Luca e Marzia, 365 giorni a testa in giù

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Slope Point, in viaggio nell'isola del Sud

“Mollo tutto e vado all’estero!”, quante volte e da quante bocche è stata pronunciata questa frase! Però, tra sognare, fantasticare e mettere in atto le proprie idee ce n’è di strada e spesso i sogni rimangono tali. Il Bernina ha deciso di dedicare uno spazio a quelli che con tanto coraggio e forse, pure con un pizzico di incoscienza, hanno deciso di mollare tutto per trasferirsi in un qualche remoto angolo del globo.

Luca e Marzia, con i figli Enea e Matilde, si sono trasferiti per un anno in Nuova Zelanda. Da gennaio alla fine di dicembre vivono a Motueka, un villaggio nella parte settentrionale dell’isola del Sud. Qui, Matilde (9 anni) ed Enea (12 anni) frequentano la locale scuola Rudolf Steiner (Motueka Steiner School link), Marzia fa funzionare la casa e la famiglia, mentre Luca lavora come giornalista e traduttore. Nel tempo libero e durante le vacanze scolastiche vanno in giro in Nuova Zelanda. La redazione de Il Bernina li ha contattati per farsi raccontare la loro avventura all’altro capo del mondo (per saperne di più sul loro anno a testa in giù: www.friguli.ch).

Quando avete deciso di partire?

È stata una decisione maturata nel corso degli anni. È un’idea che cullavamo da tempo. Infatti, la voglia di viaggiare non ci ha mai abbandonato, nemmeno dopo aver fatto il giro del mondo nel lontano 2005-2006. La decisione definitiva l’abbiamo presa un anno prima di partire, nel Natale 2018. Con carta e penna in mano abbiamo iniziato a definire le tappe per realizzare questo nostro sogno. E a dirti la verità, non avevamo certo previsto tutto. Nemmeno il tempo che avremmo investito nella preparazione di un soggiorno prolungato all’estero: scegliere la scuola per Enea e Matilde, richiedere i visti di soggiorno, affittare la casa in Svizzera, cercare una casa in Nuova Zelanda ecc. Beh, siamo arrivati a dicembre piuttosto esauriti. Però, ora lo possiamo dire, n’è valsa la pena.

Quali sono state le motivazioni principali che vi hanno spinto a partire?

Volevamo regalarci un anno. Tutto lì. Presi come eravamo dalla quotidianità, ci siamo resi conto che ci eravamo forse dimenticati di vivere. Ci vivevamo accanto, ognuno preso dai suoi mille impegni. Enea e Matilde presi dalla scuola e dalle loro varie importanti passioni: lo sport, la musica, gli amici. Marzia ed io dal lavoro e da tutto il resto. Visto che per esperienza sapevamo che era possibile scendere per un anno dal tapis roulant della vita – lo avevamo fatto 14 anni prima facendo il giro del mondo – abbiamo deciso di regalarci 365 giorni a testa in giù. Questa volta non volevamo però viaggiare con lo zaino in spalla, ma stabilirci da qualche parte. E la scelta è caduta su un Paese anglofono dove poter imparare o consolidare l’inglese. Poi abbiamo optato per la Nuova Zelanda, perché Paese sicuro, lontano e che difficilmente avremmo visitato durante le canoniche vacanze concesse dagli impegni lavorativi.

Come sono trascorsi i primi mesi in un Paese tanto lontano?

Siamo giunti in Nuova Zelanda all’inizio di gennaio. Dopo aver visitato l’isola del Sud, all’inizio di febbraio ci siamo stabiliti a Motueka, villaggio di poco più di 7000 abitanti. Per Enea e Matilde è iniziata la scuola. Frequentano la terza e la sesta classe della Motueka Steiner School, una scuola molto familiare, con circa 60 allievi. Attorno alla scuola ruota una comunità molto unita che ci ha fatto sentire subito a nostro agio e ci ha accolti a braccia aperte. Così con il passare delle settimane e dei mesi abbiamo allacciato vari contatti e fatto amicizia con alcuni neozelandesi. Anche qui, naturalmente, non si sfugge alla quotidianità e alla routine, routine che cerchiamo di rompere nei fine settimana, andando al mare o visitando i dintorni. Tra l’altro ci troviamo in una zona magnifica, con tre parchi nazionali nelle immediate vicinanze.

E mentre Matilde ed Enea sono a scuola, cosa fate tu e Marzia?

Beh’, io sono tornato a sedermi davanti a uno schermo. La mia quotidianità non è quindi molto diversa da quella che vivevo in Svizzera, anche se qui dal mio ufficio sento il grido dei gabbiani e l’infrangersi delle onde contro il bagnasciuga. Per lavorare ho bisogno soltanto di un computer e così posso svolgere la mia professione di traduttore e giornalista più o meno da qualsiasi posto, da Curvera o da Motueka. Mi piace considerarmi un “nomade digitale”. Marzia fa la casalinga. Inoltre si è lanciata in un progetto di sostenibilità ambientale. Cerca di ridurre l’impatto ambientale della nostra famiglia: fare meno rifiuti, evitare gli imballaggi di plastica, produrre da sé tutto ciò che serve, dalla pasta da denti al deodorante, agli snack per lo spuntino di Matilde ed Enea per finire alla mozzarella. È una sensibilità nei confronti della natura che qui si sente molto, almeno all’interno della comunità della scuola Steiner.

Quali progetti avete per il futuro?

Ci mancano poco meno di quattro mesi al rientro in Svizzera. Vogliamo approfittare del tempo che ci resta per visitare la parte della Nuova Zelanda che ancora ci manca, quella a Nord di Auckland. Poi sarà il tempo dei saluti, il tempo di lasciare questa fantastica gente e terra, consapevoli che difficilmente ci torneremo, o almeno non tanto in fretta. Peccato perché la Motueka Steiner School darà presto inizio alla costruzione di una nuova scuola, un progetto fantastico, che noi, purtroppo non vedremo concretizzato. Ma chissà cosa ci riserverà il futuro?

Cosa vi manca di più della Svizzera e della Valposchiavo?

Beh, risposta un po’ scontata. Gli amici e i familiari. Il formaggio di Poschiavo, i salametti, la slinziga, i pizzoccheri di mia madre, i capunet da Flavio… la cucina mediterranea… gli eventi culturali. E il treno. Non amiamo viaggiare in macchina e nemmeno volare. Qui però non ci sono alternative. O ti siedi al volante oppure prendi l’aereo.

E cosa invece non vi manca?

La svizzeritudine… la smania di precisione, la devozione al lavoro che oltre ad essere dei pregi, sono anche delle catene. Qui non te la prendi se l’idraulico non arriva puntuale alle 13.15. Fai altro oppure lasci un biglietto sulla porta di casa, lasciandola aperta. Qui abbiamo imparato dai neozelandesi che non è importante ciò che fai – che lavoro fai non lo si chiede mai, o almeno a me non l’hanno mai chiesto – ma chi sei. Non importa come ti vesti, se i tuoi pantaloni hanno una toppa come un lenzuolo o se dai tuoi calzini sbuca l’alluce. Chissenefrega. Qui vivono un po’ alla giornata. E loro, i neozelandesi, per questo non sono meno felici.

A chi consiglieresti questa esperienza?

Mah, a chi ha voglia di mettersi in gioco. A chi crede che la vita non sia tutto lì: andare al lavoro tutte le mattina, rientrare per pranzo e cena, rincorrere sempre i mille impegni professionali e sociali. A chi non ha paura del diverso. A chi non ha paura di andare al supermercato ad acquistare le cose più elementari, latte, miele, farina e ritrovarsi davanti a uno scaffale con mille confezioni, tutte diverse, e passarvi 20 minuti a cercare quella giusta. A quelli come noi, persone normali a cui manca il coraggio di vivere una vita entro gli schemi.


A cura di Marco Travaglia

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