L’ultima forchetta!

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Romani 15.4 – 13
Sermone dell’8 dicembre 2019 2a Avvento

Il culto è stato registrato e si può riascoltare al seguente indirizzo:
http://www.ustream.tv/channel/riformati-valposchiavo

4 Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. 5 E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, 6 perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

7 Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8 Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri; 9 le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome.

10 E ancora: Rallegratevi, o nazioni, insieme al suo popolo.

11 E di nuovo: Lodate, nazioni tutte, il Signore; i popoli tutti lo esaltino.

12 E a sua volta Isaia dice: Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a giudicare le nazioni: in lui le nazioni spereranno.

13 Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

Cara comunità, non sempre ci prepariamo all’avvento in modo appropriato. Pensiamo che, passato novembre, inizi il tempo dei canti di Natale e poi la ricorrenza della nascita di Gesù. La preparazione d’Avvento non è tutta qui. L’avvento serve per ingranare una marcia mentale, emozionale e spirituale per imbarcarci in una grande avventura. L’avventura d’Avvento è l’invito divino a unirci nella rivelazione del miracolo che il Signore sta per rivelarci. È un’avventura dal risultato imprevedibile, che ci offre più di quanto potremmo mai sognare sia possibile, e tuttavia, non è al riparo da rischi.

Lo scorso secolo, un teologo chiese “Osiamo dirci cristiani?” Abbiamo il coraggio di osare? Un canto per bambini dice: “osa essere come Daniele” ma potremmo cantare: “come Maria Maddalena o Marta …”. Osiamo dirci cristiani? Soren Kierkegaard scrisse: ci sono le oche selvatiche che volano e le oche domestiche che vivono a terra. Mentre quelle selvatiche possono diventare domestiche, le domestiche non diventeranno mai selvatiche. Un’oca selvatica volle insegnare a quelle domestiche a volare. All’inizio le domestiche erano interessate, ma ben presto si stufarono e bollarono la selvatica come scriteriata e stupida. Le domestiche avevano tanto influenzato l’oca selvatica che, infine, fu proprio lei a diventare domestica adeguandosi alle loro abitudini e “perse il suo istinto di libertà”. Il frumento era buono, l’aia era al sicuro e perché rischiare di volare alto? Meglio fare l’oca domestica! Quando la routine e gli obblighi della vita ci annoiano, sogniamo però l’avventura. La verità? A noi piace più l’idea dell’avventura che l’avventura. J.R.R. Tolkien fa dire allo Hobbit Bilbo Baggins quello che pensiamo dell’avventura: siamo gente tranquilla, non vediamo utilità per le cose pericolose, inquietanti, e scomode. Arrivare poi tardi per cena, no grazie! Non c’è niente di speciale! Sogniamo le avventure ma evitiamo l’insicurezza e le direzioni rischiose. Invece, Avvento è rischiare di entrare nella più grande avventura del Dio che diventa Emmanuele: Dio CON noi. In Avvento ci prepariamo ad “osare” l’avventura della nostra vita per incontrare il Cristo.

Nel testo di oggi, l’apostolo Paolo parla ai cristiani in Roma di una vita rinnovata che batte nel cuore di ogni cristiano per la presenza di Cristo nel mondo. Per questa avventura di vita, noi, popolo di fede, abbiamo una specie di guida. Non è una mappa o un GPS per sapere dove sei e dove andare. Eppure, è infallibile, se la tua avventura si basa e si centra su Cristo. In questo viaggio divino tutti sono chiamati ad unirsi. Non ci sono requisiti o restrizioni, né di età né di disabilità fisica o mentale, niente del tuo passato può escluderti. È aperto a tutti. I “tutti”, inquietante per la generazione di Paolo, erano i gentili, gli esclusi, i non “eletti” che ora sono accolti a braccia aperte nell’amore divino. Non esiste più divisione tra “eletti” e “non eletti”. C’è voluto un po’ per capirlo, come a Pietro, che ha dovuto ricevere un segno del cielo, un lenzuolo bianco, pieno di animali, che scendeva di fronte a lui per fargli capire che non esiste più il puro e l’impuro (Atti 10.11). Non è vero che devi essere degno per avvicinarti a Dio, ma avvicinati a Lui e ti renderà degno. L’avventura d’Avvento è un bambino che annuncia: tutti sono eletti, a prescindere dalla tradizione, cultura e storia. L’ospitalità divina include l’intera creazione.

Paolo dichiara Gesù “servitore dei circoncisi a dimostrazione della veracità di Dio per confermare le promesse fatte ai padri, mentre gli stranieri onorano Dio per la sua misericordia (v. 8). È tanta roba questa inclusione! Il punto è che la parola “gentili” ci suona “gentile” agli orecchi. Non sentiamo la radicalità di questo messaggio inclusivo alle orecchie di chi era cresciuto con il “dentro / fuori”. I giudei erano il popolo scelto da Dio. I gentili erano fuori da qualsiasi cosa buona, vera e bella. E ora Dio dispone che i gentili abbiano posto accanto al messia e siedano alla sua tavola. Come Dio partecipa alla vita di tutta l’umanità, tutta l’umanità è accolta alla vita divina: “Nazioni, lodate tutte il Signore; tutti i popoli lo celebrino”, v. 11. L’invito divino è perdono universale, tutto qui. Paolo cementifica le sue parole con il v. 4: tutto ciò che fu scritto … per nostra istruzione affinché … conserviamo la speranza. La speranza è la luce guida dei credenti sul sentiero che il Signore ci prepara. La speranza è il dono della fede che ci fa remare contro la corrente generale e sconfigge la disperazione intorno. La speranza resiste contro la fredda razionalità umana e fa avanzare nell’avventura d’Avvento per incontrare il Cristo. In verità, la parola “avventuriero” descrive meglio i credenti. Seguire Gesù è avventurarsi verso il suo Avvento, pronti a continue sorprese, a imboscate di cose nuove e imprevedibili. Prepararsi all’Avvento è disporsi al pericolo, alla meraviglia, al mistero o alla serendipità, ossia, la fortuna di fare felici scoperte per caso e trovare una cosa non cercata e imprevista, mentre se ne cercava un’altra. È l’avventurosa avventura dell’Avvento del Cristo.

Noi ci avventuriamo perché vogliamo trovare più comprensione, più visione degli altri, più compassione, più entusiasmo, più amore e saggezza per realizzare le nostre speranze. Come fai però a sapere se sei nell’avventura giusta? Devi lasciarti andare e abbandonare la tua vita di sicurezze e certezze, riscoprire l’oca selvatica in te. Quando Bilbo Baggins decide di barattare la sua vita sicura per una di cacciatore di draghi pensa: mi piacerebbe un’avventura facile e chiara, sapere dei rischi, i costi extra, il tempo che ci vuole e la paga …” In breve, “che cosa ne ricaverò? Ne uscirò vivo?” L’avventura d’Avvento però non calcola i rischi o gli extra. Sai di viverla quando il vento ti soffia intorno e ti spinge e non sei più tu in controllo ma è il “Ruach”, lo Spirito divino, che ha preso il controllo del tuo viaggio e sta dirigendo i tuoi passi dove c’è bisogno dei tuoi doni. Sai di essere nell’avventura d’Avvento quando il vento soffia più forte e tu sei felice.

L’avventura di cui nessuno ama parlare è quella da cui nessuno può scappare. Dalla vita non si esce vivi! Alla nascita percorriamo un tunnel dalle tenebre alla luce per gettarci nell’avventura della vita. Poi superiamo un altro tunnel di tenebre per gettarci nell’avventura faccia a faccia con il Creatore. Racconto una storia presa da un libro, di una giovane donna, malata di cancro. con tre mesi di vita che, nel sistemare le cose, chiama il pastore per predisporre il funerale. Indica gli inni e le letture, chiarisce i dettagli e, infine, la donna gli comunica l’ultimo desiderio: nella bara voglio stare con una forchetta nella mano destra. Il pastore la guarda stralunato. Vede, continuò, mia nonna mi raccontò una storia che condivido con chi amo. Durante i pranzi comunitari, quando si sgombrava la tavola, qualcuno dalla cucina si affacciava dicendo: tenete la forchetta. Era il segnale che dopo c’era ancora qualcosa di buono: un bel dolce. Voglio che le persone al mio funerale mi vedano nella bara con una forchetta nella mano e si chiedano il perché. Allora, lei spieghi il significato: tieni la tua forchetta… il meglio deve ancora venire. Quella donna aveva piena fede in Dio, il meglio arriva dopo l’avventura dell’incontro con il Cristo.

Questa mattina la forchetta simbolizza per noi la grande avventura d’Avvento di tutti gli avventurieri di Gesù, e la nostra fiducia che proprio l’ultima avventura sarà maggiore di qualsiasi altra abbiamo immaginato o compreso. Così tenete in alto la forchetta insieme a me, la alziamo per ringraziare il Dio di tutte le nostre avventure della vita e promettiamo di ricercare l’Avvento del Signore in ogni avventura, e di confidare che l’ultima sia la più grande e il migliore Avvento del divino. Alzate la vostra forchetta. Che la luce e la speranza della forchetta siano con noi, nella nostra avventura dell’Avvento del Cristo. Amen.

Appunti per la predicazione del pastore Antonio Di Passa