Una cosa so!

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Luca 18.9 – 14
Sermone del 27 ottobre 2019

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

9 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” 14 Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

Cara comunità, penso tutti noi conosciamo persone che ritengono di avere sempre ragione! Quanto sono simpatici! Che faremmo senza i nostri “so tutto io”? È un gran conforto sapere che su ogni argomento e problema, grande o piccolo, c’è sempre chi ha la risposta giusta. No! la verità è che i “so tutto io”, “ho tutte le risposte”, “o così o Pomì” ci fanno impazzire e ci sottraggono la serenità. Nessuno sa tutto, tranne chi crede di sapere tutto Stanne certo, non si convinceranno mai del contrario, perché “sanno tutto”. Ma quanto sono simpatiche queste persone che si ritengono sempre nel giusto!

Luca descrive l’attitudine del sentirsi “più giusti” degli altri esistere già nel I. secolo. Le autorità religiose erano le più sfacciatamente presuntuose nel sentirsi giusti davanti a Dio. Lo storico Giuseppe Flavio, nel suo libro “Antichità”, afferma che, nel I. secolo, esistevano quattro sette: Sadducei, Farisei, Esseni e i Combattenti per la Libertà (terroristi, Sicari e i meno radicali Zeloti. In verità, un qualsiasi ebreo osservante potremmo averlo trovato in uno di questi gruppi. Molti poi abusavano della loro posizione di potere per imporre le loro idee sugli altri, creando una gerarchia umana di santità di una compiaciuta “auto giustizia” e “sono più santo di te”. Gesù però, nel suo insegnamento presenta il Signore come un Padre il cui amore non è attratto dai meriti di chi si ritiene giusto ma dai bisogni della persona.

Gesù racconta oggi una parabola: per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri. Gesù parla a chi si ritiene “giusto”, a posto con Dio, in base alla sua pratica religiosa e posizione, perciò disprezza gli altri. È tipico dei fanatici religiosi, sentendosi a posto con Dio, giudicano, condannano e disprezzano gli altri. È quindi a persone pie, molto religiose, che Gesù rivolge questo insegnamento. È una vigorosa accusa sbattuta in faccia ai valori farisaici che Gesù trova offensivi e ignobili. Gesù presenta gli opposti della società religiosa e civile dell’epoca. Fariseo significa “separato”. Erano laici impegnati nel quotidiano ad attenersi con rigore ai precetti della legge. Il fariseo si ritiene il più vicino a Dio! L’attitudine auto referenziale del fariseo è chiara: “Pregava così tra sé”. Luca dice: prega sé stesso! Si dà delle pacche sulle spalle. Non adora Dio ma la sua conformità religiosa e presunta bontà. Chi si ritiene il solo modello di santità, giudica e disprezza gli altri. Che cosa lo fa sentire così a posto con Dio? Cose inutili che Dio non chiede: digiuna due volte la settimana, paga le decime su tutto… In Filippesi, l’apostolo Paolo, ex fariseo, dichiarerà queste osservanze “spazzatura”. Non sono delle osservanze inutili che mi riconciliano con Dio.

Di contrasto, c’è il pubblicano. I pubblicani erano gli esattori del dazio, considerati ladri, servi dei dominatori pagani, trasgressori della legge e marchiati con l’impurità, senza salvezza. Gesù presenta due opposti, il più vicino a Dio e, non il più lontano, ma l’escluso da Dio. Il pubblicano si sente in colpa, si sa escluso da Dio, non guarda nemmeno in alto. Si batte il petto e si rivolge a Dio da terra, implorandolo: sii benevolo, mostrami la tua misericordia! Si sente perso, senza riconciliazione. Il fariseo e il pubblicano presentano versioni opposte della propria condizione: una di arrogante pretesa di giustizia, l’altro di profondo pentimento. Uno è sicuro di avere tutto in controllo. L’altro sa di aver perso il treno. Gesù è sconcertante. “Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. All’inizio Luca presenta chi si riteneva “giusto”, ora parla di “giustificato”, “a posto con Dio, in sintonia con Dio”. Grazie a cosa? Il pubblicano non parla o promette cambiamento, ma chiede al Signore di “mostrargli la sua misericordia”. Il Signore va incontro ai nostri bisogni e non ai nostri vanti. “Perché chiunque si esalta (si innalza) sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Quindi Gesù rovescia i modelli della società: chi si riteneva più vicino a Dio per le sue pratiche religiose è il più lontano, perché non fa nulla in relazione agli altri. Quello che conta non è chi si rivolge alla divinità, ma la misericordia che si usa agli altri. L’amore di Dio non è un premio per i propri meriti, ma è un regalo per i propri bisogni.

Ammettere di non essere nel giusto è una dura gatta da pelare! Nel XXI. secolo come nel I. secolo. La nostra fragile umanità rende insicure anche le nostre decisioni migliori. Se i nostri modelli umani sono la norma, il risultato non ci soddisferà mai. Il nostro punto di vista influenza il risultato, quindi, la nostra opinione dipende dal punto di osservazione. Questo esclude il fatto che la nostra opinione sia l’unica giusta! Più importante di “so io cosa è giusto” però è coltivare le relazioni. Vuoi stare nel “ho sempre ragione” o vuoi rimanere in relazione con chi ha un’opinione diversa? Gesù, con il fariseo e il pubblicano, ci alza un cartello: potresti anche avere torto! In un qualche punto, tutti abbiamo avuto e abbiamo torto! Pensavamo che il mondo fosse piatto. Sbagliato. Pensavamo che la schiavitù fosse un sistema lecito per mantenere l’agricoltura sostenibile. Sbagliato. Pensavamo che usare pesticidi per eliminare i parassiti fosse una buona cosa. Sbagliato. Pensavamo che riscaldare l’atmosfera con idrocarburi non avrebbe avuto nessun effetto. Sbagliato. Ci siamo scontrati con nostra figlia/o, amico, coniuge, rigidamente pensando di avere la sola ragione… e abbiamo perso la relazione con l’altro! Abbiamo perso la gentilezza, basta trovarsi fra la gente per scoprire che c’è solo chi si innalza sull’altro. Non ci mettiamo più nei panni dell’altro! Ogni generazione, invece, deve riconoscere, ogni tanto, di essere nel torto riguardo qualcosa. Ci sbagliamo con le nostre intuizioni, premonizioni e valutazioni. A volte abbiamo soltanto torto marcio, e non c’è niente di più sano che dire: Signore mostrami la tua misericordia per ricominciare, con me stesso e con il prossimo offeso.

Ammettere di essere nel torto è difficile. Luca chiarisce che la spina dorsale della nostra fiducia in Dio è la croce. Noi stiamo ai piedi della croce, sotto il giudizio e la misericordia della croce. Sotto la croce, siamo tutti uguali. Proprio come non puoi essere un pochino incinta, non puoi essere un poco peccatore. La linea che separa il bene dal male attraversa ogni cuore umano. Qualsiasi cosa noi affermiamo su Dio, sta sotto il giudizio della croce. Quindi nessuna Chiesa, o opinione individuale possiede in esclusiva il messaggio della croce, ma ne riflette un raggio. È lui che ci possiede e ci parla in molti modi. Il messaggio della croce non si lascia chiudere in una scatola che qualcuno possiede e se ne vanta. La croce esce da tutti i contenitori e confinamenti per offrire la sua riconciliazione a chi si trova ai suoi piedi. Non puoi innalzarti sopra il palo o le travi della croce, perché chiedere come il pubblicano è l’inizio della rinascita: Signore, mostrami la tua misericordia. Io non sono nel giusto, aiutami tu!

Platone chiese all’oracolo di Delfi: chi è il più saggio di tutti? Socrate, rispose. Come mai? Perché Socrate disse: so di non sapere. Socrate non sapeva niente alla luce di quello che c’era ancora da conoscere. A volte l’apostolo Paolo sembra un saputello, in fondo era stato un fariseo, ma dopo l’incontro con Gesù, sa solo questo: una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta… Filippesi 3.13 – 14. Questo “una cosa faccio”, è basato sul Salmo 27.4: Una cosa ho chiesto al SIGNORE, e quella ricerco: abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita. In un mondo popolato dai “so tutto io” e da chi ha sempre ragione, noi conosciamo una cosa sola: ero cieco e ora vedo; ero perso e ora sono stato trovato; una volta ero morto, ora vivo in Cristo; una volta vivevo nella paura, ora vivo nell’amore. Con Paolo in 2. Timoteo 1.12 diciamo: io so in chi ho creduto e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa