Fai il tuo lavoro!

0
65

Luca 17.1 – 10
Sermone del 6 ottobre 2019

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

1 Gesù disse ai suoi discepoli: «È impossibile che non avvengano scandali, ma guai a colui per colpa del quale avvengono! 2 Sarebbe meglio per lui che una macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. 4 Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo».

5 Allora gli apostoli dissero al Signore: «Aumentaci la fede!» 6 Il Signore disse: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: “Sradicati e trapiantati nel mare”, e vi ubbidirebbe.

7 «Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: “Vieni subito a metterti a tavola”? 8 Non gli dirà invece: “Preparami la cena, rimboccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”? 9 Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? 10 Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: “Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”».

Cara comunità, siamo entrati nel mezzo di un fenomeno stagionale vorticoso. No, non intendo quella dei temporali e delle più bizzarre prime nevicate, ma quella della stagione di calcio o altri sport di squadra. In questa stagione ci sono due fronti distinti. Quello delle squadre (giocatori, allenatori e dirigenti) e quello dei tifosi. Le squadre e i tifosi svolgono compiti distintivi. Ognuno ha il suo “lavoro” da compiere in questa vorticosa stagione.

Quello dei tifosi è di presentarsi allo stadio, rallegrare e incitare la squadra, fischiare l’arbitro ed ingozzare quantità industriali di cibo gustoso e dannoso per le arterie. Per i tifosi locali significa stare in coda fino al parcheggio dello stadio. Altri tifosi compiono il “lavoro” come “telelavoro” nell’affollato salotto di casa, davanti a una tv gigante, sporcando tutto con briciole, patatine, pezzi di pizza e salatini. Per altri, essere un buon tifoso significa togliersi la maglietta e sventolarla a temperature sottozero. Di certo il lavoro maggiore di questa stagione vorticosa però ricade sui giocatori e sugli allenatori. Un allenatore diceva ai suoi giocatori: fa il tuo lavoro. Il lavoro di un giocatore è più complesso di quello di un tifoso. Non basta “presentarsi” sul campo per “fare il proprio lavoro” ogni partita. Fare il proprio lavoro per un atleta comporta autodisciplina, un’intensa preparazione, lavoro duro, dare attenzione ai dettagli e mettere la squadra al primo posto e fare il proprio “compitino”. Per “fare il proprio lavoro” non basta attenersi a un mansionario di lavoro, ma armonizzarsi bene nel gioco della squadra. Questo è il compito del giocatore, diverso dai chi guarda dagli spalti.

Nel Vangelo di oggi, Gesù descrive il mansionario di un discepolo. Il discepolo ascolta e segue il suo messaggio e missione. Egli vuole traghettare i suoi discepoli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sulla sottomissione a leggi, da un rapporto che rende il credente un servo del suo Signore, a uno con il Padre, basato sulla somiglianza e la pratica del suo amore, che rende il credente figlio/a di Dio. In precedenza, Gesù aveva detto che la qualità dell’amore dei discepoli doveva essere come quella di Dio, espressa in un perdono senza condizioni. In 17.1 – 2, Gesù avverte i discepoli di non sviare “uno di questi piccoli” dando scandalo, perché non rientra nel “lavoro” di discepolo. Poi descrive un altro difficile compito del discepolo: “anche se il fratello pecca contro di te 7 volte il giorno e torna da te 7 volte e ti dice mi pento, perdonalo”. I numeri non indicano quantità ma qualità e questa deve essere simile a quella di Dio. In breve, tra i compiti del “lavoro”, il discepolo ha una stabile attitudine al perdono. Dopo questi due esempi intimidatori sul “lavoro” di discepoli, loro lo pregano di aumentargli la fede, perché sentono di non farcela. La risposta di Gesù svela la qualità del loro rapporto con Dio: se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro, sradicati e trapiantati nel mare, e vi ubbidirebbe! Voi non avete fede, gli rivela, basterebbe quella della dimensione di un seme di senape per dire ad un albero dalle radici tenaci di spostarsi! Ecco perché vi sembra impossibile fare quello che vi chiedo! Non avete la fiducia del granello di senape, altrimenti credereste che potete diventare un albero possente. Il granello di senape ha fede nel suo Creatore che può diventare come il Signore lo vuole. Se non accogliete l’offerta di diventare figli/e di Dio, con un rapporto con il Padre basato sulla somiglianza al suo amore, resterete nello stato di servi, sottomessi e impauriti del vostro Signore.

In questo Vangelo, Gesù nell’ultima cena affermerà: “Ecco io sono in mezzo a voi come colui che serve”. La novità di Gesù è che Dio non chiede di essere servito dagli umani, ma è Lui che si mette al loro servizio. E poco prima, nel cap. 12, Gesù aveva parlato di quel signore che tornava di notte a casa e, trovando i servi ancora in piedi, cosa fa? Non si fa servire, ma si mette lui a servirli. Qui invece è tutto il contrario. “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola?” Proprio il contrario del cap. 12, mentre lì il signore faceva mettere a tavola i suoi servi e passava a servirli; qui dice, “Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu?” Questo perché Gesù propone un’alternativa: o accogliete questa offerta d’amore di Dio e quest’amore vi renderà liberi esprimendosi con il perdono incondizionato, o rimanete nella condizione di servi verso il vostro Signore. Il servo che assomiglia all’amore del suo Signore è libero ed è da lui servito. Il servo distaccato è intimorito dal Signore e lo serve con sottomissione. Allora qui non si esprime una inutilità dell’agire cristiano: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato… siamo servi inutili”. Qui la traduzione non ci aiuta, non è vero che sono inutili, meglio tradurre con “siamo solo dei servi, abbiamo fatto lo stretto necessario”. Gesù propone un’alternativa: o si diventa figli di Dio, pienamente liberi di amare di servire, o si rimane nella condizione di servi. Ma chi rimane nella condizione di servo non sperimenta la libertà, la pienezza e la gioia che la comunione di Dio rivela ai suoi. Rimani un tifoso della tua chiesa, di Dio, sugli spalti o davanti alla TV, facendo il requisito minimo di presentarti. Diverso è se diventi giocatore, che fa il suo lavoro ogni giorno, si dedica, s’appassiona, s’allena per il regno del Padre Nostro.

Allora, “fai il tuo lavoro” non come servo sottomesso ma come servo libero di amare come il suo Signore. Non abbiamo quindi bisogno di aspettare che il Signore ci dica o indichi la sua volontà, sappiamo già cosa fare. La volontà divina non va ricercata, vagheremmo nel nulla cercando invano, ma va accettata e la sua volontà è che viviamo come suoi figli e figlie che usano la sua misericordia. Gesù chiama i discepoli a una dura realtà “lavorativa”, ma non da soli, non c’è modo di farlo con le nostre forze. È avvilente pensare che un tuo “scivolone” possa causare ad altri di allontanarsi dalla fede. Questa responsabilità potrebbe diventare una palla al piede pesante. Quanto logorante sarebbe rinnovare il perdono al più miserabile dei peccatori e alla persona più insopportabile, oggi, domani e ogni giorno senza la sua forza. Noi siamo chiamati da Gesù a fare il nostro lavoro, ma senza la redentrice e sanante grazia di Cristo non possiamo farlo. Perdonare è uno strumento divino nella nostra cassetta degli attrezzi. Emil Brunner, teologo, scrisse: noi siamo abituati a chiedere un’etica che sia fattibile. Se è questo quello che vogliamo, allora dobbiamo andare da Aristotele! L’etica evangelica non è praticabile perché prende sul serio il volere divino. E quando la capisci, dici: ma è impossibile da fare. Che sia impossibile però non è per noi una scusa. Quante volte i discepoli hanno protestato con Gesù dicendo “chi può farlo” o, “aumentaci la fede” ma Gesù è stato fermo. Il lavoro di discepolo di Gesù non è un’impresa per singoli. Non possiamo completare il nostro viaggio di fede o portare il messaggio di Gesù come il Cristo, il redentore, senza avere Gesù al nostro fianco e una comunità.

In questa stagione, i tifosi e i giocatori fanno il loro “lavoro”. Gli uni dagli spalti, gli altri nel campo. Gesù cerca di “spostare” “dagli spalti dei tifosi” i suoi discepoli, quindi da una aderenza formale del rapporto con Dio, a una di somiglianza all’amore del Padre, giù nell’arena del campo da gioco. Nel mansionario ci mette di non allontanare “i piccoli” dalla fede; e di rivestire l’attitudine al perdono nella comunità degna del Padre nostro. “Non possiamo, aumenta la nostra fede” rispondono i discepoli. È impossibile! Non avete fede, dice Gesù, se ne aveste quanto un granello di senape avreste fiducia di diventare un albero possente e realizzare il progetto divino per voi! Ecco l’offerta: vuoi rimanere un servo normale, nella paura e nella sottomissione, oppure un servo libero, nella libertà e grazia divina? “Fai il tuo lavoro”, o in “cristianese”, compì la tua chiamata. Assomiglia sempre di più all’amore del Padre. Noi compiamo “il nostro lavoro” perché amiamo Chi ci ha amato per primi, ci ha chiamato e ci ha inviato. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa