Piccoli Passi: Black Friday

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Come ogni anno in questo periodo, la macchina pubblicitaria delle grandi aziende ha cominciato a scaldare i muscoli in vista del Natale. Durante l’ultimo venerdì di novembre ha luogo il cosiddetto “Black Friday”, la giornata che segna l’inizio dello shopping natalizio. Durante questa giornata le grandi aziende mettono alcuni prodotti in forte ribasso in modo da attrarre il maggior numero di persone nei loro negozi. Come suggerisce il nome in inglese, questa giornata è un’usanza importata dagli Stati Uniti. Il nome “Black Friday”, ovvero venerdì nero, è nato negli anni ‘60, ed è stato inventato dalla polizia di Philadelphia per descrivere i grandi ingorghi causati dai consumatori che si riversavano in centro per fare gli acquisti natalizi durante il giorno del Ringraziamento.

Inutile dire che il “Black Friday”, così come il “Cyber Monday” (la giornata in cui i negozi online fanno sconti sul loro assortimento), non hanno nulla a che fare con la tradizione svizzera. Tuttavia, grazie alla globalizzazione e all’influenza che la cultura americana ha un po’ su tutto il mondo, nel 2018 i commercianti svizzeri hanno registrato un introito di 440 milioni di franchi. Verrebbe quasi da chiedersi com’è possibile che i negozianti riescano ad ottenere un guadagno simile nonostante saldi che spesso superano il 50%. Lo stratagemma è piuttosto semplice; solamente alcuni prodotti vengono scontati, le persone vengono attratte da essi e finiscono per comperare di più spinti dalla convinzione di aver fatto un affare. In questo modo milioni di franchi vengono spesi per cose di cui nessuno ha un vero bisogno.

Il “Black Friday” non è che un sintomo della nostra società ultra-consumista, ma offre un interessante spunto di riflessione. Da anni, le pubblicità ci spingono a credere che per essere felici abbiamo bisogno di comperare nuovi vestiti, auto più grandi, televisori con una risoluzione migliore, cellulari più veloci e con più memoria. Tuttavia, questa chimera non mantiene le sue promesse, l’adrenalina svanisce appena un modello nuovo arriva sugli scaffali ed il conto in banca diventa rosso. Le ripercussioni dello shopping sfrenato però non si limitano a danneggiare l’economia delle famiglie, ma hanno anche un costo ambientale ed umano non indifferente.

Innanzitutto, per produrre tutto ciò che comperiamo occorrono quantità enormi di risorse. Basti pensare alle 22’700’000 tonnellate di cotone necessarie per realizzare i vestiti che vengono venduti in un anno oppure ai metalli necessari per produrre cellulari, computer e tablet. Inoltre, a causa dei prezzi di trasporto estremamente bassi, un prodotto percorre migliaia di chilometri su navi, camion e treni prima di arrivare sugli scaffali dei negozi. Tutto questo ha un peso enorme sul nostro ambiente; basti pensare che l’industria tessile produce il 10% ed i trasporti il 30% delle emissioni di C02 mondiali.


L’immagine mostra il percorso medio che una maglietta percorre prima di arrivare sugli scaffali dei negozi americani

Inoltre, tutto questo ha una ripercussione diretta sulle persone che vivono vicino alle aree di produzione di ciò che comperiamo. In modo da poter ridurre i costi di produzione, le aziende producono spesso in Paesi in via di sviluppo, dove non ci sono leggi in vigore per proteggere l’ambiente ed i lavoratori. Le aziende sfruttano in questo modo milioni di persone, facendo lavorare adulti e bambini per turni improponibili, in strutture che spesso non rispettano le misure di sicurezza e per salari da fame. L’esempio più famoso degli ultimi anni è il crollo della fabbrica Rana Plaza nel 2013 dove morirono più di 1100 persone.

Come detto prima, questo non è un problema legato solamente al “Black Friday”, ma riguarda l’intero sistema economico odierno. Per poter risolvere la questione occorrono nuove leggi nazionali ed internazionali e la responsabilizzazione di multinazionali come Apple, HM e Amazon. Queste problematiche sono spesso fuori dalla portata di singole persone o singoli Stati, ma questo non è una giustificazione per il consumo sfrenato di simili prodotti. Ogni volta che comperiamo una maglietta, un cellulare oppure un giocattolo prodotto in questo modo contribuiamo involontariamente al problema, arricchendo le grandi aziende e sfruttando persone che non hanno avuto la fortuna di nascere in un Paese ricco. Con questo non voglio dire che chiunque comperi dei vestiti su Zalando sia un essere senza cuore, favorevole allo sfruttamento dei bambini pur di poter pagare una maglietta 5 franchi. Quello che manca, però, è un collegamento fra il prodotto che vediamo e che desideriamo e quello che si nasconde dietro ad esso. Siamo costantemente bombardati da messaggi che ci spingono a comperare più cose associando la nostra felicità o quella dei nostri figli al possesso materiale. Questo messaggio finisce per farci dimenticare quanto già possediamo ed il contesto in cui ciò che vogliamo viene prodotto.

Che cosa possiamo fare quindi per risolvere il problema? Il mezzo più potente che abbiamo a nostra disposizione consiste nel votare e sostenere iniziative che cercano di responsabilizzare maggiormente i produttori, come nel caso dell’iniziativa per multinazionali responsabili ( https://iniziativa-multinazionali.ch). Inoltre, possiamo fare molte cose anche privatamente. Prima di comperare qualcosa possiamo chiederci se si tratta di un oggetto veramente utile oppure solamente di un vizio. Se si tratta veramente di una necessità vale la pena informarsi un po’ prima di acquistare il prodotto in modo da trovare un produttore che lavora in modo etico ed equo. Magari è un po’ più caro rispetto ad un prodotto convenzionale, ma comperando meno e puntando sulla qualità, a lungo termine, si finisce per risparmiare. Per i regali di Natale o di compleanno possiamo regalare delle esperienze al posto di oggetti. Una cena al ristorante, un pomeriggio sui pattini, una giornata con gli sci oppure alla SPA sono degli ottimi regali, sicuramente più personali e che creano bei ricordi. Un altro sistema efficace per migliorare la situazione consiste nel cancellare tutte le iscrizioni a cataloghi, newsletter e non seguire più le varie marche online. Così potremmo evitare di vedere sempre nuovi prodotti ed automaticamente saremmo meno tentati a comperare.

Tutto questo non è sufficiente per risolvere il problema, ma è un piccolo passo nella direzione giusta.


Daniele Isepponi

1 COMMENTO

  1. black friday un corno!credo che stia davvero aumentando, soprattutto nei giovani, una consapevolezza sempre maggiore:chi ha lanciato iniziative come il black friday non vuole farci risparmiare, vuole solo ed esclusivamente che consumiamo di più (e di conseguenza spendiamo anche di più)!Se uno crede nel libero mercato perché no, lo posso anche capire.il problema però come ha ben descritto daniele è che le teorie di massimo consumo e crescita incessante sono sempre più in contrapposizione fra l’uomo e il suo habitat (la terra) come pure fra uomo e altri uomini (la società). Da tutto ciò derivano molte delle problematiche che peggiorano le condizioni di vita di tanta gente (migrazione, cambiamenti climatici, povertà, ecc…). Ma non manca molto credo e arriverà un cambiamento, sono fiducioso, è sempre stato così.L’unica cosa che spero, per i miei figli soprattutto, è che questo cambiamento non avvenga attraverso stupite guerre o inevitabili glaciazioni, ma tramite azioni concrete nate da qualche bella testa di un qualche giovane che oggi invece di comperare cose inutili di cui non ha bisogno via internet, domani andrà a comperare il formaggio dal contadino che sta a meno di 5 km da casa sua!