Veltlinerin, sì, ma anche (purtroppo) “tschinkali” e “valeta”

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Undici donne valtellinesi, tra i 94 e i 79 anni, hanno voluto raccontare di quando erano lavoratrici in Svizzera, oltre Bernina, nel secondo dopoguerra. Le loro storie sono state raccolte da Maura Cavallero e da Maria Marchesi per un dvd edito dalle Argonaute, benemerita associazione valtellinese che ha dato voce negli anni scorsi, per esempio, alle anziane ostetriche o alle maestre.

Nel filmato, molto ben costruito, troviamo le storie delle “Veltlinerinnen”, impastate di traumi (più o meno salutari), di difficoltà, di soddisfazioni, di rimpianti e di orgoglio. Traumatico per queste giovani donne lasciare la casa familiare, per viaggi molto spesso lunghi e disagevoli. Dapprima l’incontro con le autorità doganali occhiute, con l’umiliazione delle indagini corporali e della disinfezione delle cose al seguito. E poi l’ostacolo della lingua straniera (francese e più sovente il tedesco). Sì, perché le nostre emigranti erano poco acculturate, professionalmente impreparate, ma ricche di buona volontà. Eppure “tschinkali” e “valeta” erano gli stigmi loro riservati ieri (ma anche oggi, per quello che ci risulta). E ancora il confronto con un cibo molto diverso dal consueto, i comportamenti non sempre corretti dei maschi datori di lavoro, la nostalgia di casa terribile durante le feste. Ma erano giovani e coraggiose, resistettero e si formarono. E poi la molteplicità di culture diverse, anche religiose, nel crogiolo confederale.
E la solidarietà tra maestranze (non sempre e non ovunque), la gioia di fare nuovi incontri, l’orgoglio di fare bene il proprio lavoro, anche in relazione con personaggi dell’aristocrazia nobiliare o economica. Da ultimo e non per ultimo il salario che permetteva alle proprie famiglie di restate in Valtellina di vivere meglio, in un periodo, il secondo dopoguerra, particolarmente difficile.
Patrizia Audenino, docente di storia all’Università di Milano, nel libretto di accompagnamento al dvd sostiene che «furono circa trecento donne le valtellinesi che a partire dal 1945 sperimentarono il percorso dell’emigrazione in Svizzera», dato sottostimato ad avviso di chi scrive.

Forti di racconti familiari, abbiamo chiesto una veloce verifica e qualche parola in più al poschiavino Gustavo Lardi. «Comincio col ricordare che negli anni ’50 erano numerose le donne valtellinesi che lavoravano a Poschiavo: cameriere, aiuto-cucina, domestiche in case che potevano permettersi tale lusso, sarte presso la camiceria… Il loro apporto è stato molto importante – al di là del lavoro vero e proprio – in quanto numerose fra loro hanno trovato marito in Valle, portando in tal modo sangue nuovo (e Dio sa quanto ciò fosse necessario!). È proprio il caso di ricordare il detto: “Cercavamo braccia, sono arrivate persone”. Prima della meccanizzazione dell’agricoltura erano numerosi i e le “pradé” valtellinesi che soggiornavano in Valle “a segà”; c’erano anche “li fanceli” con il compito da “trà fò al fen di canvai”, “da spantegà al fen”. Dovevano poi “rastelà”, “mügelà”, “fa montón”. Anche oggi – e lo dico con viva riconoscenza – sono molto numerose e apprezzate le “forze lavoro” valtellinesi attive in Valle; le donne soprattutto nel campo sociale (ospedale, casa per gli anziani, Spitex e badanti); i maschi nel settore edile (muratori, falegnami) ma anche nei “servizi”».

Da ultimo, ritornando al dvd delle Argonaute, giova ricordare una particolare esperienza della signora Rina Bertola di Bianzone, unica restata in Svizzera. Occupata in alberghi, prima nei Cantoni Svitto e San Gallo, conobbe nel 1952 il futuro marito, originario di Brusio. Allorché si parlò di matrimonio venne raggiunta a Celerina dal parroco della chiesa cattolica di Brusio. «Bravo ragazzo il tuo futuro sposo, gran lavoratore, ma è protestante! Sappi che se lo sposi sarai scomunicata!». Rina, malgrado le insistenze del parroco, non mollò e così lo congedò: «Non la disturberò». Consapevole che le stesse difficoltà si sarebbero presentate nella “sua” Bianzone, con il promesso sposo si optò per celebrare le nozze nella chiesa evangelica di Lugano. «Non rinnego le mie origini valtellinesi, ma ora il mio paese è questo. Sono a Brusio da sessant’anni!».


Piergiorgio Evangelisti

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