Pensieri di inizio 2020: alla ricerca del “tempo alpino”

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Foto di Cornelia Müller

È sera, una giornata impegnativa volge al termine e un viaggio ancora lungo mi attende prima di raggiungere casa. In auto, in coda, zona Stazione Centrale di Milano, ascolto uno dei tanti notiziari che rimbalzano notizie più o meno chiare su quanto accade dall’altra parte del mondo. Mi guardo intorno, più stanca che interessata a ciò che mi circonda quando scorgo un pannello pubblicitario led che riflette un’immagine familiare, di quelle che mi restituiscono subito il sorriso. Il pannello propone il Trenino Rosso in versione invernale, richiamando il fascino mai scontato della ferrovia di montagna. Basta un colpo d’occhio, il tempo di un semaforo che da rosso diventa verde, per proiettarmi a Poschiavo. Penso all’ultimo viaggio su e giù dal Bernina, a inizio gennaio; rifletto sulla rapidità con cui il mondo è cambiato in pochi giorni.

Ciò che accade in Cina non può che avere riflessi ovunque, quanto duraturi ancora non sappiamo. Ma un risultato lo ha già ottenuto, come ci ricordano gli scienziati; ha reso palese e probabilmente migliorato la capacità di condividere dati e informazioni scientifiche tra le comunità del mondo. Non mi riferisco tanto al rumore mediatico di giornali e social più o meno informati; mi riferisco alla condivisione di banche dati tra gli specialisti, in uno sforzo collettivo di comprensione e azione. Forse si va delineando un nuovo approccio al mondo globalizzato, reso possibile da tecnologie (dall’intelligenza artificiale alla IoT) che potrebbero dimostrarsi alleati preziosi di un’umanità in continua e tumultuosa trasformazione. Sono proprio i cambiamenti, con improvvise accelerazioni e altrettanto repentini arresti, a rendere ancora più attuale il messaggio, talvolta inconsapevole, che le valli alpine veicolano. Asperità del territorio e montagne sono barriere naturali, capaci di isolare e proteggere; sono al tempo stesso i testimoni silenziosi e imperituri di slanci vitali, rappresentano ostacoli da superare e accendono il desiderio di scoprire, alimentano la sete di conoscenza e di novità, sono un invito alla sfida.

Fatico a spiegarlo a parole, ma ogni volta che metto piede in valle, idee e pensieri tornano a fluire liberi, come ricevessero nuovo ossigeno; bastano quattro passi nel Borgo per respirare “aria di libertà”, come mi piace definirla, perché per quanto circoscritta, la comunità è davvero una comunità inclusiva, aperta quanto basta perché ci si senta accolti, chiusa quanto basta perché conservi con dedizione e passione cultura e tradizioni. Un equilibrio speciale, per nulla scontato, che rende la Valposchiavo davvero unica, capace di rileggere e attualizzare la propria storia, senza mai perdere le proprie radici, facendo sì che queste diventino patrimonio quotidiano delle generazioni che si avvicendano, non importa quanto mobili siano. Le montagne, i ghiacciai, i pascoli, le nostre cappelle e le nostre baite sono l’àncora terrena al territorio; poi c’è lo spirito che si plasma e si trasforma nei secoli, c’è la cultura che attualizza nelle scelte dell’oggi l’essenza storica delle genti di montagna. L’ambiente alpino restituisce il senso umano del tempo che passa; non mette al riparo dagli scossoni, ma ricorda all’Uomo che c’è un tempo, quello della Natura, che non è sincopato quanto quello artificiale dell’Uomo. Regala su questa terra uno sguardo eterno, quasi immutabile, proprio per questo rassicurante, ancor più quando tutto intorno a noi accelera.

Due passi in riva al lago, lo sguardo che spazia verso le vette, un vagone rosso per raggiungere l’alta quota: l’innovazione passa anche da queste semplici abitudini perché restituisce ai nostri pensieri e ai nostri sentimenti tutta la ricchezza e la profondità che il confronto con il creato può offrirci.


Chiara Maria Battistoni