In Asia una nuova generazione si mobilita contro l’inasprimento della repressione

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In Asia un’ondata di proteste iniziata per impulso dei giovani sta sfidando la crescente repressione che si abbatte su tutto il continente, in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione e di riunione politica. È quanto ha dichiarato Amnesty International il 29 gennaio 2020, in occasione della pubblicazione del proprio Rapporto annuale sullo stato dei diritti umani nella regione. Il documento fornisce un’analisi accurata degli sviluppi in materia di diritti umani in 25 stati e territori e illustra la lotta di una nuova generazione di attivisti contro la repressione del dissenso, le campagne di disinformazione orchestrate sugli organi di informazione sociale (social network) e la censura politica diffusa.

Da giugno la popolazione di Hong Kong è scesa regolarmente in strada per chiedere il rispetto dell’obbligo di rendere conto dei metodi brutali applicati per il mantenimento dell’ordine, quali l’uso ingiustificato di gas lacrimogeni, gli arresti arbitrari, le aggressioni fisiche e le violazioni di tutti i diritti umani. Questa lotta contro i governanti ha avuto un effetto domino in tutto il continente.

In India milioni di persone hanno contestato pacificamente contro una nuova legge che discrimina i musulmani. In Indonesia i cittadini protestano contro l’emanazione da parte del parlamento di diverse leggi che minacciano le libertà civili. In Afghanistan molti manifestanti hanno messo in pericolo le loro vite per chiedere la fine del conflitto che sconvolge il paese da lunghi anni. In Pakistan, il movimento pashtun, un movimento non violento, ha sfidato la repressione statale per mobilitarsi contro le sparizioni forzate e le esecuzioni extragiudiziali.

Il dissenso e la protesta sono spesso oggetto di rappresaglie da parte delle autorità. I manifestanti hanno dovuto affrontare l’arresto e l’incarcerazione in Vietnam, Laos, Cambogia e Thailandia. Nella provincia cinese dello Xinjiang si stima che fino a un milione di uiguri e di membri di altre minoranze etniche a maggioranza musulmana sono stati trasferiti con la forza in campi di “de-radicalizzazione”. Il Kashmir, l’unico stato indigeno a maggioranza musulmana, ha subito la revoca del proprio status speciale di regione autonoma e le autorità hanno imposto il coprifuoco, tagliato l’accesso a tutte le comunicazioni e arrestato i leader politici locali. Altre discriminazioni sono state riscontrate nello Sri Lanka, nelle Filippine, tra i rifugiati sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, a Nauru, e altro ancora.

In Asia molte iniziative volte a far progredire i diritti umani hanno però dato i primi frutti. In Sri Lanka avvocati e altre persone si sono mobilitati contro la ripresa delle esecuzioni. A Taiwan il matrimonio tra persone dello stesso sesso è diventato legale grazie alla campagna di sensibilizzazione condotta dagli attivisti. Le autorità del Brunei sono state costrette a rinunciare a leggi che avrebbero reso l’adulterio e le relazioni omosessuali punibili con la lapidazione. L’ex primo ministro maltese è stato consegnato alla giustizia per corruzione. Due donne sono state nominate giudici della Corte Suprema delle Maldive. A Hong Kong la forza della protesta ha costretto il governo a ritirare la propria proposta di legge sull’estradizione. In tutti questi casi sono stati raggiunti progressi finora insperati.


A cura del Gruppo Amnesty Valposchiavo