Una capra muore meglio di un porco…

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“Noi vogliamo il cambiamento”, gridavano nel Secondo dopoguerra i contadini e i pescatori ridotti in miseria nella regione di Partinico, nella Sicilia occidentale, sostenuti dal nuovo umanesimo introdotto dal poeta, educatore e filantropo nato a Trieste Danilo Dolci, soprannominato anche il «Gandhi della Sicilia», che con il suo impegno a favore dei più deboli e con molteplici azioni di protesta civile e nonviolenta riuscì a risollevare le sorti di quelle genti afflitte da mafia, disoccupazione, analfabetismo e fame endemica.

Nel monologo recitato sabato scorso in Casa Besta a Brusio, il poeta e attore Giuseppe Semeraro rievoca la storia di Danilo Dolci, mettendo in scena l’emblematica figura di Ambrogio Gallo, detto anche Zi’mbrogi: un contadino siciliano che ha passato 4 anni e 20 giorni in galera per avere rubato delle mele in campagna, ma che anche dopo l’illuminante incontro avuto con il filantropo venuto dal nord non perde la sua ruvida saggezza intrisa di miseria, disillusione e ironia tipica della sua terra.

Come ad esempio in un episodio dove Zi’mbrogi intuisce il timore di Danilo Dolci per il rischio di venire arrestato durante una delle sue azioni di protesta e gli augura di poter morire come una capra e non come un porco. Già, perché lui conosceva le pene prolungate che patiscono i porci e quelle più brevi delle capre prima di morire. Del resto, quando in gioventù fu arrestato per il furto delle mele, egli fu vittima di una barbara tortura subita dai carabinieri che volevano estorcergli l’ammissione di una colpa che proprio non c’era. Una scena, quest’ultima, fra quelle con più pathos di tutta la pièce.

Con spiazzante sobrietà attoriale e scenografica, il pezzo teatrale di Semeraro riesce nel non facile compito di rievocare la storia e l’universalità del messaggio di Danilo Dolci nel contesto storico e politico dell’epoca. Ma a distanza di più di cinquant’anni, la storia di quelle proteste nonviolente si rivelano più che mai attuali e trasponibili, se non proprio a quelle stesse genti, ad altre popolazioni del pianeta vittime di simili o peggiori soprusi. Nella figura di Zi’mbrogi lo spettatore può quindi rispecchiarsi e chiedersi: “E se fossi io lui? Se fossi nato io nella Sicilia di quegli anni?”. E potrebbe anche aggiungere: “Se fossi io il migrante nigeriano rinchiuso oggi in un campo di detenzione libico o il profugo siriano in uno dei tanti campi sparsi fra il Libano e la Turchia?”

Domande a cui Danilo Dolci cercò di dare una risposta educando i più piccoli, infondendo fiducia fra gli adulti, facendo ascoltare ai siciliani la musica di J.S. Bach e soprattutto con azioni di protesta nonviolente. Come il “digiuno davanti al mare”, rivolto contro la pesca di frodo, oppure lo “sciopero al rovescio”, consistente nel lavoro collettivo, gratuito e di pubblica utilità in protesta alla penuria di lavoro. Proposte che anticipano nei tempi idee contemporanee quali il white work descritto nei suoi libri da Domenico De Masi, il sociologo che ha tenuto una conferenza lo scorso mese di maggio a Le Prese, in Valposchiavo.

Nel suo impegnato pezzo teatrale dal titolo “Digiunando davanti al mare” Giuseppe Semeraro – che è originario del Salento e non siciliano, come si sarebbe potuto pensare – lancia implicitamente un monito all’indirizzo di una società postmoderna e globalizzata, incapace soprattutto di arginare il dilagare della corruzione e delle diseguaglianze sociali.

Il prossimo appuntamento della rassegna “I monologanti” vedrà Chiara Balsarini cimentarsi nel monologo “Ursin”, una nuova produzione della compagnia inauDita ispirata al racconto di Alois Carigiet e Selina Chönz. La prima dello spettacolo è prevista in Casa Besta, venerdì 17 gennaio 2020.


Achille Pola