Sette Cose Gesù insegna sul porre domande

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Luca 20.27 – 38
Sermone del 10 novembre 2019

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
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27 Poi si avvicinarono alcuni sadducei, i quali negano che ci sia risurrezione, e lo interrogarono, dicendo: 28 «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se il fratello di uno muore, avendo moglie ma senza figli, il fratello ne prenda la moglie e dia una discendenza a suo fratello”. 29 C’erano dunque sette fratelli. Il primo prese moglie, e morì senza figli. 30 Il secondo pure la sposò; 31 poi il terzo; e così, fino al settimo, morirono senza lasciare figli. 32 Infine morì anche la donna. 33 Nella risurrezione, dunque, di chi sarà moglie quella donna? Perché tutti e sette l’hanno avuta per moglie». 34 Gesù disse loro: «I figli di questo mondo sposano e sono sposati; 35 ma quelli che saranno ritenuti degni di aver parte al mondo avvenire e alla risurrezione dai morti, non prendono né danno moglie; 36 neanche possono più morire perché sono simili agli angeli e sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione. 37 Che poi i morti risuscitino, lo dichiarò anche Mosè nel passo del pruno, quando chiama il Signore, Dio di Abraamo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38 Ora, egli non è Dio di morti, ma di vivi; perché per lui tutti vivono».

Cara comunità, alla nascita, trovarsi davanti a un figlio/a è un miracolo della natura. I neonati sono indifesi e per la sopravvivenza dipendono dagli altri e possono comunicare solo con delle grida inarticolate. I neogenitori imparano la differenza tra strilli di fame, di doloretti, di essere cambiati o se si lamentano per noia. I genitori imparano un linguaggio senza parole: quello del pianto. Di certo, vogliono comunicare con i nuovi arrivati, quindi usano la “lingua dei lattanti” o dei segni. Aspettano con il fiato sospeso il primo “mamma o papà”, pensando di superare presto questi linguaggi rozzi. Infine, accade e si rendono presto conto che non è “rosa e fiori”. Tanta attesa e poi il bambino dice solo due parole: no! e perché? Che pazienza ci vuole per trattare i “no! e i perché?” dei nostri pargoli.

Ci vuole però ancora più pazienza e disponibilità per capire che, queste due risposte, te le sentirai ripetere da chiunque per il resto della vita! Tutta la vita sbattiamo davanti a dei No! E dei “perché?”. I “No! e perché?” sono la colonna sonora della nostra vita. Non c’è modo di scappare da “no! e perché?”. La questione è: come rispondi ai “no e ai perché” della vita? Reagirai con pazienza? Amore? Rabbia? Disgusto? Dirai “so tutto io” o parliamone apertamente? Risponderai ai “no! E ai perché?” della vita con risposte che bloccheranno altre domande oppure che apriranno la porta ad altre? L’arte di rispondere ai “no! E perché?” della vita possiamo impararla da Gesù.

Nei testi precedenti, Gesù aveva denunciato nel tempio le massime autorità di averlo trasformato in un covo di ladri. Nel testo di oggi, contro Gesù si scatena un’offensiva da parte del Sinedrio, dai sommi sacerdoti, agli scribi e ai farisei. Ora tocca ai sadducei, l’aristocrazia sacerdotale ed economica del paese: “Gli si avvicinarono alcuni sadducei”. Il nome deriva da Sadoc, un sacerdote che consacrò re d’Israele Salomone al posto del legittimo re Adonìa e venne ricambiato con la carica di sommo sacerdote, il primo d’Israele. Erano i più prestigiosi tra i farisei, esseni e zeloti e la maggioranza al potere nel Sinedrio e dominavano la comunità ebraica. “I quali gli dicono che non c’è resurrezione”. Il termine “resurrezione” appare la prima volta in Daniele, cap. 12, ma i sadducei, conservatori e tradizionalisti, riconoscono come parola divina solo i primi cinque libri della legge, ma non i profeti e gli altri scritti. La resurrezione era una teoria recente, seguita dai farisei che annunziavano quella dei giusti. I sadducei non credono alla resurrezione. Invece, per i farisei la tradizione orale aveva un’autorità maggiore. Erano racconti di fede, studiati e vissuti da generazioni, dopo la chiusura degli scritti dell’AT.

“E gli posero questa domanda: maestro”, falsi! Non vanno per apprendere, ma per giudicare e condannare. Si rivolgono a Gesù, “Mosè ci ha prescritto”. Si rifanno a Mosè perché è l’unico del quale riconoscono autorità: “se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”.  Questa era la legge del levirato, da “levir”, cognato, nel Deuteronomio, stabilita perché il nome della persona non venisse estinto. Cosa diceva? Quando una donna rimaneva vedova senza figli, il cognato aveva l’obbligo di metterla incinta e il bambino nato avrebbe portato il nome del marito defunto per dare discendenza al fratello. La disputa sulla resurrezione era la più dura tra i sadducei e i farisei. I sadducei la rifiutavano perché non nella Tora. Le Scritture più recenti, Daniele 12.2 – 3; e 2 Maccabei 7.9, 11, 14, 23, offrivano, invece, una base scritturale. I sadducei continuano per screditare Gesù con un racconto ridicolo, “C’erano dunque sette fratelli … ridicolizzano la resurrezione per gettare Gesù nel ridicolo, per togliergli l’appoggio delle folle, isolandolo, per prenderlo, catturarlo e ucciderlo. “Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque alla resurrezione di chi sarà moglie?”. Qui il problema non è affettivo di chi sarà moglie; la donna serviva solo per fare figli, ma riguarda la discendenza: chi avrà la sua discendenza di questi sette mariti che hanno avuto questa donna? “Perché”, continuano i sadducei, “tutti e sette l’hanno avuta e moglie”. Vogliono sapere quale fratello di questi sette potrà perpetuare la sua discendenza.

Lo scenario ipotizzato dai sadducei è ridicolo. Gesù non risponde al loro “no!” e ovvio “perché?”. Invece, si concentra sul tema reale che fa capolino dietro il racconto assurdo dei sadducei. Gesù risponde schernendoli a sua volta “I figli di questo mondo prendono moglie e marito, ma quelli giudicati degni della vita futura (di quel mondo dove la morte non interrompe la vita) non prendono né moglie né marito”. Ecco, dice Gesù “Infatti non possono più morire”; non si muore più. La morte non interrompe la vita, ma permette all’esistenza di manifestarsi in una forma nuova, piena e definitiva: “Non possono più morire perché sono uguali agli angeli”. Gesù parla degli angeli, perché i sadducei non ci credono, in breve, di chi riceve la vita da Dio. Per Gesù non si rende eterna la propria esistenza tramite la nascita di un figlio, perché la vita si riceve da Dio ed è eterna, indistruttibile “Sono figli/e della resurrezione, di Dio”, generati da Lui, che comunica loro la sua vita, e la vita da Dio è indistruttibile. E poi, a loro che citano Mosè, Gesù lo nomina trattandoli da ignoranti “Che poi i morti risorgono lo dichiarò anche Mosè nel passo del pruno, quando chiama il Signore: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Infine, “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. Il Dio di Gesù comunica una vita di una qualità tale che la rende indistruttibile, quindi capace di superare la morte. Gesù trasforma un “no!” e un “perché?” ridicolo in un insegnamento divino.

Davanti ai “no! E i perché?”, Gesù ascolta la profonda angoscia ed energia dietro la domanda dei sadducei: che cosa ci accade dopo la morte? È la domanda maggiore. La promessa del messia è di una vita di resurrezione. La presenza di Dio, sulla terra e nei cieli, è la promessa di una vita indistruttibile. C’è di più: il disegno divino per il futuro ci tiene, ci conforta e ci sostiene in e oltre questa vita. A volte la Chiesa, come i sadducei, pone domande non appropriate. Ecco però che cosa Gesù ci insegna riguardo alle domande e al porre le domande.

Primo, Gesù è stato un maestro insuperabile nel porre domande! Gesù ci sprona a porci le grandi domande. Chiedere non solo è lecito, ma dobbiamo!

Secondo, a volte ci mancano le parole per chiedere. Se non le hai per chiedere domande brucianti, guarda a Gesù sulla croce e, con fiducia, entra in quel silenzio.

Terzo, a volte la migliore risposta a una domanda è un nuovo inizio. Gesù poneva domande per provocare una ripartenza in chi chiedeva. Più che di una risposta, spesso abbiamo bisogno di ripartire nella vita.

Quarto, la persona che chiede ha in sé la forza di rispondersi. I miracoli di Gesù abilitavano la persona davanti a ritrovare dentro la forza di ripartire. Con una domanda il nostro grande medico guariva l’umano distrutto dal male.

Quinto, il Signore non cambia la domanda. Giobbe è l’uomo delle domande. Il Signore onora le sue permettendogli di chiedere, senza rispondergli. In questa libertà, Giobbe conosce il Signore e mette la sua totale fiducia in Lui.

Sesto, uno studente chiese a un rabbino: qual è il senso della vita, ho bisogno di una risposta. Il rabbino lo rimproverò: risposte, risposte, tutti hanno una risposta. Le risposte dividono. Le domande uniscono. Forse oggi il mondo ha bisogno più di domande che connettono che di risposte affrettate.

Settimo, noi iniziamo la vita arricciata come un punto interrogativo. Allungandoci e srotolandoci nell’età adulta, con l’educazione il corpo diventa un punto esclamativo. Più invecchiamo però, più i nostri corpi ritornando alla posizione iniziale: arricciati come un punto interrogativo. Ci ritroviamo con tante domande.

Gesù disse: a meno che voi non diventiate come un bambino, non vedrete il regno di Dio. Forse i “no! E i perché?” sono un segno di maturità e crescita, la semplicità dall’altra parte della complessità? In fondo, la semplicità è una complessità risolta. Così, questa settimana, andate e ponete grandi domande e quando le persone vi risponderanno con “perché? o no” … sorridete. Il nostro Dio, non è il Dio dei morti, ma dei viventi! Sappiate questo: voi siete partecipi di una vita indistruttibile! Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa