesse, chi visita l’installazione penserebbe a un fotografo venuto da lontano. Non è così, egli è cresciuto a Poschiavo e vi lavora continuamente da ben vent’anni; eppure con questo prodotto artistico cosmopolita, transculturale e geograficamente diversificato, nonché di elevata raffinatezza estetica e concettuale, approda nella sua terra con le fattezze di uno straniero. Eccolo, dunque, come un Marco Polo rigenerato o un Ulisse rinnovato da esperienze e scoperte, arrivare al primo incontro pubblico in patria, dopo un viaggiare di anni e anni in un altrove fisico e interiore.


Giovanni Ruatti